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Grecia, Le donne nel V secolo a.C

Stele funeraria di Plangon -La bambina tiene una bambola nella mano destra e un uccellino nella sinistra (V secolo a.C.),Gliptoteca Monaco

Ad Atene, le donne dei cittadini non disponevano di alcun diritto politico o giuridico, come gli schiavi. Avevano perso il ruolo importante che svolgevano nella società micenea ' e che in parte avevano conservato in età omerica. Ma l'ateniese sposata, pur confinata nella sua casa, governa almeno quest'ultima con autorità a patto che il suo signore e padrone non vi si opponga; per i suoi schiavi è la padrona (despoina). Il marito è del resto abbastanza occupato fuori casa — in campagna nei lavori agricoli e nella caccia, in città nel lavoro e nella partecipazione agli affari politici e giudiziari della città — da essere obbligato, la maggior parte del tempo, a lasciare che sia sua moglie a dirigere la casa a suo piacimento.


La condizione dipendente e subordinata della donna ateniese appariva prima di tutto nella vita delle fanciulle e nel modo in cui accedevano al matrimonio. La giovinetta non poteva incontrare liberamente dei giovani perché non usciva mai dall'appartamento riservato alle donne, il gineceo. Mentre le donne sposate varcavano di rado la soglia esterna della casa, le giovinette a stento apparivano nel cortile interno perché dovevano vivere lontano dagli sguardi persino dei membri maschi della propria famiglia. L'Atene del V secolo non conosce nulla di para gonabile a istituti per giovinette di elevata condizione come quello diretto dalla poetessa Saffo nell'isola di Lesbo all'inizio del VI secolo e nemmeno agli esercizi fisici delle giovinette di Sparta, vestite in abiti corti che «mostravano le cosce» (phainomerides) che Euripide ci mostra:

«fuori casa con i giovani, con le gambe nude e gli abiti ondeggianti».

Donne ateniesi in fila indiana per le Panatenee. Fregio orientale del Partenone (IV secolo a.C.). British Museum, Londra



Solo su questo punto la rigida Sparta era più tollerante di Atene ed Euripide si scandalizzava dei costumi di Sparta che in proposito erano opposti a quelli di Atene.


Tutto quello che una giovane ateniese imparava — essenzialmente i lavori domestici, cucina, filatura e tessitura della lana e forse qualche elemento di lettura e di musica — lo imparava da sua madre o da un'ava o dalle serve della famiglia. La sola occasione normale di uscita per le fanciulle era costituita da certe feste religiose nelle quali assistevano al sacrificio e partecipavano alla processione come vediamo sul fregio delle Panatenee sul Partenone; probabilmente alcune di loro imparavano a cantare e a danzare per partecipare ai cori religiosi, ma i cori di giovinette e i cori di giovani erano sempre rigorosamente separati.


Nell' Economico di Senofonte, Iscomaco dice della sua giovane sposa:

«Che cosa poteva sapere, Socrate, quando l'ho presa con me? Non aveva ancora quindici anni quando è venuta nella mia casa; fino allora era vissuta sotto stretta sorveglianza, doveva vedere meno cose possibili, udirne il meno possibili e fare meno domande possibili».



Tale era l'ideale della buona educazione, della sofrosine per le fanciulle. Lo stesso Iscomaco rivolgendosi a sua moglie le dice:

« Hai capito ora perché ti ho sposato e perché i tuoi genitori ti hanno dato a me? Senza difficoltà avremmo trovato un'altra persona per dividere il letto, sono certo che lo sai perfettamente. Ma dopo avere riflettuto, io per mio conto e i tuoi genitori per te, alla persona migliore cui potessimo unirci per occuparci della nostra casa e dei nostri bambini, ho scelto te, come i tuoi genitori hanno scelto me, probabilmente, fra altri possibili partiti».



È infatti il tutore della giovinetta (suo padre o, in mancanza di questi, un nonno o un tutore legale) a scegliere il marito e a decidere per lei. Certamente la giovane veniva consultata in molti casi ma niente ce lo testimonia e il suo consenso non era affatto necessario. Erodoto ci riferisce un tratto singolare di un ateniese del VI secolo:

« Con le sue tre figlie si comportò così: quando furono in età da matrimonio, diede loro la più splendida dote poi, fra tutti gli ateniesi, lasciò che ognuna di esse scegliesse chi voleva per sposo e la maritò a quell'uomo».



Erodoto che viveva nel V secolo citava in tono, sembra, elogiativo il comportamento di quel padre di famiglia e si può supporre che lo approvasse, ma lo presenta anche come un caso del tutto eccezionale. La regola era quella che formulerà in un verso un autore più tardo:

«Prendi per marito colui che vogliono i tuoi genitori».

Donna spartana porge lo scudo al figlio, Jean-Jacques-François Le Barbier XVIII secolo



Il cittadino ateniese essenzialmente si sposava per avere dei figli; sperava che essi non solo si sarebbero occupati di lui in vecchiaia ma soprattutto lo avrebbero sepolto secondo i riti e avrebbero continuato dopo di lui il culto familiare.


La ragione principale del matrimonio era di ordine religioso e su questo punto le conclusioni di Fustel de Couanges nella Città antica restano del tutto valide: ci si sposava per avere dei figli maschi, almeno uno che perpetuasse la razza e assicurasse a suo padre il culto che questi aveva dedicato ai suoi antenati, culto considerato indispensabile per la felicità del defunto nell'al di là.


A Sparta i celibi irriducibili erano puniti dalla legge. Ad Atene non esisteva pressione legale ma quella dell'opinione pubblica era molto forte e quindi il celibato maschile era circondato da biasimo e disistima. Tuttavia coloro che avevano un fratello maggiore sposato con figli erano dispensati con maggiore facilità dal matrimonio.


Sembra che la maggior parte degli ateniesi si sposassero per convenienza religiosa e sociale più che per inclinazione. A quanto dice il poeta Menandro che scrive alla fine del IV secolo, il matrimonio era per loro «un male necessario». In ogni caso, prima della commedia nuova, non abbiamo occasione di incontrare l'amore fra i fidanzati. Come avrebbe potuto, d'altra parte, un giovane ate-niese innamorarsi di una fanciulla che non aveva mai visto? I greci del V e del IV secolo usavano preferibilmente la parola eros (amore) per indicare il sentimento appassionato che unisce l'eromene e l'eraste, cioè quello che a volte si definisce «amore greco».

Alcesti e Admeto, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, affresco da Pompei, Casa del poeta tragico, I secolo d.C.

Ciò non significa che l'amore non potesse successivamente nascere fra gli sposi. Senofonte nel suo Simposio fa dire a Socrate: «Nicerato, a quanto si dice, ama sua moglie d'amore e ne è ugualmente amato». Il poeta Euripide che pure passava per misogino ha portato in scena la sublime dedizione di Alceste che sacrificò la sua vita per amore del marito e Platone, teorico della pederastia, ha scritto: «Morire per l'altro, lo vogliono solo coloro che amano: e non solo gli uomini ma anche le donne» e cita l'esempio di Alcesti «cui gli dei hanno dato tanto ascolto da permetterle di tornare dall'Ade e rivedere la luce del cielo». L'opera di Aristotele che aveva sposato la nipote del suo amico Ermia e si era trovato con lei molto bene è piena di passi in cui il matrimonio appare non solo come un rapporto destinato a perpetuare la razza, ma come una società di affetti e di tenerezza reciproca, capace di soddisfare tutti i bisogni morali dell'esistenza. Tuttavia solo il tardo stoicismo, probabilmente per influenza dei costumi romani, riabilitò completamente in Grecia l'amore coniugale. La tradizione filosofica favorevole all'amore fra uomini era così forte che, all'inizio del II secolo della nostra era, Plutarco ancora si sentiva in dovere, prima di fare l'apologia del matrimonio, di dimostrare che le fanciulle, come i ragazzi, erano capaci di suscitare l'eros!

Stele funeraria con gruppo famigliare

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