Lampi di cultura

Messico, Palenque

La Palenque dei Maya e di Pacal

Fra tutte le città maya del periodo classico, Palenque è la più conosciuta, quella visitata più frequentemente e di più facile accesso. Nel 1750 un gruppo di avventurieri spagnoli notano il sito e lo designano col nome locale di Casas de Piedras, ossia "case di pietra". Don José Calderon e Bernasconi visitano la regione e redigono un rapporto nel 1784, precursori dei viaggiatori che in seguito avrebbero mosso i primi, incerti passi sulla strada di questa nuova archeologia. Nel 1787, il capitano Antonio del Rio, inviato dal re di Spagna a esplorare i luoghi, designa il sito col nome del villaggio vicino: Palenque. Vi esegue sondaggi con una tecnica da far rabbrividire d'orrore i futuri archeologi.


Zona archeologica di Palenque


La sua relazione, pubblicata in Europa solo nel 1882, è accompagnata dai commenti di un certo Paul F. Cabrera che intende dimostrare l'origine egiziana del popolo che ha costruito la città.
D'ora in poi Palenque diventerà la tappa prima, il passaggio obbligato per chiunque si interessi alle civiltà precolombiane. Nel 1807, G. Dupaix vi esegue rilievi e il suo rapporto è dato alle stampe accompagnato da numerosi interessanti disegni di Castañeda. Frédéric de Waldeck trascorre due anni a Palenque (1832-34). Discerne teste di elefante nelle iscrizioni geroglifiche: visione erronea e soggettiva che riprodurrà nei suoi disegni, pubblicati nel 1866, con tale realismo, che gli spiriti curiosi del tempo si perderanno nel tentativo di stabilire l'età di Palenque. Poiché gli elefanti erano scomparsi dal continente americano da numerosi millenni, la nascita della città doveva iscriversi in un remotissimo passato.

Il 1840 segna il passaggio da Palenque dell'illustre viaggiatore e scrittore americano John L. Stephens, accompagnato dal grande disegnatore inglese Frederik Catherwood. Nella sua opera Incidents of Travel in Yucatàn and Chiapas, illustrata magnificamente da Catherwood, Stephens descrive, con uno stile scintillante, Palenque, analizza le fonti storiche, riflette sull'enigmatica cultura dei suoi costruttori. Grazie alla serietà delle sue osservazioni, egli riesce nella difficile impresa di dare un quadro obiettivo della realtà pur non trascurando l'aspetto meraviglioso del viaggio e della scoperta.

Quando, nel 1857, Désiré Charnay si reca sul luogo, non vi scorge alcuna reminiscenza egiziana o cartaginese, ma forti influenze tolteche. La ricerca archeologica amerindia imbocca finalmente la strada giusta: il contesto americano. Ma bisognerà attendere la venuta dell'inglese A. P. Maudslay perché siano pubblicate, nel 1889, una pianta integrale della città e una descrizione spoglia di qualsiasi soggettivismo.
Non rammarichiamoci degli errori e degli entusiasmi spesso ciechi di questi precursori. Essi conoscevano l'importanza capitale del disegno che doveva necessariamente accompagnare le loro relazioni: vero piacere per l'occhio, le incisioni che ci hanno lasciate sono una inesauribile fonte di informazioni, e i racconti che le accompagnano un riflesso dello stato d'animo di tutta un'epoca. 



IL TEMPIO DEL SOLE

Nel secolo scorso Palenque non doveva la sua fama alle opere a stucco, ma a tre magnifici bassorilievi, quelli del Sole, della Croce e della Croce Fronzuta. I bassorilievi hanno dato nome ai tre templi che li ospitavano, di andamento e di costruzione identici, appollaiati sulle alture a est del Palacio. Noi li consideriamo come piccoli gioielli architettonici, altrettanto preziosi dei tesori che nascondevano. In nessun'altra costruzione maya ritroviamo una ripartizione dei volumi altrettanto magistrale. Semplici, graziosi, equilibrati, con la cresteria a due falde inclinate, i tre templi danno un'impressione di leggerezza, pur essendo costruiti con enormi blocchi in muratura. Se calcoliamo il volume dello spazio interno dei templi, constatiamo che è inferiore al volume dei materiali che lo racchiudono. E tuttavia a Palenque i muri sono meno spessi che in qualsiasi altro tempio di una città classica.

Soffermiamoci un istante dinanzi al Tempio del Sole, la cui descrizione varrà del resto anche per gli altri due templi, quelli della Croce e della Croce Fronzuta. Il tempio è issato su una piccola piramide di otto metri di altezza, a cinque piani. Con la cresteria alta metri 4,40, esso raggiunge gli undici metri. È suddiviso longitudinalmente in due sale parallele, a volta, di tre metri di larghezza. Una scala d'accesso porta alla prima sala sulla facciata est, dove tre porte si aprono in un muro molto spesso (un metro). Al tempo in cui le modellature a stucco conservavano ancora i colori, l'aspetto del tempio doveva essere affascinante. È ancora possibile discernere, sopra l'entrata, frammenti del fregio a stucco che decorava la parte superiore della facciata leggermente inclinata. Al centro siede un personaggio rannicchiato, circondato da maschere e da serpenti; altri due sono inginocchiati agli angoli. Sotto, le quattro falde di muro della facciata sono del pari decorate. Quelle centrali sono occupate da nota-bili che portano sontuose acconciature di piume, e le due falde d'angolo da enormi geroglifici.

All'interno di questo Tempio del Sole, una larga apertura nel muro centrale che separa le due sale, e due più piccole da ambo i lati, consentono l'accesso nella seconda sala. Prima, però, il visitatore si soffermerà dinanzi a due personaggi a grandezza naturale e fastosamente abbigliati, scolpiti nella pietra, a sinistra e a destra dell'ingresso principale. Varcata la soglia, si troverà di fronte a una singolare costruzione, pressoché cubica, addossata alla parete di fondo della seconda sala. Si tratta di un santuario, un tempietto segreto, riservato, senza altra apertura che una modesta entrata attraverso la quale penetra un raggio della luce esterna. Ancora qualche passo, ed ecco nella sua grande custodia di pietra uno dei capolavori dell'arte maya, il Bassorilievo del Sole, che condivide l'onore con il Bassorilievo della Croce e il Bassorilievo della Croce Fronzuta, opere analoghe. Misura metri 3 di larghezza e 1,10 di altezza. Immerso nella penombra, trasudante umidità, coperto di muschio, è pressoché invisibile a prima vista. Ci vuole un bel po' prima che l'occhio, con l'ausilio della luce artificiale, discerna i particolari di questo prezioso postergale di pietra calcarea finissima.

Il soggetto ricorda certe scene degli architravi di Yaxchilàn. Due personaggi, l'uno di fronte all'altro, si scambiano una minuscola raffigurazione del dio dal lungo naso. Il personaggio di sinistra è più basso di quello di destra. Entrambi sono ritti sul dorso di due uomini inginocchiati e prostrati, probabilmente schiavi. Tra i due, un bastone da cerimonia ornatissimo è sorretto da due altri schiavi assisi, curvi sotto il peso del sacro fardello. Sopra questo singolare altare, due lance incrociate sostengono uno scudo decorato con una maschera del dio del sole. Sul dorso dei personaggi principali si allungano quattro linee di glifi.


I BASSORILIEVI DELLA CROCE E DELLA CROCE FRONZUTA

II Bassorilievo della Croce, che si trova nel tempio omonimo, ha fatto scorrere molto inchiostro nel secolo scorso a causa della croce monumentale scolpita al centro. Dupaix e i suoi commentatori avevano sottolineato per primi che il simbolo era noto agli uomini assai prima dell'avvento del Cristianesimo e la sua presenza in questi luoghi dimostrava la grande antichità del tempio che lo ospitava.
Quanto ai sacerdoti cattolici della regione di Palenque, in visita sulle orme di Stephens che aveva provveduto a restaurare il bassorilievo, decisero di punto in bianco che risaliva al III secolo d. C. e che gli antichi abitanti della città erano stati cristiani! Non potevano sapere, in un tempo in cui si ignorava tutto di questa cultura precolombiana, ivi compreso il nome, che la croce era un simbolo fondamentale presso i Maya, l'immagine del loro universo quadripartito, il riflesso del loro mondo, racchiuso tra i quattro punti cardinali.

Il Bassorilievo della Croce, al pari delle altre due opere dei templi vicini, si compone di tre pannelli e sviluppa lo stesso tema dell'emblema centrale, scolpito tra due officianti. Soltanto il pannello di sinistra era ancora al suo posto in occasione del soggiorno di Stephens a Palenque, nel 1839. Il grande viaggiatore si accinse perciò a ricostruirlo. Alcuni frammenti del pannello di destra, recanti geroglifici, ricompensarono modestamente le sue prime ricerche. L'accanimento con cui lavorava condusse Stephens in riva al torrente Otulun. Là ebbe la fortuna di scoprire il pannello centrale, quello col grande personaggio, e la croce. Esposto alle intemperie, il viso scolpito sul postergale era coperto di fango e di calcinacci. Un abitante del villaggio di Palenque l'aveva rinvenuto anni prima, decidendo di ornarne la sua casa di terra. Siccome disponeva di scarsi mezzi per il sollevamento e il trasporto del pannello, lo spostamento dell'opera d'arte era risultato assai difficile; lentissimo, soprattutto, per fortuna. Questo, perché in quel periodo il governo messicano aveva promulgato un decreto che vietava qualsiasi depredazione e sottrazione nei siti precolombiani. Il Bassorilievo della Croce, perciò, non giunse mai a destinazione; però non aveva resistito agli arcaici mezzi di trasporto e si era spezzato.

Ma quante altre opere d'arte sono andate perdute? Quelle che raggiungevano le case degli abitanti, seppure in cattivo stato, erano perlomeno recuperabili. Incastrati nelle pareti di una modesta casa del villaggio di Palenque, Stephens rinvenne altri due pannelli scolpiti: quelli che in origine inquadravano, secondo i disegni di Dupaix, l'entrata del santuario del Tempio del Sole. Le proprietarie della casa, due sorelle, erano molto orgogliose dei loro bassorilievi, e vegliavano gelosamente sulla loro conservazione. È già molto che abbiano autorizzato Catherwood a riprodurli nei suoi taccuini. Col tempo, tutto è rientrato nell'ordine e, grazie all'Istituto Nazionale di Antropologia e di Storia del Messico, il visitatore ha oggi la possibilità di ammirare in situ un gran numero di capolavori di Palenque, fra monumenti restaurati con cura. Della stessa vena dei due precedenti, il Bassorilievo della Croce Fronzuta è degno di nota per la composizione e la finezza della scultura. Noteremo qui che il personaggio più piccolo, posto generalmente sulla sinistra di chi guarda, si trova invece a destra. I due bracci orizzontali della celebre croce sono adorni di foglie di mais e reggono all'estremità la minuscola testa di un individuo che simboleggia forse il grano o la spiga. Uno strano uccello è appollaiato al vertice della croce fronzuta. Porta una maschera e sarebbe, secondo la tradizione dei Maya dello Yucatan, il mitico uccello Moan.



IL PALACIO

Si tratta di rovine massicce, imponenti, tutto un complesso di edifìci su una lunga piattaforma trapezoidale. Sei pilastri di due metri di spessore inquadrano cinque entrate, che si aprono nella lunga facciata ovest. Sono notevoli per i personaggi a stucco, che nella maggior parte dei casi hanno resistito alle devastazioni di secoli di piogge tropicali. La massa di costruzioni che compongono il Palacio è a tal punto intricata, che persino il visitatore dotato della migliore buona volontà si trova ben presto disorientato, poi affaticato dalla successione di muri rosi dall'umidità. Gli edifici bui, le numerose sale mal aerate hanno tuttavia valso al complesso il nome di Palacio, ossia "palazzo". Una loro enumerazione e monotona descrizione non ci insegnerebbero nulla di più sui Maya. Segnaliamo invece certi angusti abbaini a forma di T, simbolo del dio della pioggia, che perforano vari muri e che un tempo erano considerati come croci greche e persino come simboli egiziani. Ricordiamo anche la presenza di sotterranei, o meglio di cantine nel sottosuolo, locali che tuttavia non comportano nulla di particolare. Gli edifici del Palacio si ripartiscono attorno a quattro cortili interni, del genere patio, di superficie ineguale: il cortile centrale, molto angusto, al pari del cortile della Torre, il cortile occidentale e infine il più vasto, il cortile Est.

Questo cortile Est riserva belle sorprese. Tra le scale a cinque gradini, lastre di pietra scolpite con interessanti gruppi umani e imponenti glifi sono appoggiate a intervalli regolari al parapetto che circonda il cortile. Proprio in una sala dell'Edificio A, che si affaccia su quest'ultimo cortile, gli archeologi hanno scoperto nel 1949 una sorprendente lastra di pietra (m 2,40X2,60) scolpita con duecentosessantadue glifi di stile straordinario. In alto, frammezzo alle iscrizioni, tre personaggi formano una composizione splendidamente equilibrata. A sinistra, i primi sette glifi sono veri e proprio quadretti. Come a Quiriguà, essi rappresentano, fatto oltremodo raro, uomini e animali a figura intera. La data che illustrano corrisponde all'anno 672 della nostra era.

L'edificio più sorprendente di questo complesso architettonico è la Torre, che si eleva elegante a quindici metri d'altezza. La sua forma è unica e non si incontra in alcuna città maya; al punto che, contemplandola, vien fatto di pensare a un qualche errore di anastilosi dovuto alla fantasia degli archeologi. Fortunatamente esistono i disegni e le descrizioni dei primi viaggiatori a confermarcene l'autenticità. Il perspicace Stephens si era entusiasmato per questo strano monumento, tanto promettente. Ben presto però se ne è staccato, come da uno specchietto per le allodole, oltremodo deluso. L'aspetto esterno non corrisponde affatto a ciò che la Torre è in realtà.

La Torre è quadrata e si compone di tre piani di due metri e mezzo di altezza, separati da importanti cornicioni. Il bizzarro monumento si regge unicamente grazie al suo nucleo centrale, un'enorme colonna interna quadrangolare in calcestruzzo, sostegno di tutto l'insieme. Una torre, questo singolare edificio? Piuttosto un blocco di calcestruzzo traforato, che dà l'illusione di una prodezza tecnica. La Torre si leva su uno zoccolo di sette metri di lato e di quattro d'altezza, le cui facce nord, est e ovest sono ornate con nove piccoli personaggi assisi, mentre la faccia sud ci presenta due pannelli di pietra scolpita, sui quali alcuni dignitari sembrano brandire degli stendardi. Qual era la funzione di questo strano edificio? All'interno non v'è alcuna possibilità di accesso al primo piano! In compenso, nella colonna centrale una scala strettissima, attraverso la quale un individuo corpulento non riuscirebbe a passare, consente di montare al secondo e al terzo piano. Lo spazio interno si riduce a un esiguo corridoio che corre attorno alla colonna centrale. Nulla di funzionale, nell'edificio. Questa Torre di Palenque sarebbe forse, allo stesso titolo dei templi, un'abile replica di certe costruzioni primitive in legno? In ogni caso, le sue funzioni strategiche sono inesistenti. E allora? In definitiva era, come si ha la tendenza ad affermare oggi - del resto senza fondamento - una costruzione destinata alle osservazioni astronomiche? 


IL TEMPIO DELLE ISCRIZIONI

In questo edificio sobrio e classico nulla consente di intuire che fu teatro della più incredibile avventura archeologica dell'America centrale. Il Tempio è issato su una piramide alta sedici metri e composta di nove terrazze sovrapposte. Sui sei pilastri che inquadrano le cinque entrate è tuttora possibile discernere personaggi modellati a stucco e recanti tra le braccia esseri mostruosi con un piede che termina a corpo di serpente, del tipo di quelli che abbiamo già osservati a Quiriguà. Da ambo i lati dell'ingresso centrale della seconda sala del tempio, sulla parete di fondo, una serie di pannelli comprende seicentoventi glifi scolpiti. Questa iscrizione, la più lunga dell'area maya dopo quella della scala di Copàn, ha valso il nome all'edificio.

Nel 1949, il direttore degli scavi messicani a Palenque, Alberto Ruz Lhuillier, nota sei perforazioni chiuse da tappi di pietra su una lastra di pietra incastrata nel pavimento del vestibolo. Pratica un sondaggio e si rende conto, stupefatto, che la lastra cela l'ingresso di un corridoio a volta, con una scala bloccata da pietre e terriccio, passaggio segreto verso il cuore della piramide. Una novità nell'archeologia maya classica! L'inebriante scoperta segna l'inizio di tre anni consecutivi di lavori di sgombero, impegnativi e metodici. Mirabile pazienza dell'archeologo! Dopo aver sgomberato i primi ventisei gradini, A. Ruz Lhuillier nota un brusco cambiamento nell'orientazione dei pianerottoli della scala. Prima scendevano in direzione ovest; da questo punto in poi si affondano verso est. Un anno dopo e ventidue gradini più in basso, si trova di fronte a una parete in muratura. Ai piedi del muro, un deposito di offerte: tre vassoi di argilla, tre conchiglie, undici giade e una perla. Si abbatte il muro. I ricercatori si trovano allora di fronte a una grande lastra triangolare, incastrata verticalmente. Alla sua base, una sepoltura rudimentale racchiude sei scheletri, di cui uno di donna.

Non senza difficoltà, A. Ruz Lhuillier fa ruotare su se stesso il pannello di pietra e mette in luce l'ingresso di una grande sala a volta alta metri 6,60, lunga 9 e larga circa 3. Emozione dell'archeologo, che scopre alla luce della torcia elettrica una straordinaria processione di nove dignitari: procedono in atteggiamento religioso, l'uno dietro l'altro, tutt'attorno alla sala segreta. Sono abbigliati in maniera principesca e le acconciature sono ornate di preziose piume di quetzal. Le modellature a stucco sono disposte lungo le pareti e ricoperte da uno strato di calcare, creato dalle infiltrazioni d'acqua. In vari punti pendono stalattiti di ogni forma e dimensione. Gli importanti personaggi sembrano vegliare su una grande lastra di pietra posta al centro e sopraelevata (cm 25 di spessore, m 3 di lunghezza, m 2,20 di larghezza), ai cui piedi sono deposte due splendide teste a stucco, oggi giudicate fra i tesori dell'arte universale. Sul bassorilievo che occupa l'intera superficie del grande monolito un uomo è assiso in bilico, su una maschera che rappresenta il dio della morte o il dio della terra. Piega le ginocchia e protende il busto all'indietro. Con lo sguardo sembra fissare la croce che si rizza alla sua destra, emblema ornatissimo, al pari di quello del Tempio della Croce, e sormontato dallo stravagante uccello mitologico Moan. Teste di serpente guizzano dai bracci orizzontali della croce, che sorreggono un serpente bicipite il quale sputa due omuncoli.

Il sorprendente bassorilievo trabocca di significati simbolici di difficile interpretazione. Vi ritroviamo tutti i simboli predominanti della civiltà maya. In basso, il dio della morte, legato al mondo sotterraneo e di conseguenza anche dio della terra feconda: eterna ambiguità delle credenze maya. Sopra, l'uomo che sprizza, come la vita nascente. Il suo volto ricorda quello del dio del mais; sarebbe perciò anche un'incarnazione della germinazione. Ecco poi l'autorità e il potere, con il bastone da cerimonia sorretto dall'universo quadripartito, ossia la croce, immagine del mondo ma altresì immagine del tempo e della rotazione dei poteri. Infine, in alto, l'uccello Moan simboleggia la morte. Attorno a questa composizione corre una bordura di glifi, in cui figurano il sole, la luna, Venere e sei teste d'uomo. Altri cinquantadue glifi, scolpiti sulle pareti laterali della lastra, comportano varie date abbreviate che corrispondono all'anno 633 della nostra era. Questa straordinaria lastra di pietra possedeva una funzione utilitaria: proteggeva un sarcofago; la sala segreta nel cuore della piramide era dunque una cripta. Soltanto nel novembre del 1952 fu possibile sollevare e spostare l'enorme lastra. Nel sarcofago, interamente dipinto di rosso, giaceva uno scheletro umano. Frammenti sparsi di giada circondavano il cranio, resti di una meravigliosa maschera, poi ricostruita.