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Lampi di cultura

Italia archeologica, L'incontro dei greci con le genti anelleniche della Puglia

L'espansione greca tra l'VIII e il VI secolo a.C.

L'incontro dei Greci con le popolazioni indigene della Puglia non costituisce un "episodio" puntuale e unitario nemmeno nella sua fase iniziale, poiché avviene in tempi e modi differenziati, in rapporto al gruppo etnico coinvolto. Né può essere trascurata la fase dei contatti "precoloniali", anche se la si vuole limitare alla colonizzazione greca di età storica. In ogni caso, prima di affrontare tale fase più recente, bisogna almeno ricordare che la frequentazione delle coste dell'Italia meridionale da parte di naviganti micenei, negli ultimi secoli del II millennio a.C., deve aver diffuso i primi impulsi culturali di tipo ellenico tra le genti della penisola italica. Essi potrebbero essere riconosciuti sia in alcuni aspetti della tecnica artigianale (la ceramica depurata e decorata da motivi dipinti), sia nella sfera religiosa, nel cui ambito rientra la conoscenza delle principali divinità greche e il loro collegamento con quelle indigene.

Il ricordo di tali contatti, confluito nella tradizione leggendaria ellenica, la quale colloca tante imprese di semidei e di eroi nelle terre d'Occidente, deve aver reso meno estranei agli occhi dei Greci di età storica i barbari d'Italia e relativamente meno difficile la ripresa dei rapporti con essi dopo la crisi del Medioevo Ellenico. La prova concreta di tale ripresa di contatti è data dalla presenza di frammenti di ceramica greca in alcuni siti, soprattutto costieri, della penisola salentina, la quale costituiva il primo approdo nella navigazione di cabotaggio verso Occidente. Rari sono i frammenti risalenti alla fine del IX e alla prima metà dell'VIII secolo a.C., i quali appartengono alla ceramica corinzia e, in misura minore, a quella euboica e cicladica (oinochoai, skyphoi, protokotylai; cui vanno aggiunti i grossi contenitori da trasporto, come le olle, gli anforoni, le hydriai, i pithoi). Essi sono presenti negli insediamenti iapigii di Otranto e di Porto Cesareo.

A questa prima fase, che precede in assoluto la fondazione di tutte le colonie greche d'Italia e di Sicilia, segue quella, molto meglio documentata, corrispondente alla seconda metà dell'VIII secolo e contemporanea alle più antiche colonie, la quale si conclude, negli ultimi anni dello stesso secolo, con la fondazione di Taranto in territorio iapigio. In questa seconda fase è preminente, insieme ai contenitori da trasporto, la ceramica fine da mensa di produzione corinzia, che è presente soprattutto nei siti costieri di Otranto e di Satùro, ma anche in altri più all'interno, come Vaste, Cavallino, Muro Leccese, Valesio, Monte Sannace. Gli apporti ellenici finora ricordati si inseriscono in contesti nettamente locali, in cui rappresentano l'elemento esotico o di prestigio per i gruppi dominanti di ciascuna comunità indigena. Gli indigeni della Puglia erano, appunto, gli Iapigi, articolati, procedendo da sud verso nord, nei tre gruppi tribali dei Messapi (o Calabri e Salentini), dei Peucezi (o Pediculi) e dei Dauni. Per comprendere meglio i limiti e le forme assunte dalla colonizzazione greca in Puglia è necessario, a questo punto, delineare brevemente le caratteristiche principali della cultura iapigia della Prima Età del Ferro, con la quale vennero in contatto i Greci e nella quale si inserirono con la fondazione di Taranto. Gli abitati iapigii di questa età sono diversi secondo la posizione che occupano: sulla costa, oppure nelle pianure o sulle colline dell'interno. I primi appaiono compatti, essendo concentrati in luoghi difesi naturalmente, ossia punte protese nel mare o zone lagunari. I secondi, invece, occupano ampie superfici con gruppi sparsi di capanne e di tombe e sono collegati a un luogo di convergenza, meglio difendibile in caso di pericolo.

In mancanza di tale possibilità è probabile che la difesa dell'abitato o di parte di esso fosse affidata a semplici palizzate e fossati. Le abitazioni erano formate da capanne a pianta ovale o tondeggiante, con pareti e copertura di rami e di canne, sostenute da pali e rese impermeabili da strati di argilla. Nella Puglia centromeridionale questo tipo di capanna presenta un muretto di pietrame a secco lungo il perimetro di base.

Statua bronzea di Zeus, 500 a.C.

Strettamente legate ai nuclei di capanne e quindi all'interno dell'intero insediamento si trovano le necropoli, caratterizzate in tutta la regione dall'uso dell'inumazione, con il cadavere adagiato su un fianco a gambe e braccia flesse. Il tipo di tomba di gran lunga più diffuso è quello a fossa, cui si affianca, soprattutto nella Puglia centrale, quello a tumulo e, destinato agli infanti, quello dentro recipienti. I corredi funerari erano formati da oggetti metallici e da vasi fittili. Tra i primi sono abbondanti le fibule, che comprendono tipi comuni nelle necropoli dell'Italia meridionale (ad arco serpeggiante, cosiddette siciliane, oppure in due pezzi), insieme ad altri propri dell''area adriatica, come quelle a doppia spirale (cosiddette a occhiali), nelle diverse varianti.

Un'analoga origine hanno i bronzetti figurati, sia in lamina, sia in metallo fuso, presenti soprattutto nell'area settentrionale, i quali non appaiono per nulla inferiori, sul piano stilistico e tecnico, ai contemporanei esemplari ellenici. Lo stesso si può dire delle piccole figurine di terracotta e della produzione vascolare dipinta. Quest'ultima risale alla fase finale dell'Età del Bronzo ed è caratterizzata da forme generalmente globose o biconiche, modellate senza l'ausilio del tornio e decorate da motivi geometrici di colore bruno-nero opaco, stesi sulla superficie chiara del vaso. Da questa ceramica, detta Geometrico Iapigio, si distingue per forme e per decorazione, a partire dall'inizio dell'VIII secolo, quella dell'area settentrionale, detta Geometrico Protodaunio. Entrambe le produzioni sembrano risentire, nella seconda metà dello stesso secolo, del contatto con le ceramiche corinzie tardogeometriche, abbastanza diffuse ormai nel territorio iapigio, da cui assumono numerosi motivi geometrici.

Va rilevato, infine, che la ceramica protodaunia si diffonde ampiamente al di fuori dell'area di produzione, sia in Campania, sia, soprattutto, in ambiente adriatico (Piceno, Dalmazia, Istria), fino a raggiungere la Slovenia.

Passando a considerazioni di carattere più generale è certo che la fonte di ricchezza più diffusa e consistente per le popolazioni iapigie è stata l'agricoltura, integrata dall'allevamento del bestiame. Anche l'artigianato, articolato e abbastanza sviluppato, deve aver soddisfatto le esigenze del mercato interno, consentendo una notevole e duratura autonomia. Ciò, però, non ha impedito rapporti e forme di scambio con altri popoli, già molto prima dell'arrivo dei coloni greci nella regione, come quelli dei Dauni con le popolazioni della Campania e dell'area adriatica e quelli dei Messapi con l'Epiro e con la Grecia stessa. Non sembra che in questa età le genti iapigie fossero già articolate in classi sociali; la documentazione archeologica sembra riportarci, piuttosto, a gruppi socialmente indifferenziati, guidati da capi. Il surplus economico della comunità veniva utilizzato, quindi, dal capo e dalla sua famiglia per l'acquisto di beni di prestigio, che esaltavano la sua posizione di rilievo nell'ambito del gruppo di appartenenza. Il quadro della civiltà iapigia, che si ricava da quanto detto finora, concorre a sciogliere un vecchio problema in apparenza inspiegabile, quello cioè dell'assenza di colonie greche in Puglia, fatta eccezione per la sola Taranto, fondata in una fase non iniziale e al margine di quel territorio. È vero, ma solo in parte, che la ricerca dei metalli avrebbe spinto i primi naviganti greci verso le coste tirreniche della penisola, piuttosto che sull'Adriatico; ma questo argomento non vale per le colonie interessate al popolamento e allo sfruttamento agricolo di nuovi territori. Infatti la vicinanza della Puglia alle sedi di provenienza e la fertilità delle sue pianure avrebbero dovuto attirare, comunque, l'interesse dei primi coloni greci. Se ciò non è avvenuto, le cause devono essere state altre: il popolamento denso e diffuso del territorio iapigio, il collegamento delle popolazioni indigene tra loro e con altre, il controllo dei mari da parte dei "pirati" illirici, ma anche, presumibilmente, iapigii. In conclusione l'elevato grado di civiltà delle popolazioni indigene della Puglia deve avere contribuito, in maniera determinante, a scoraggiare la colonizzazione greca in questa regione.

Idria prtolucana a figure rosse 400 a.C.

Nel contesto culturale sopra descritto si colloca un episodio denso di conseguenze, l'occupazione dell'area tarantina da parte di coloni spartani. L'arrivo degli Spartani sarebbe avvenuto, secondo la datazione tradizionale, nel 706 a.C., distruggendo e interrompendo la vita di due fiorenti villaggi iapigii, quello della penisola tarantina e quello di Satùro, pochi chilometri a sud di Taranto, sulla costa. Dopo l'occupazione del più importante approdo del golfo di Taranto, gli Spartani devono essersi impegnati subito a conquistare il territorio circostante, indispensabile alla sopravvivenza della nuova città, strappandolo, come aveva predetto l'oracolo, agli Iapigi, i quali furono costretti a ritirarsi verso l'interno. Una prova archeologica dell'immediata occupazione dell'entroterra da parte dei Tarantini a danno degli Iapigi, è stata offerta recentemente dal ritrovamento, a Crispiano, in località l'Amastuola, di un abitato di tipo greco della prima metà del VII secolo, il quale appare immediatamente sovrapposto a un villaggio capannicolo iapigio. Una possibile, ulteriore espansione tarantina verso occidente, lungo il golfo di Taranto verrà bloccata, nella seconda metà del VII secolo, dalla fondazione di Metaponto, propiziata a tale scopo da Sibari.

A partire dalla fondazione di Taranto cominciano l'incontro e lo scontro tra la cultura ellenica e quella iapigia. Quest'ultima, tuttavia, perde il precedente aspetto unitario, cominciando ad articolarsi nelle sue tre principali regioni storiche: la Messapia, la Peucezia e la Daunia. A questo fenomeno deve aver concorso sia l'autonomo sviluppo dei tre sottogruppi etnici, sia l'intensità dei loro rapporti con il mondo greco, massima nell'area salentina e minima nella lontana Daunia. Infatti per tutta l'età arcaica, nonostante i continui scontri militari, la civiltà greca, nei suoi diversi aspetti, si diffonde ampiamente nel mondo messapico-peucezio fino al 473 a.C., data tradizionale della sconfitta campale subita da Taranto e da Reggio da parte dei Messapi e dei Peucezi tra loro alleati. Da quel momento si avverte una profonda crisi nei rapporti tra Taranto e le popolazioni anelleniche della Puglia, la quale dura per circa un cinquantennio, prima della nuova e definitiva ondata ellenizzante. Durante l'età arcaica, tuttavia, erano stati trasmessi, in maniera irreversibile, alle gemi indigene alcuni dei caratteri fondamentali della civiltà greca, che si erano sostituiti, in molti casi, a quelli originari. Ad essi si può appena accennare in questa sede, così come si deve rilevare che difficilmente sono riscontrabili archeologicamente le modifiche intervenute nella sfera spirituale. Un'evidente acquisizione degli Iapigi dal mondo greco è riscontrabile nell'edilizia privata, con l'abbandono delle precedenti capanne straminee e l'introduzione di case con ambienti a pianta regolare, formate alla base da muri di pietre a secco, dall'elevato in mattoni crudi e dal tetto di tegole fittili. Anche l'artigianato della ceramica, così profondamente radicato nella cultura indigena, subisce l'influenza greca, dapprima solo sul piano tecnico, con l'introduzione del tornio e in seguito anche sul piano stilistico, con la produzione di ceramiche decorate a fasce, d'uso più corrente e, in un tentativo malriuscito, di vasi a figure brune. Le suddette innovazioni appaiono precocemente in Messapia e, per il contatto con Metaponto attraverso la valle del Bradano, in Peucezia; mentre giungono più tardi e limitate all'area ofantina in Daunia. Ancora isolato e oggetto di differenti ricostruzioni è il precoce impianto urbano di Cavallino, il quale si sviluppa dalla metà del VI secolo a.C. alla fine del primo venticinquennio del V, interrompendosi in concomitanza con la crisi scoppiata tra Iapigi e Tarantini. In altri siti, come a Monte Sannace, sono attestati edifici di tipo greco, ma manca nella loro disposizione un qualsiasi principio urbanistico. Al modello greco sono attribuibili, già dalla fase arcaica e soprattutto in seguito, la costruzione di fortificazioni urbiche, formate spesso da regolari assise di blocchi squadrati. Passando alla sfera della religione e dei culti è certo un processo di identificazione tra le divinità indigene e quelle greche, testimoniato dall'esistenza di santuari misti, come quello di Monte Papalucio, presso Oria, e di figure di divinità di aspetto greco, venerate in centri indigeni. Questo secondo caso è illustrato dalla celebre statua di bronzo di Zeus, trovata nel centro messapico di Ugento e fabbricata, quasi certamente, a Taranto. Una particolare attenzione merita, ancora, la diffusione, soprattutto nel Salento, a partire dalla seconda metà del VI secolo, di iscrizioni in lingua messapica, grazie all'adozione di un alfabeto laconico-tarantino arcaico. Un favore non minore, anche se inizialmente limitato ai gruppi aristocratici, riscuote la pratica del banchetto di tipo greco, riscontrabile nel vasellame e nei caratteristici utensili metallici che si rinvengono nei corredi funerari più ricchi. Analogamente si diffonde o viene volutamente ostentato un costume tipico della paideia ellenica, cioè la frequentazione della palestra, documentato precocemente in una ricca tomba dipinta di Ugento della fine del VI secolo.

Cratere protoapulo a figure rosse V-IV secolo a.C.

Durante il cinquantennio di crisi tra Taranto e le popolazioni anelleniche della Puglia, queste ultime intensificano i rapporti con altri interlocutori greci, ossia con Metaponto, lungo la valle del Bradano, e con gli Ateniesi, lungo la costa adriatica. Questa situazione comincia a mutare decisamente a partire dall'ultimo trentennio del V secolo, dopo la guerra tra Thurii e Taranto, risoltasi sostanzialmente in favore della seconda, e dopo la fondazione di Eraclea nel 433-432 a.C., che viene a chiudere Metaponto sul versante occidentale. Infatti la leadership nei rapporti con i centri indigeni della Peucezia e della Daunia meridionale, mantenuta saldamente da Metaponto nei decenni centrali del V secolo, viene gradualmente sottratta alla vecchia rivale da Taranto, la quale se ne impossessa totalmente a partire dal secondo venticinquennio del secolo a.C. Questo graduale ma deciso processo di sostituzione della presenza metapontina con quella tarantina è stato accertato, tra l'altro, attraverso l'esame delle importazioni nel territorio daunio-peucezio delle ceramiche a figure rosse delle due rispettive produzioni. Un analogo fenomeno si riscontra sulla costa adriatica, dove già verso la fine del V secolo si rarefanno i prodotti di provenienza ateniese, ovvio effetto della disastrosa conclusione della guerra del Peloponneso. L'importanza politica e militare raggiunta da Taranto nel secolo a.C., allorché assume anche la guida delle città italiote, rende questa città la vera protagonista della profonda e definitiva ellenizzazione del territorio pugliese. Questo fenomeno comprende tutto il IV secolo e i primi decenni del successivo, fino alla sconfitta subita dai Tarantini nella guerra con i Romani, cioè fino all'inizio del successivo processo di romanizzazione. L'aspetto più evidente di questa nuova fase di ellenizzazione consiste nell'estensione, anche all'area settentrionale della regione, di alcuni di quegli apporti culturali ellenici acquisiti già nella fase arcaica dai centri indigeni della Puglia centromeridionale. Questo si può riscontrare sia in certe innovazioni tecnologiche, come l'introduzione del tornio nella lavorazione della ceramica, sia nell'acquisizione, a livelli sempre meno esclusivamente elitari, di un'ideologia ellenica, nella quale rientrano la pratica del banchetto e quella della palestra.

Manduria, resti delle mura messapiche

Un'identica trasformazione si verifica nella sfera delle credenze religiose e dei riti funerari, non sempre di agevole lettura. Passando a una sfera diversa, ma non meno importante, quella dell'arte militare, potente e decisivo deve essere stato l'esempio ellenico, saggiato in infinite occasioni di scontro, per le popolazioni indigene. che, con l'acquisizione dell'armamento oplitico e con l'uso strategico della cavalleria, riescono a competere alla pari con gli eserciti delle città italiote. Nello stesso ambito rientra il netto miglioramento delle fortificazioni urbane, le quali si moltiplicano in questa età di instabilità politica, acquisendo, forse anche con l'intervento di architetti greci, le tecniche costruttive e gli accorgimenti della più avanzata poliorcetica ellenica. La diffusione di potenti fortificazioni urbane costituisce la causa e l'effetto dell'acquisizione definitiva, da parte delle popolazioni anelleniche, del modello di insediamento urbano di tipo greco e del generale abbandono del sistema di occupazione del territorio vicano-paganico, caratteristico delle genti iapigie sin dalle origini. Infine un'assoluta koinè si verifica nella produzione artigianale, nella quale si assiste al passaggio da una fase in cui le élites indigene richiedono agli artigiani dei centri italioti i raffinati prodotti della toreutica, della glittica, dell'oreficeria della ceramica, a una in cui gli stessi oggetti vengono fabbricati direttamente dai vari centri indigeni, dopo l'iniziale installazione di botteghe locali da parte di artigiani italioti.

Questo fenomeno è stato ben individuato nell'ambito della ceramica figurata apula, la cui produzione più recente, quella caratterizzata da vasi di dimensioni monumentali, è stata attribuita a centri della Puglia settentrionale, come Canosa e Arpi. Ma già in precedenza la grande diffusione di vasi figurati deve avere costituito un potente veicolo di cultura ellenica, recando con sé, oltre agli oggetti in quanto tali e all'uso cui erano destinati, le infinite rappresentazioni di dei, semidei ed eroi della religione e della mitologia greche. Con queste diventano familiari per le genti anelleniche anche i riti, i costumi e le rappresentazioni teatrali, comprese quelle fliaciche che, portate a dignità letteraria da Rintone, proprio a Taranto, nella sua ultima fase di indipendenza, troveranno nuova linfa in ambiente romane con lo sviluppo della fabula atellana e della commedia plautina.

Metaponto, il tempio di Era

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