Lampi di cultura

India e Gandhi

La marcia del sale (1930)

La marcia del sale, 1930

 

 Nel 1930 il Congresso Nazionale Indiano decise che era giunto il momento per intensificare gli sforzi per l’indipendenza. Ci si rivolse a Gandhi nella convinzione che avrebbe organizzato una protesta di alto profilo. Nella generale incredulità Gandhi propose una marcia di protesta sul sale. Monopolio britannico, agli indiani ne era vietata la produzione: poiché il sale era una necessità primaria delle popolazioni dell’India, Gandhi considerava il monopolio sul sale ingiustificabile.

 Molti dei compagni di Gandhi erano scettici. “Rimanemmo sconcertati:  non potevamo condurre una battaglia per l’indipendenza nazionale con il sale”, ricordò Jawaharlal Nehru, in seguito primo primo ministro indiano. Gandhi non cambiò idea: il monopolio del sale danneggiava sia indù che musulmani, ricchi e poveri. Il 2 marzo scrisse una lettera al viceré britannico Lord Irwin e fece una serie di richieste, tra cui l’abrogazione della tassa sul sale. Se ignorato, promise di lanciare una campagna satyagraha. “La mia ambizione”, scrisse, “non è altro che convertire il popolo britannico attraverso la non violenza e quindi fargli vedere il male che hanno fatto all’India”.

Il governatore Irwin non diede risposta. All’alba del 12 marzo 1930, Gandhi mise in atto il suo piano. Indossato uno scialle e sandali fatti in casa, in mano un bastone da passeggio in legno, partì a piedi dal suo ashram vicino ad Ahmedabad con diverse decine di compagni e iniziò il cammino via terra verso la città di Dandi nel Mar Arabico. Lì, pianificò di sfidare la tassa sul sale raccogliendo illegalmente il minerale dalla spiaggia. Forse sperava in un arresto che gli inglesi non fecero temendo la reazione pubblica.

Con Gandhi in testa, la colonna attraversò la campagna a una velocità di circa 20 km al giorno. Gandhi si fermò in dozzine di villaggi lungo il percorso per rivolgersi alle masse e condannare sia il Raj che la tassa sul sale.  Mentre Gandhi e i suoi seguaci avanzavano verso la costa occidentale, migliaia di indiani si unirono al corteo, trasformando il piccolo gruppo di manifestanti in una processione lunga miglia. Il New York Times e altri giornali iniziarono a seguire i progressi della marcia. Gandhi nei suoi discorsi parlò delle ingiustizie del sistema castale che privava gli “intoccabili” di diritti fondamentali; sbalordì chi lo seguiva facendo il bagno in un pozzo “intoccabile” nel villaggio di Dabhan. Durante una sosta a Gajera, rifiutò di iniziare il suo discorso fino a quando gli intoccabili fossero stati autorizzati a sedersi con il resto del pubblico.




Gandhi e il suo gruppo arrivarono finalmente a Dandi il 5 aprile, dopo aver percorso 400 km in 24 giorni. La mattina seguente, migliaia di giornalisti e sostenitori si riunirono per vederlo commettere il suo reato simbolico. Dopo essersi immerso nelle acque scintillanti del Mar Arabico, camminò a terra tra i molti depositi di sale della spiaggia. Sembra che i funzionari britannici avessero mescolato il sale con la sabbia nella speranza di frustrare gli sforzi di Gandhi. Fu tutto inutile: trovato un grumo di fango ricco di sale Gandhi lo sollevo e mostrandolo alla folla “Con questo” disse, “abbiamo scosso le basi dell’Impero britannico.”

 La trasgressione di Gandhi “Satyagraha del sale” fu un segnale: nelle successive settimane, i sostenitori di Gandhi si riversarono in riva al mare per raccogliere illegalmente il sale. Le donne svolsero un ruolo cruciale: bollivano l’acqua per estrarre il sale; altre  vendevano sale illecito nei mercati delle città o conducevano picchetti davanti ai negozi di liquori e di vestiti occidentali. “Sembrò che fosse improvvisamente scattata una molla”, disse Nehru in seguito. Circa 80.000 persone furono arrestate a causa della disobbedienza civile e molte furono picchiate dalla polizia.

Gandhi fu arrestato il 5 maggio, dopo aver annunciato la sua intenzione di condurre un raid pacifico su una salina del governo a Dharasana. Anche con il loro leader in stato di arresto, i suoi seguaci continuarono.

 

Il 21 maggio, circa 2.500 manifestanti ignorarono gli avvertimenti della polizia e camminarono verso il deposito di Dharasana. Il giornalista americano Webb Miller era sulla scena e descrisse ciò che seguì. “All’improvviso”, scrisse, “a un comando, decine di poliziotti si sono precipitati sui manifestanti che avanzavano e hanno cominciato a colpirli in testa ... Nessuno dei manifestanti ha alzato nemmeno un braccio per respingere i colpi. Sono caduti uno dietro l’altro, senza rispondere e senza indietreggiare.”

Il racconto di Miller rese noto nel mondo il carattere pacifico della rivolta indiana e la sua determinazione. Ma, soprattutto, inferse un colpo mortale al prestigio del governo coloniale britannico in India. Nessuna sapeva quando la vittoria e dunque l’indipendenza sarebbe arrivata. Ma nessuno più dubitò - sia in India che in Inghilterra - che il cammino verso l’indipendenza dell’India era oramai irreversibile.