Lampi di cultura

Italia archeologica, I Greci e le popolazioni anelleniche in Campania

L'espansione greca tra l'VIII e il VI secolo a.C

Agli inizi dell'Età del Ferro la Campania è popolata da genti diverse sia per origine che per cultura. Allo stato delle nostre conoscenze, gli abitati più antichi sono quelli di Capua, di Pontecagnano a sud di Salerno e di Sala Consilina nel Vallo di Diano, al confine con la Basilicata.

Come accade in genere per il periodo protostorico, questi centri sono noti principalmente dalle necropoli: queste si caratterizzano, come in Etruria, per l'uso prevalente dell'incinerazione, che peraltro in Campania convive fin dall'inizio con l'inumazione. I resti cremati, insieme agli oggetti personali (fibule, ornamenti, armi per gli uomini e accessori per la filatura per le donne), vengono custoditi in un ossuario di forma biconica ricoperto da uno scodellone; una parte delle tombe maschili presenta, in luogo dello scodellone, l'imitazione fittile di un elmo in bronzo. Mentre nella prima metà del IX secolo la società offre di se stessa un'immagine improntata a criteri di eguaglianza, già dalla metà del IX secolo incomincia a delinearsi una chiara gerarchia socio-economica; in alcune tombe incominciano inoltre ad apparire oggetti d'importazione provenienti da regioni anche lontane del bacino tirrenico, come i vasi con decorazione "a tenda" dalla Basilicata, alcuni tipi di spade dalla Calabria, la ceramica con decorazione "piumata" dalla Sicilia e alcuni bronzetti sardi. Non è detto che questi oggetti siano il segno di scambi di carattere mercantile: la loro presenza può imputarsi, a seconda della loro natura, a scambi cerimoniali o anche matrimoniali; ma la stessa vivacità dei contatti rivela, negli ambienti indigeni, una mobilità insospettata; la lunghezza dei percorsi affrontati presuppone inoltre motivazioni importanti. È probabile che al fondo vi fossero bisogni elementari, come la ricerca dei metalli, e che altri soggetti, come ad esempio i Fenici, potessero aver giocato a volte il ruolo di intermediari. Ma queste considerazioni non bastano a dare, del quadro, una visione riduttiva: alla fine del IX secolo, alla vigilia della ripresa dei rapporti con il mondo greco, Pontecagnano era in un momento di veloce sviluppo.

Elmo fittile, inizi metà dell'VIII secolo a.C., Pontecagnano

Pontecagnano come Capua sono realtà estranee all'ambiente campano: qui la facies locale è quella che, dal rituale funerario, prende il nome di "cultura delle tombe a fossa", per l'uso esclusivo dell'inumazione.

Ancora più profonda è la differenza in ambito socio-economico. Gli abitati, di carattere agricolo, dovevano avere l'aspetto e le dimensioni di villaggi, come del resto dicono anche le fonti. Nella valle del Sarno, ad esempio, essi sorgevano a breve distanza l'uno dall'altro; lo spazio destinato ai sepolcreti era molto vasto; le tombe, a fossa, spesso di enormi dimensioni, erano situate al centro di aree circolari, coperte probabilmente da una capanna destinata al morto. Queste si aprivano su stradine parallele, disegnando come l'immagine di un villaggio.

Tra la fine del IX e il primo quarto dell'VIII secolo a. C. riprendono le navigazioni greche verso Occidente: esse partono principalmente dall'Eubea, la grande isola prossima alle coste dell'Attica, che - a differenza di altre regioni della Grecia - aveva attraversato indenne i secoli bui del cosiddetto Medioevo Ellenico. Nella scia delle navigazioni fenicie, le navi euboiche toccano la Sicilia e raggiungono le coste del medio Tirreno. Esse portano a bordo, tra l'altro, i vasi per il consumo del vino: le coppe con la decorazione dipinta recanti in genere, nella fascia fra le anse, file di chevrons. Questi vasi, destinati allo scambio cerimoniale con i rappresentanti delle élites indigene, sono stati ritrovati - in numero modesto - a Veio, Capua, Cuma, Pontecagnano; qualche esemplare isolato proviene anche da altri centri dell'area tirrenica.

Oinoche in argento, VII secolo a.C., tomba di Pontecagnano

Che cosa cercavano questi Ulisse, che si avventuravano in viaggi perigliosi, al di fuori di ogni possibilità di calcolo economico? Si è pensato ancora una volta ai metalli: alle grandi risorse minerarie dei Monti della Tolfa, tra Tarquinia e Caere, dell'Elba e delle Colline Metallifere dell'Etruria settentrionale. È probabile che questo fosse uno dei moventi; ma il ventaglio delle attese doveva essere ampio; esso comprendeva ogni genere di opportunità che potesse presentarsi nel piccolo scambio connaturato alla navigazione più antica.

Nel quadro di questi primi contatti, un momento cruciale è rappresentato dalla creazione di un emporio stabile a Pitecusa, nell'isola d'Ischia; questa iniziativa, databile alla metà dell'VIII secolo, segna la fine dello scambio occasionale e l'inizio di un rapporto ben definito: Pitecusa è un centro di artigiani e di mercanti, situato all'estremo occidentale di una rotta che, all'altro estremo, ha il suo pendant nell'attuale al-Mina, sulle coste della Siria settentrionale, alle foci dell'Oronte.

Da Pitecusa si instaurano quindi contatti con i villaggi agricoli della piana del Sarno: qui le élites sono sensibili al fascino della cultura greca, e lo statico ambiente locale vorrebbe trasformarsi, ma non ha maturato in sé le premesse di questa trasformazione. Il processo si interrompe quando mutano gli interessi dell'interlocutore greco. Il grande cambiamento è segnato, intorno al 740 a.C., dalla fondazione della prima colonia greca, Cuma, per iniziativa delle stesse genti dell'Eubea che avevano riscoperto l'Occidente. Si tratta di una iniziativa tale da mutare gli equilibri complessivi di un'area, ed essa poté prodursi in Campania proprio in virtù della sua complessità etnica e politica.

Kotyle in argento, VII secolo a.C., Pontecagnano

Cuma fu, per Pontecagnano e per Capua, un interlocutore e un modello: la sua presenza contribuì a dare un esito definitivo al processo di crescita già in atto in questi centri. Tra lo scorcio dell'VIII e la prima metà del VII secolo a.C. si determina infatti, in area tirrenica, un processo di omologazione dei ceti aristocratici, che prescinde dalle differenze etniche: la società si articola in vasti gruppi di parentela che integrano al loro interno anche i clientes. Il funzionamento della società è affidato alle gentes, che hanno capacità d'iniziativa in ogni campo; esse intrattengono rapporti con gentes di altre città, e possono assumersi il peso di una guerra o della fondazione di un nuovo insediamento.

Attraverso rapporti di solidarietà gentilizia, o iniziative di singole gentes, piuttosto che attraverso forme di dominazione politica, si realizza, tra lo scorcio del VII e i primi anni del VI secolo, l'affermazione della egemonia etrusca in Campania.

Alabastron con figura di gorgone, VI secolo a.C., Pontecagnano

Nella produzione artigianale, l'egemonia culturale etrusca si manifesta attraverso l'adozione generalizzata della ceramica di bucchero, tipica dell'Etruria: si tratta di una classe di ceramica di colore scuro non solo sulla superficie ma nel corpo stesso dell'argilla; la tecnica, e la nitida articolazione della forma rende i vasi di bucchero simili al vasellame metallico, e questo ne spiega la straordinaria fortuna. Mentre nel VII secolo i vasi di bucchero, dalla superficie nera lucente e dalle pareti sottili, sono oggetto d'importazione, dallo scorcio del secolo nascono in molti centri della Campania officine locali; queste, uniformandosi agli standards ormai prevalenti anche in Etruria, producono vasi dalle pareti spesse e dalla forma meno elegante, inoltre essi non esitano a inserire, nel repertorio etrusco, forme e motivi decorativi locali. Si può dire che non vi sia centro della Campania che, nel corso del secolo, non faccia uso prevalente di vasellame di bucchero. Solo in centri particolarmente avanzati, come Pontecagnano, nasce anche una produzione di ceramica figurata, opera di artigiani etruschi che imitano la celebre ceramica di Corinto. Questa è particolarmente diffusa a Pontecagnano e a Capua. Nei corredi tombali la ceramica attica a figure nere, dopo qualche precoce apparizione di vasi del gruppo del Pittore della Gorgone, diviene frequente solo dopo la metà del secolo. La produzione dei grandi maestri a figure rosse è documentata soprattutto a Nola e, in misura minore, a Fratte, molto diffusa è la presenza di coppe ioniche e di ceramica di tradizione ionica.

Antefissa con testa femminile inserita in fiore di loto, VI secolo a.C., Capua

Nel corso del VI secolo, Pontecagnano vede il proprio ruolo ridimensionato, in un sistertfa nel quale predominano da un lato la greca Poseidonia, dall'altro il nuovo centro etrusco di Fratte, presso Salerno; il centro egemone in Campania è ormai Capua.

Fin dallo scorcio del VII secolo i corredi tombali, ricchi di ceramica corinzia e di vasellame di bronzo, dimostrano l'opulenza di un ceto aristocratico raffinato. In questo momento la città è al centro di un commercio di beni di lusso che, dai luoghi di produzione più vari, greci o italici, convergono a Capua e trovano lì il loro centro di irradiazione. Il rinvenimento, fuori della Campania, di tombe di guerriero caratterizzate dalla presenza dell'elmo corinzio, di altri elementi di armatura, nonché di brocche e bacini di bronzo simili a quelli che si rinvengono a Capua, dimostrano che la città ebbe un ruolo importante nella graduale penetrazione di elementi etrusco-campani nella Basilicata e nell'area ofantina. Già nella prima metà del VI secolo si determina a Capua un notevole sviluppo dell'edilizia monumentale, indiziato dalla straordinaria produzione di terrecotte architettoniche, e in particolare delle antefisse figurate. Il carattere vario e complesso della produzione, la vivacità delle influenze culturali, prima corinzia e poi ionica, si rilevano dall'enorme congerie di materiali rinvenuti soprattutto nel santuario suburbano del fondo Patturelli. Dopo la metà del secolo, Capua concorre con Cuma e Pitecusa all'elaborazione di un particolare sistema di rivestimento, che si diffonde in tutta la Campania, dal Santuario di Marica alla foce del Garigliano, al tempio arcaico di Apollo sul foro di Pompei, all'edificio sacro sull'acropoli di Fratte presso Salerno, fino a quello che doveva essere il thesaurós di una città campana, nell'achea Poseidonia. Questi templi, con la loro tipica impronta capuana, dovevano essere il segno tangibile di una egemonia politica e culturale, che Capua deteneva grazie all'accordo tra il suo ceto aristocratico e quello di Cuma.

Fino ai primi decenni del V secolo, Capua sviluppò una produzione artigianale ampia e varia. Oltre alle terrecotte architettoniche, alle quali si è già accennato, occorre ricordare la ceramica dipinta a figure nere e soprattutto la celebre produzione di bronzi, nella quale spiccano i lebeti con il coperchio sormontato da figurine a tutto tondo.

Tempio di Zeus, Cuma

Fu proprio il grande sviluppo della città a determinarne sulla distanza il crollo: lo sviluppo dell'attività edilizia e della produzione artigianale favorì il progressivo inurbamento del ceto rurale campano, che assunse un ruolo sempre piìi determinante, come forza lavoro, all'interno della città. Gli equilibri politici, sulla costa, erano intanto cambiati: la nuova città greca, Neapolis, fondata verso il 470, aveva ridimensionato il ruolo di Cuma; la sua politica accorta aveva portato al progressivo inserimento di elementi campani nel governo stesso della città: il contrasto tra la condizione paritaria dei Campani a Napoli e quella subalterna e marginale in città aristocratiche come Cuma e Capua, dovè diventare stridente. Così i Campani rovesciarono i ceti dominanti, prima a Capua (423 a.C.) poi a Cuma (421 a.C.); il modo in cui i fatti si svolsero è descritto chiaramente da Livio, che spiega come a Capua la presa del potere da parte dei Campani avvenne dall'interno, dopo un periodo di convivenza dei Campani con gli Etruschi nella città. Con la caduta di Capua e Cuma si determinò una situazione favorevole per Neapolis che, grazie alla sua politica illuminata, godeva di ottime relazioni con i Campani. Dopo la spedizione in Sicilia, e il ridimensionamento delle ambizioni di Atene, Neapolis divenne il suo principale interlocutore in Occidente; essa drenava dal retroterra campano il grano per le navi ateniesi, che approdavano con il loro carico, che comprendeva tra l'altro la ceramica dipinta destinata ormai ad un commercio di tipo coloniale. In questo modo, nel corso del IV secolo, Neapolis diventa il motore economico di un vasto retroterra agricolo, che si viene popolando di nuovi centri: la città funziona infatti come polo di attrazione per elementi campani e sanniti che si inurbano e finiscono per concentrarsi nel sito del primitivo insediamento greco, la Palaepolis.

L'anfiteatro di Capua

Questo nuovo assetto verrà messo in crisi quando un nuovo interlocutore vorrà trovar posto nella più fertile piana costiera: nel 343 a.C. i Sanniti, quelli delle montagne, che fino ad allora erano rimasti esclusi dal rapporto con Greci ed Etruschi, attaccano i Sidicini che chiedono aiuto ai Campani; Roma trova l'occasione per inserirsi a sud, e corre in soccorso dei suoi alleati recenti. E l'inizio delle guerre sannitiche, che termineranno con l'affermarsi del predominio di Roma.

Nonostante sia un periodo di continui scontri tra Roma e i Sanniti, la seconda metà del IV secolo non corrisponde tuttavia a un periodo buio: fioriscono i santuari a Capua, Cales e Teano; si sviluppa a Capua e a Cuma la produzione di vasi a figure rosse: la loro intensa circolazione tra Campania e Sannio caudino denota un relativo benessere da parte di quelle popolazioni.

Sono proprio i Caudini la punta più avanzata dei Sanniti: il loro lungo contatto con Greci ed Etruschi li aveva integrati nella koinè culturale campana; si costruisce nel mondo sannita la tradizione di una comune origine spartana. Le fonti narrano di un incontro di Ponzio Erennio, il padre del vincitore alle Forche Caudine, con Archita, il grande uomo di stato e filosofo pitagorico tarentino, e con Platone. La fine del mondo italico segue piuttosto alla conclusione della terza guerra sannitica e alla completa romanizzazione del Mezzogiorno.

La conquista romana dell'Italia

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