Lampi di cultura

Cipro, Venezia e Impero ottomano

Mappa di Venezia disegnata dall'ammiraglio ottomano Piri Reis, 1525

La diffidenza dei veneziani nei confronti degli ottomani non si fondava tanto su motivi religiosi, ma piuttosto su ragioni politiche di confine e di giustapposizione nei territori rispettivamente dominati. Infatti con i mamelucchi e i persiani, che pure erano musulmani, i veneziani avevano stipulato delle alleanze per contrastare l'impeto conquistatore degli ottomani.

La Repubblica si avvaleva di una fitta organizzazione di "agenti", ambasciatori, delegati, informatori e spie, che offrivano notizie riguardanti la situazione politica, economica, diplomatica e sociale nei territori circostanti i propri domini. In questo contesto la figura chiave era il bailo di Costantinopoli. Il bailo era il soggetto più informato su ciò che accadeva nell'impero ottomano e sui suoi rapporti con le altre potenze.

Informazioni sugli ottomani venivano offerte anche dai "simpatizzanti" del potere veneziano, prigionieri, rinnegati e altri che, dietro debita ricompensa, riportavano notizie dall'impero ottomano sull'orientamento politico dei funzionari che influenzavano le decisioni del sultano e sulla preparazione militare dell'impero. I più preziosi e relativamente affidabili informatori erano i cittadini veneziani fatti prigionieri dai corsari o nel corso delle guerre veneto-turche; questi, inseriti nella corte ottomana, potevano ricavare le notizie più utili per la Repubblica di cui conoscevano la politica e le esigenze.

Venezia dovette a più riprese fare i conti con l'ascesa navale e l'espansionismo territoriale ottomano, cercando sempre però di tenere attive le operazioni commerciali con i domini della Sublime Porta. Già dal Trecento i veneziani avevano stipulato accordi di pacifico commercio con il sultano. Inoltre la Repubblica era in qualche misura dipendente dai rifornimenti in grano dalle province ottomane del Mediterraneo orientale.51 Ma quando l'avanzata turca iniziò a interessare i territori dello stato da mar il senato accettò di pagare tributi annui al sultano in cambio della conservazione del pacifico possesso dei propri possedimenti e dell'assicurazione di libero traffico nel Mediterraneo orientale.

Tappe dell'espansionismo ottomano

Gruppi di musulmani si trovavano a Cipro, residenti in modo più o meno permanente, già dall'inizio del XV secolo. Il loro numero era composto soprattutto da schiavi mamelucchi impiegati nelle piantagioni di canna da zucchero, la cui produzione sull'isola fu in parte ereditata dagli stati crociati del litorale siro-palestinese e divenne più intensiva con l'installazione degli Ospedalieri nei casali della Commendaria.

Nel periodo del governo veneziano a Cipro numerosi sudditi dell'impero ottomano transitarono attraverso l'isola in qualità di ambasciatori della Sublime Porta, di mercanti, oppure ancora di pirati. Nonostante le occasionali operazioni offensive dei turchi nei confronti di Cipro, Venezia e l'impero ottomano si impegnavano negli accordi di pace a garantire libertà e sicurezza di navigazione, di approdo e di mercato ai propri sudditi nei rispettivi domini. I registri delle magistrature veneziane forniscono numerose notizie relative alle cure offerte dai veneziani ai sudditi ottomani capitati sull'isola di Cipro in seguito a un naufragio o ad un attacco da parte di corsari.

I dispacci dei funzionari veneziani a Cipro documentano la disponibilità del reggimento dell'isola ad accogliere e aiutare i sudditi dell'impero ottomano che per qualche motivo capitavano sull'isola. Le imbarcazioni ottomane che avevano subito naufragio nelle acque di Cipro chiedevano alle autorità veneziane dell'isola aiuto per recuperare le merci disperse in mare e a volte ricevevano addirittura una sovvenzione per proseguire il proprio viaggio.

Hala Sultan Tekke, Larnaka

L'accoglienza riservata ai musulmani da parte delle autorità veneziane colpiva i forestieri di passaggio a Cipro, non potendo intravedere le motivazioni di tale comportamento amichevole nei confronti di quelli che erano considerati i peggiori nemici della Repubblica e della cristianità intera.

Fermo obiettivo della Signoria era conservare la pace ottenuta con gli ottomani e sancita dai trattati stipulati fra il doge e il sultano. Ma i buoni rapporti fra le due potenze venivano spesso ostacolati dall'azione dei corsari ponentini, che approdavano a Cipro per usarla come base di rifornimento prima di attaccare le navi ottomane, e non solo. La «sicurtà delli luoghi» era uno degli obblighi della Repubblica nei confronti dell'adempimento dei trattati stipulati con il sultano. Infatti, la repressione delle attività dei corsari intorno a Cipro era anche il pretesto con cui la Sublime Porta mandava a Cipro le navi delle guardie di Rodi e di Alessandria, che circumnavigavano l'isola più di una volta all'anno, causando disturbi nei villaggi delle coste, «essendo li galeoti per natura di molto mala qualità che quando non sono tenuti in freno commettono delle cose che causano gravissimi scandali».79 Il bailo di Costantinopoli informava il reggimento di Cipro dell'impressione dif-fusa nell'ambito del "divano" ottomano che le navi corsare usassero come base l'isola ed equipaggiassero le proprie navi con marinai ciprioti per attaccare i sangiaccati del Mediterraneo orientale e le navi turche. Se ciò fosse stato verificato, sarebbe stato contrario ai patti veneto-turchi, rispetto ai quali gli ottomani si lamentavano spesso di scarsa ottemperanza da parte veneziana.

Porto di Kyrenia

A partire dalla seconda metà del Cinquecento le flotte turche - la guardia di Rodi e quella di Alessandria - passavano per Cipro più volte durante l'anno, giustificando la stretta sorveglianza a cui sottoponevano l'isola «sotto questa coperta di voler assicurare la navigatione in questi mari», accusando il locale governo veneziano di non opporsi con risolutezza alle navi dei corsari occidentali, le quali di conseguenza non trovavano reale impedimento ad usare Cipro come base per attaccare i vascelli ottomani. Le galere turche si fermavano in ogni porto dell'isola chiedendo di essere rifornite di acqua e vettovaglie, pretendendo di ricevere doni in denaro e stoffe di seta, costituendo così una grande spesa per le autorità veneziane. In cambio degli omaggi offerti dai veneziani, i comandanti delle galere turche erano soliti offrire una casacca ciascuno.

Le spese che l'amministrazione veneziana di Cipro doveva sostenere per conservare un relativo rapporto pacifico con gli ottomani non si limitavano al tradizionale tributo e alle offerte per i comandanti dei vascelli turchi. Sull'isola giungevano spesso dei çavu? per richiedere, per conto del sultano, falconi cacciatori (pellegrini e sacri), di cui Cipro era famosa dal medioevo. Le cospicue spese per tali "doni di rappresentanza", che il reggimento non poteva negare agli ambasciatori del sultano, gravavano pesantemente sulle finanze della locale camera fiscale e andavano a sommarsi ai già ingenti sforzi per recuperare i falconi richiesti, al punto che nel 1558 il luogotenente Giovan Battista Donà avvertiva il rischio che quest'obbligo diventasse un ulteriore vero e proprio tributo. Da parte loro anche i turchi ambasciatori che arrivavano a Cipro portavano con sé doni, di solito tappeti, archi e cani levrieri, che venivano poi venduti a privati per porre il ricavato nella camera fiscale cipriota. Negli ultimi anni della dominazione veneziana le richieste di falconi per il sultano venivano sempre più spesso accompagnate da richieste di barili di vino rosso, uno dei pregiati prodotti dell'isola.

Mosaico di Dionisio, Paphos

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