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Lampi di cultura

Grecia, Partenone 1687

Veduta del Partenone dal Propileo_Edward Dodwell 1821

La storia del Partenone è segnata dagli eventi che portarono alla sua distruzione a seguito di un conflitto tra Veneziani e Ottomani. In questo testo, tratto da Atene 1687. Venezia, i turchi e la distruzione del Partenone di Alessandro Marzo Magno, vengono descritte le reazioni a caldo dei testimoni e dei responsabili della parziale esplosione del Parteone.


Non si può distruggere «la più bella antichità del mondo», in un'Atene «ornata di cospicue fabbriche e di antiche vestigia di celebri et erudite memorie», e continuare a far finta che nulla sia accaduto. Trascorre appena un giorno dal botto fatale e lo stesso Francesco Morosini [il comandante della spedizione veneziana] dà il la a una sorta di giustificazionismo, destinato a durare almeno un paio di secoli. I veneziani diranno di aver colpito il tempio per caso, per sbaglio, di non aver proprio fatto apposta, di non aver avuto l'intenzione; fino ad arrivare nell'Ottocento, come vedremo, a lavarsene le mani e ad accusare i «soliti» tedeschi, capaci di commettere in guerra ogni ignominia (ma questi, a loro volta, rinvieranno le accuse al mittente).

Leo von Klenze, ricostruzione del Partenone e dell'Areopago 1846

Il capitano generale da mar nel dispaccio dell'11 ottobre, quindi successivo di un giorno a quello in cui annunciava di aver fatto saltare la polveriera, comincia a dar conto di aver effettivamente distrutto il Partenone. Lo fa quasi incidentalmente, dicendo che malandrino era stato soltanto un colpo, solo uno, e si giustifica col fatto che alla fin fine pur sempre di una moschea si trattava. Riferisce della «sola prodigio-sa bomba che causò la desolazione del maestoso tempio dedicato a Minerva, e che in empia moschea s'era convertito». Un paio di settimane più tardi, ancora in una sorta di elaborazione del danno, manda a Venezia una pianta dell'Acropoli disegnata dal conte di San Felice avendo cura di farci aggiungere «diverse annotazioni intorno alle celebri sue memorie che ancora in antiche vestiggie risplendono e che mi paiono degne della riflessione curiosa».Queste che abbiamo visto finora sono le notizie ufficiali, destinate a essere lette in Senato e che viaggiavano sotto forma di dispaccio. I silenzi, in ogni caso, non riescono a coprire la verità: «La risonanza della rovina prodotta dalla bomba si propagò in tutta Europa, e la reticenza delle fonti veneziane indirettamente lo comprova».

L'Eretteo

A macerie ancora fumanti, è una rarissima testimone oculare donna a lasciarci la testimonianza più preziosa. Anna Åkerhielm, dama di compagnia della contessa Königsmarck, in diverse lettere descrisse al fratello gli eventi come le apparvero: "Quale sgomento ha provato Sua Eccellenza per la distruzione dello splendido tempio che era esistito per tremila anni e che è chiamato tempio di Minerva! Invano, tuttavia: le bombe hanno fatto il loro lavoro in modo così efficace che mai, in questo mondo, il tempio potrà essere rimesso a posto". La Åkerhielm, comunque, si procurò un souvenir dell'edificio e della sua distruzione. Mentre gironzolava sul sito del Partenone, poco dopo la resa definitiva dei turchi, raccolse un prezioso manoscritto arabo che si era miracolosamente salvato dall'esplosione della moschea. In seguito esso fu donato da suo fratello alla biblioteca di Uppsala ("un raro manoscritto dalla Grecia", come lo descrive la lettera di ringraziamento del bibliotecario), uno dei più inaspettati frammenti della diaspora del Partenone e del suo contenuto attraverso l'Europa occidentale. Un altro testimone oculare, un ufficiale di cui non ci è giunto il nome, visita il sito sei settimane dopo l'esplosione. Ammira la determinazione di Morosini che è riuscito a espugnare una fortezza che a lui apparirebbe invece imprendibile, ma poi dà il merito di tutto alla fatalità: «La conquista però della piazza si deve a una bomba caduta a caso nel tempio di Minerva, ove i turchi come asilo avevano riposte tutte le loro ricchezze, ed il bassà tutta la munizione da guerra, la quale accesa fè precipitosamente cadere quell'altissima mole, la quale, benché caduta, non ha potuto non farmi restare estatico a contemplarla». Qualche pagina più avanti si parla della mitica e inesistente cupola: «In alcuni luoghi per ornamento vi erano alcune cupole [...] in una di queste cupole [...] cadde la bomba. Il tempio tutto restò rovinato, e sfracellate in minutissima polvere restarono molte statue e molte cupole e colonne».

Particolare dell'Eretto, Portico delle Cariatidi

Simile nel contenuto è il resoconto di un ulteriore testimone, che sul finire del 1687 redige una Relatione delle cose più curiose ed antiche che si ritrovano in vicinanza di Atene dove, a poche righe dalla fine, scrive: «Dirimpetto stava il famoso [tempio] di Minerva, che più a giorni nostri erasi conservato ed oggidì è rovinato dalle bombe, le quali accendendo un magazzino di polvere l'hanno fatto saltar in aria quasi tutto [...] ora è tutto sfigurato, fu chiamato Parthenon».

Dettaglio delle metope occidentali

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