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Italia archeologica, Annibale

Annibale

Non rivedrò Cartagine, mai più. Lo sapevo da tempo, anche se continuavo con ostinazione a illudermi; ora, sono rassegnato. A prendermi hanno mandato un cugino del solo uomo che abbia saputo vincermi sul campo, il suo insi gnificante fratello e soprattutto Tito Quinzio Flaminino, un intrigante la cui fama di filelleno suona alle mie orec chie come una bestemmia: tre legati, due dei quali di rango consolare, per riportare a Roma la testa di un vecchio.


Questo è, se non mi inganno, lo scopo principale della missione giunta oggi alla corte bitinica. Q uello di dirimere i contrasti tra il mio ospite Prusia ed Eumene di Pergamo non è, in realtà, altro che un pretesto; o, meglio, l'arbitrato di Roma è il mezzo per esercitare una pressione diplomatica cui il mio regale anfitrione non avrà, temo, la forza di opporsi. Se non l'ho mal giudicato, Prusia non oserà neppure concedermi la possibilità di uscire di scena con discrezione e dignità, come già, a suo tempo, fece Antioco. Il re di Siria, infatti, sentiva di dovere almeno questo a se stesso e alla sua grandezza, mentre Prusia è impastato dell'opportunismo necessario ai piccoli per sopravvivere; e vorrà probabilmente ingraziarsi i nuovi padroni del mondo, anche a spese dell'ospite. Se così sarà, gli accorgimenti che ho preso da tempo potrebbero non bastare a salvarmi la vita.

Annibale attraversa le Alpi, Nicolas Poussin (1594–1665)

Di ciò che accade nella capitale mi informano costantemente alcuni amici, che ancora vivono a palazzo; e, poi ché un piccione viaggiatore si sposta rapido e sicuro più di qualunque messo a cavallo, ho saputo della legazione roma na per tempo, poche ore dopo il suo arrivo. Avrei dunque la possibilità di muovermi indisturbato; e forse riuscirei a fuggire. Ma a che pro? E per andar dove? Ho percorso la terra abitata per gran parte della sua lunghezza, dalle sponde dell'Atla ntico ai remoti monti d'Armenia, e per me il mondo si è fatto sempre più piccolo: tale lo ha reso il ran core tenace di Roma, che mi perseguita ovunque e mi ha precluso ormai ogni orizzonte. Resterebbe, forse, la Mace donia. I recenti fatti di Tracia hanno spinto nuovamente questa monarchia nobile e orgogliosa su una rotta di collisione con la potenza romana; e ci sarebbe, credo, ancora posto per me alla corte del mio antico alleato. Filippo, tuttavia, pur essendo alla testa di un regno autonomo e potente, è stato vinto; ed è legato alle clausole di un trattato. Benché discrezione e pazienza non siano precisamente il suo forte, vi si dovrà rassegnare se vuole, come penso, preparare la rivincita; e poiché dove io sono, là si trama inevitabilmente ai danni di Roma, non potrà concedermi asilo se non vuole rivelare anzitempo le sue vere intenzioni.


No. Credo che resterò qui. Può darsi, in fondo, che mi inganni; può darsi che la grande nemica ormai si disinteressi a me. In caso contrario mi resta ancora una speranza: all'interno di questa mia villa in vista del mare ho fatto costruire numerose uscite segrete, che mi permetteranno di cercar scampo anche all'ultimo istante. Se non riuscissi, ho già pronto un veleno indolore. Comunque sia, ho quasi sessantaquattro anni e sono stanco di fuggire.

Il lago Trasimeno, luogo di una delle più brillanti vittorie di Annibale

Alla morte, del resto, mi preparo da tempo; e sento che questa terra ondulata e sabbiosa digradante verso l'Egeo sarà l'ultima dimora del mio corpo. Proprio ad essa - ormai ne sono convinto - alludeva tanti anni fa l'ingannevole responso di Ammone. Non mi sono recato di persona a consultare quel celebre oracolo; non ho visitato l'oasi posta a sei giorni di marcia da Paraetonion, nel cuore del de¬serto libico, né ho veduto il sacro pozzo o il prezioso simulacro sulla navicella d'oro sorretta da ottanta sacerdoti; il fido Bostare è andato per me. Al dio dalle corna ricurve chiedevo allora un viatico per l'imminente impresa in Italia, nel ricordo degli eroi e dei re - Eracle, Lisandro di Sparta, Alessandro il Macedone - che avevo eletto a modelli e che a lui si erano rivolti in passato.


Pur ostentando in pubblico la massima deferenza per il divino (che mi sforzavo, del resto, di piegare ogni volta ai miei scopi), ero stato educato grecamente alla ragione, ed ero perciò personalmente scettico da tempo verso la mantica e verso ogni forma di vaticinio, segno o presagio. Alla voce di Ammone, tuttavia, fui indotto quasi mio malgrado a conceder fiducia. Tra gli oracoli che consultai allora, questo era senz'altro il più antico e famoso; e il responso del dio, nella sua illusoria evidenza - « una zolla libyssa coprirà le spoglie di Annibale » - sembrava offrirmi proprio ciò che andavo cercando, mi prometteva all'apparenza un trapasso sereno in seno alla natia terra africana, al termine di un'esistenza che mi figuravo fortunata e felice. In esso finii dunque, sia pur brevemente, per adagiarmi, ben¬ché i miei maestri greci - e soprattutto Sosilo - mi ammonissero circa l'ambiguità degli oracoli. Pochi mesi fa soltanto, tuttavia, mi si è rivelato l' inganno: Libyssa, come ho appreso non senza sgomento, è anche il nome di un phrourion Bithynias, e precisamente del villaggio presso il quale - ironia suprema - sono venuto a porre la mia ultima dimora.

La clemenza di Scipione, Nicolas Poussin

I miei precettori e io avevamo, dunque, ragione entrambi; ma avevamo, al tempo stesso, anche torto. Quanto a me, sono stato smentito nel modo più amaro; quasi a punire il mio scetticismo, il solo oracolo nel quale io abbia veramente creduto, esatto nella sostanza, si è rivelato però beffardamente elusivo nella forma, così da rovesciare negli esiti ogni mia speranza. Quanto ai miei maestri, la circostanza ha dimostrato la fallacia degli umani consigli. Se infatti, come mi hanno insegnato, è vero che chi cerca di penetrare nella sfera dell'inconoscibile cade sovente vittima di una sorta di celeste ludibrio, questa stessa punizione non può esser frutto del caso e rappresenta una sfida aperta a ogni loro razionalismo. In essa si coglie, infatti, la traccia palese del divino, o almeno la manifestazione di una forza superiore, costantemente attiva nel corso dell'esistenza, contro il cui gioco irridente l'uomo sembra non possedere alcuna difesa.


A questa forza, ne sono convinto, sto per soccombere anch'io; e sono ormai certo di esser stato guidato passo passo fin qui per incontrare un destino ineluttabile. Se così dev'essere, comunque, così sia. Ho sempre pensato che il fatalismo spinto all'estremo costituisca la forma più auten¬tica di abbandono alla volontà celeste; e ho sempre considerato questo atteggiamento come una tra le espressioni più tipiche della stirpe punica, una stirpe abituata a divinità esigenti. Questo fatalismo sento di averlo anch'io. Esso ha segnato costantemente il mio agire durante la giovinezza, e neppure il successivo, costante contatto con il mondo greco è riuscito a cancellarlo del tutto; a esso, anzi, mi richiamano, al termine della vita, le considerazioni sulla mia sorte, apparentemente decisa da un dio.


Prima di scomparire, però, vorrei almeno compiere l'ultimo sforzo per riaffermare, malgrado tutto, la mia fiducia nelle possibilità dell'uomo di influire in qualche modo sul proprio destino. Ciò posso fare solo completando questa biografia, un'opera alla quale attendo da tempo; e che spero possa ergersi, unica voce, tra me e l'esecrazione alimentata dalla propaganda dei vincitori. A tale estrema esigenza sono disposto a sacrificare persino le restanti, esigue possibilità di salvezza. Scrivo in greco. Se anche Cartagine riuscirà a sopravvivere, infatti, sarà ridotta a poten¬za di secondo rango; e il punico non avrà fortuna di sorta al di fuori dell'Africa.

Rovine dell'antica Cartagine

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