Lampi di cultura

Nepal, Ritorno in Nepal I

Stefano Cammelli, Ritorno in Nepal, Gennaio 2019

In volo per Kathmandu, al termine di un bel viaggio in Laos. Minore come itinerario, ma interessante. Un vecchio agente di viaggio che collaborava con mio padre fin dagli anni Sessanta mi ha chiesto di tornare in Nepal, di venire a vedere come procede la ricostruzione. Ora sono qui. L’aereo sta sorvolando la pianura birmana. Dal finestrino, in lontananza, le prime avvisaglie dei monti dell’Himalaya. Rimetto in ordine i ricordi. Una lunga collaborazione. Perché si interruppe e quando.
Tutto cominciò nel 1966. Sergio Cammelli, sulle soglie della pensione da professore di Liceo, pensò che fosse giunto il momento di rivolgere lo sguardo ai paesi della corona himalayana dell’India. Ne nacque un itinerario particolare, per quei tempi avveniristico: Paesi Himalayani. Ho pensato a lungo che fosse un’idea brillante: unire in un solo tour Nepal, Darjeeling e Sikkim. Poi, col tempo, cominciai a dubitare di quel collage di luoghi. Non si era voluto mettere insieme troppe cose?
C’è voluto qualche decennio di studi sulla storia dell’Asia Orientale per apprezzare nuovamente l’idea di mio padre. Sikkim e Darjeeling erano parte integrante del Nepal prima che il colonialismo britannico cominciasse a intervenire - rigorosamente in difesa dei diritti dei popoli [ora si direbbe diritti umani]. Gli inglesi inventarono un Sikkim diverso dal Nepal e un Darjeeling a suo volta diverso dagli altri due. Quando fu la volta dell’indipendenza dell’India, la nuova nazione rivendicò l’appartenenza all’Unione Indiana di tutto ciò che aveva fatto parte dell’Impero britannico. E così inviò i suoi eserciti e il Nepal perse questi territori. Ovviamente le cose sono assai più complicate, ma nel complesso questa sintesi non è così errata.

Tutto cambiò di colpo alcuni anni dopo. Nel 1967 il leggendario gruppo dei Beatles si concentrò sulla musica indiana e nel 1968 si recò in una sorta di pellegrinaggio in India, a Rishikesh. (Con alcuni anni di ritardo rispetto a mio padre) i Beatles scoprirono l’India, la musica indiana, la letteratura coloniale europea che già a partire dalla fine del secolo si era innamorata di questi luoghi. Fu l’inizio di una vera e propria migrazione di massa. Dall’Europa Occidentale giovani nati nella seconda metà degli anni Quaranta cominciarono a partire per l’India con dei pullmini Volkswagen. In breve scoprirono che potevano puntare su Kathmandu dove sopravviveva qualcosa della profondità spirituale indiana. Sì, certo, ci fu anche il successo delle droghe: ma chi si recava laggiù non aveva bisogno di andare in Nepal per farsi. Londra era abbastanza ben fornita e, dopo un poco, lo furono tutte le metropoli europee. Milano e Roma incluse.

Fu un decennio difficile per il Nepal e per l’India. Mentre a Kathmandu si concentravano hippies e speculatori di ogni genere e tipo, l’India affrontò l’ennesima guerra col Pakistan, questa volta la scusa fu l’indipendenza del futuro Bangladesh (1971). Le piazze europee si riempirono di sciarpe indiane, ninnoli spesso miseri, profumi (Patchouli), oggetti d’arte.
Nato come viaggio rivoluzionario e alternativo, il pellegrinaggio a Kathmandu mise in moto il primo saccheggio di massa dei templi indiani e nepalesi. Agli hippies era seguita una generazione di avidi, piccoli commercianti, spesso senza scrupoli. Kathmandu poteva sembrare un accampamento di giovani fuggiti dai campus universitari, ognuno con un obbiettivo diverso. Molti con un solo scopo: comprare in Nepal a poco e vendere a Milano a molto.

Fu allora, alla metà degli anni Settanta, che l’alta borghesia nepalese – in genere legata alla corona – cominciò a muoversi. È così: in qualche modo il saccheggio di massa compiuto dagli occidentali in Nepal ebbe una sua funzione storica. La classe dirigente nepalese cominciò a mobilitarsi. I più benestanti comprarono o presero da edifici in rovina le superbe decorazioni lignee del XIII-XV secolo. Nacquero i primi alberghi di una certa qualità e una voglia di pensare al Nepal come a una meta turistica.
C’erano già allora - naturalmente - gli appassionati di montagna e gli alpinisti, in numero crescente ogni anno. Tuttavia quel turismo era particolare e riguardava solo una determinata area del Nepal. La maggior parte degli alpinisti pensa solo alla montagna, ai ghiacciai, alla scalata. Tutto ciò che precede e segue è visto, spesso anche apprezzato, ma considerato solo come contorno, in qualche modo marginale.

Fu allora che da Kathmandu partì l’invito a mio padre. Ripensare il Nepal, concepirlo come un viaggio a sé e non come estensione all’India. Fu un’idea splendida, ben assecondata da primi, ricchissimi, imprenditori.
L’itinerario che VIAGGI di CULTURA propose alle fine degli anni Settanta (ma allora ci chiamavamo GENITORI) ebbe un successo difficilmente immaginabile. Combinava la bellezza delle passeggiate a Pokhara, davanti al massiccio dell’Annapurna, con il Parco di Chitawan, meglio noto con il nome del primo lussureggiante lodge per ‘vedere la tigre’: Tiger Tops. E poiché qualunque fosse il nostro nome era comunque la cultura che interessava, mio padre insistette perché venisse unita Lumbini, la città dove secondo la tradizione era nato il Buddha.
C’è tutta una generazione di persone che con noi visitarono il Nepal tra il 1978 e il 1994 e che lo ricordano ancora come uno dei viaggi più belli della nostra collezione. C’era una sola zona d’ombra: Kathmandu. Ormai non c’erano più nemmeno gli hippies, e coloro che si appassionavano di filosofia indiana e di meditazione erano ormai ai margini di un movimento che è difficile ricordare con piacere. Kathmandu: avvilita a mercatino di paccottiglia turistico / himalayana, per un pubblico abbastanza ignorante e rozzo da illudersi che fosse ancora possibile trovare qualcosa di bello e di originale. Magari a 50 dollari.

I nostri amici tornavano frastornati e delusi. Come Praga, come Bangkok, come alcune altre mete turistiche nel mondo, Kathmandu si era di fatto suicidata. Per assecondare, o non riuscendo a impedire, questa continua aggressione al suo tessuto urbano e alla sua tradizione, finì col perdere ogni carattere degno di nota.
Già alla metà degli anni Ottanta i nostri amici tornavano dal Nepal e si chiedevano se fosse possibile tagliare fuori Kathmandu, ormai diventata banale, volgare, sciatta. Con l’inizio degli anni Novanta il Nepal esaurì il bonus di credibilità e passione che lo aveva innalzato a grande destinazione turistica. I viaggi in Nepal cominciarono a essere sempre meno numerosi e sempre più semplificati. Fino a quando nel mercato del turismo di qualità comparve la condanna, quella da cui è impossibile riprendersi: ‘Sporca, brutta e caotica. Devastata dal turismo come Praga e Bangkok. ‘Non ne vale la pena.’