Lampi di cultura

Italia archeologica, Annibale e Zama

La battaglia di Zama, Cornelis Cort, 1567

Non aveva dormito molto, Annibale, quella notte. Lo aveva tenuto sveglio a lungo il barrire lamentoso degli elefanti, che cominciavano a soffrire per la mancanza d'acqua. Ce n'erano, al campo, ben ottanta, ma appartenevano tutti alla piccola razza africana; e non ce n'era uno solo che valesse una zanna del suo impareggiabile Siro, morto in Italia quindici anni prima, poco dopo averlo portato in groppa oltre l'Appennino. Al contrario di suo padre, egli non aveva avuto mai molta fiducia in quelle bestie imprevedibili; e anche questa volta... E tuttavia, per una certa idea che aveva in mente...


In realtà, si disse il Barcide, mentiva a sé stesso. Aveva imparato da tempo a offrirsi al sonno in ogni condizione possibile; sicché, se era rimasto sveglio a lungo, era stato senz'altro per i troppi pensieri. Aveva voluto il colloquio di quella mattina perché la sola alternativa a uno scontro dalle troppe incognite era quella di venire a patti, e occorreva almeno provarci; ma intuiva che ogni tentativo di negoziare sarebbe stato inutile. Aveva tuttavia voluto compierlo ugualmente perché era curioso di incontrare colui che aveva di fronte.


Gli pareva, in realtà, di conoscerlo da tempo. E, addirittura, al giovane rivale si era sorpreso, in quei giorni, a pensar sempre più di frequente con simpatia e persino con una singolare e contrastata forma d'affetto. Aveva cercato spesso di figurarselo, e non solo nel sembiante, ma nel formarsi e nell'evolversi della personalità, immaginandolo quale doveva esser stato negli anni dell'infanzia e della prima giovinezza; ed era giunto a chiedersi se anch'egli fosse stato un bambino prima, un giovinetto poi, solo come lo era stato lui, costantemente escluso dalla normale vita dei coetanei, rispetto ai quali lo avevano separato il rango, l'educazione, l'incoercibile senso del dovere cui veniva quotidianamente richiamato. Di un fatto, tuttavia, era sicuro; e se, da un lato, se ne sentiva personalmente fiero, dall'altro non poteva fare a meno di compiangere il Romano. Per Publio, egli se ne rendeva conto, la sua immagine doveva avere rappresentato assai presto un'ossessione e un modello, arcano e terribile dapprima, forse avvicinato con reverenza e timore, e poi vieppiù intimo e familiare con il procedere della consuetudine e dell'esperienza. Sentiva, anzi, che Scipione doveva essere vissuto in una sorta di simbiosi a distanza, eppure costante e strettissima, con lui; e, se è vero che l'esser genitore viene anche e prima di tutto dal fatto di essere un modello per chi resta dopo di noi, gli pareva quasi, benché fosse di soli undici anni maggiore, di avergli fatto da padre, per certi versi non meno di colui che gli aveva dato la vita. Di ciò, in fondo, Annibale era orgoglioso: senza falsa modestia, infatti, riteneva che Publio fosse il solo uomo mai incontrato degno di stargli a fronte; e avrebbe voluto che gli fosse veramente figlio, o almeno che il suo Amilcare somigliasse a lui.

Roma e Cartagina tra la I e la II guerra punica

Purtroppo il Romano era anche, per le sue doti, il rivale più pericoloso nel quale ci si potesse imbattere su un campo di battaglia. Quando, poco prima che lo sventurato Asdrubale Gisconio mettesse fine ai suoi giorni, Annibale aveva voluto in-contrare l'antico sodale della sua famiglia per chiedergli lumi sullo scontro dei Campi Magni, questi era ormai solo l'ombra di sé stesso, prostrato per la morte della figlia non meno che per la disgrazia politica che lo aveva travolto. Quasi fosse stato colpito da una divina percossa, sembrava avere smarrito ogni capacità di raziocinio; sicché, dopo molti mesi, ancora non sapeva capacitarsi della disfatta subita ad opera di Scipione, e nulla aveva compreso dei processi che l'avevano provocata. Ad Annibale, viceversa, i suoi incoerenti balbettii erano bastati a comprendere; e allora il Barcide non aveva saputo frenare un moto di ammirazione. Certo figlia di quella da lui eseguita sul campo di Canne, la manovra attuata da Scipione ai Campi Magni era stata però modificata in modo originale e brillante, onde poterla adattare alla struttura delle legioni; ed era, rispetto alla sua, assai più fluida e spontanea. Al primo, enorme vantaggio costituito dalla maggiore semplicità, l'intuizione di Publio ne univa poi altri due, quasi altrettanto importanti: essa conferiva infatti alle truppe di linea la capacità di eseguire l'avvolgimento praticamente per intero anche da sole, senza dovere per forza ricorrere all'apporto dei cavalieri, e la loro stessa duttilità permetteva altresì alle fanterie legionarie non solo di passare rapidamente dallo schieramento per coorti a quello per manipoli e viceversa, ma addirittura di riprendere senza difficoltà, in caso di bisogno, l'originaria disposizione in quincunce, tornando a esercitare frontalmente sul nemico la pressione reiterata dei propri scaglioni.


Publio aveva inoltre dalla sua anche quasi tutti gli altri vantaggi. Malgrado fosse riuscito a raccogliere una forza di quarantamila uomini circa, numericamente alquanto superiore a quella del nemico, Annibale avrebbe avuto bisogno infatti di più tempo per forgiarla: le truppe di cui disponeva erano in gran parte ancora poco addestrate o poco disciplinate, e i nuovi non erano sufficientemente amalgamati con i veterani d'Italia. Persino questi ultimi, infine, erano duramente provati dai lunghi anni di guerra; e non si poteva chieder loro più di quanto potessero dare. L'esercito di Scipione, al contrario, era solido e duttile, brillante e compatto; tanto che gli riusciva difficile credere che a comporlo fossero gli scarti delle truppe romane, quelle legiones Cannenses che riunivano i superstiti delle sue molte vittorie in Italia. Era, inoltre, ciecamente devoto al suo comandante e inebriato non solo dai recenti successi, ma dalla sensazione che l'indirizzo della guerra fosse ormai irrimediabilmente cambiato. Peggio ancora: Scipione aveva dalla sua, a proteggergli i fianchi e a scoprire quelli del nemico, la cavalleria berbera che aveva permesso tutti i passati trionfi del Cartaginese.

Annibale conta gli anelli strappati ai cavalieri romani uccisi nella battaglia di Canne, Sébastien Slodtz, 1704

Annibale sentiva di stimare quell'uomo, che fin lì non aveva sbagliato una mossa, più di ogni altro che avesse mai conosciuto; e tuttavia, per il bene di Cartagine, nei prossimi giorni avrebbe cercato di vincerlo e addirittura di ucciderlo. Anzi, se avesse potuto, per amore della patria lo avrebbe cancellato dal mondo con un gesto prima ancora di affrontarlo sul campo. Necessità... ananke, pensò, la più dura maestra di vita; quella stessa ananke che lo aveva inesorabilmente guidato fin lì, in una situazione tanto difficile da affrontare. Solo il destino, dunque, era da biasimare; il destino che li aveva messi di fronte. Malgrado fosse stato educato grecamente alla ragione, malgrado fosse personalmente scettico da tempo verso la mantica e verso ogni forma di vaticinio, segno o presagio, Annibale aveva cercato, all'inizio stesso della sua lunga avventura, di conoscere il futuro; ma aveva dovuto constatare, attraverso l'ambigua verità degli oracoli, quanto ogni umano tentativo di penetrare la sfera dell'inconoscibile fosse esposto a una sorta di celeste ludibrio e come nulla, in realtà, si potesse fare per opporsi a quella forza superiore costantemente attiva nel corso dell'esistenza, una forza contro il cui gioco irridente l'uomo era uno zimbello senza difesa. Era stata certamente quella forza - Annibale lo sentiva - che li aveva guidati entrambi passo passo fin lì, lui e Publio. Che dovessero incontrarsi era evidentemente scritto da sempre; e al termine del lungo percorso li attendeva un destino forse opposto, ma ugualmente ineluttabile. Il suo - purtroppo - temeva di conoscerlo già: tutti i segni gli erano infatti contrari.


Poteva parer fatalismo, il suo; e forse lo era... Poco male. Aveva sempre pensato che l'estremo abbandono costituisse la forma più autentica di adesione alla volontà celeste, se ve n'era una; e aveva sempre considerato questo atteggiamento come una tra le espressioni più caratteristiche della stirpe punica, una stirpe abituata a divinità esigenti. Per essere il più nobile dei sentimenti, tuttavia, il fatalismo doveva restare immune da ogni forma di rassegnazione; in tal caso infatti, e solo in tal caso, era capace di spingere al dovere fino al sacrificio. Dal canto suo, Annibale era sicuro di non aver ceduto mai alla rinuncia; e dunque contava anche questa volta di sapersi battere al meglio, senza tremare o implorare gli dei, qualunque fosse la sorte che gli era riservata. Quella che lo attendeva era, comunque, la prova più difficile della sua vita, difficile più del passaggio delle Alpi, più delle lunghe marce tra mille pericoli o delle stesse battaglie tante volte combattute contro forze soverchianti.

Annibale attraversa le Alpi, affresco di Jacopo Rimanda, 1510, particolare

Giunto di fronte al suo giovane rivale per lo scontro più importante della guerra - che è sempre l'ultimo; e quello sarebbe stato l'ultimo comunque - avrebbe dovuto accantonare d'un colpo solo le soluzioni tattiche passate, rese inapplicabili da una situazione militare profondamente mutata; e avrebbe dovuto risolvere un duplice, difficilissimo problema. Avrebbe dovuto, innanzitutto, cercar di neutralizzare in qualche modo i cavalieri dell'avversario, poiché una battaglia impostata sull'uso delle cavallerie, come le tante da lui combattute e vinte in passato, non gli avrebbe questa volta lasciato scampo. Avrebbe dovuto poi trovare una contromossa originale da opporre alla nuova manovra concepita dal Romano. Si poteva fare? Forse... In fondo - si disse Annibale - non gli mancavano alcuni piccoli vantaggi; e, tra questi, sia la possibilità di schierare un numero cospicuo di elefanti, sia la capacità delle sue truppe di comportarsi, a differenza di quelle nemiche, tutte come fanterie di linea. Infine, il proconsole era ancora giovane; e gli mancava probabilmente un poco d'esperienza. Forse, ma questo poteva solo sperarlo, dei giovani Publio aveva anche l'impazienza e la naturale inclinazione a considerare superati i più anziani. Se lo avesse sottovalutato, avrebbe potuto concedergli un sia pur minimo vantaggio; se lo avesse trattato con la sufficienza riservata a un maestro che non aveva più nulla da dire, gli avrebbe forse offerto un'ultima, esigua, possibilità di vittoria. Erano così simili, in fondo, lui e Scipione...

Colloquio tra Annibale e Scipione poco prima della battaglia, arazzo fiammingo del Seicento

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