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Italia archeologica, Scipione tra Canne e Zama

La Seconda guerra punica

Come abbiamo visto, già all'indomani del Trasimeno la res publica aveva cercato, grazie all'intuizione di Fabio Massimo, di modificare almeno in parte l'arcaico concetto che aveva della guerra. Subito dopo Canne, nella situazione più difficile della sua storia, essa tentò di rinnovare anche il suo meccanismo militare, che si era dimostrato inadatto a far fronte all'abilissimo nemico punico.


Occorreva convincersi, innanzitutto, che questa guerra era molto diversa da quelle combattute finora; e che la vittoria avrebbe potuto essere raggiunta solo al prezzo di sacrifici immensi e di molto sangue. La Repubblica reagì, dunque, mobilitando tutte le energie di cui poteva disporre. Queste erano decisamente superiori a quelle di Cartagine. La struttura politica stessa dello Stato romano - che aveva esteso la civitas ben oltre le mura dell'Urbe, integrando un numero sempre più vasto di comunità in tutta la penisola; e che aveva fondato anche il rapporto con i socii, gli alleati della federazione, sul presupposto stesso della cooperazione militare - rendeva disponibili per la guerra riserve di uomini che, malgrado le perdite, erano tuttora immense. Fu necessario abbassare il censo minimo per la chiamata alle armi; ma il senato poté arruolare un numero enorme di effettivi, mantenendo costantemente attive, per quasi tutta la seconda fase del conflitto, da venti a venticinque legioni; e chiese ai soldati di rimanere al campo senza alternarsi anche per parecchi anni, spesso su fronti molto lontani.

Statua di Quinto Fabio Massimo a Schönbrunn

Venne perfezionato l'addestramento delle reclute, sottoposte a complessi esercizi che toccavano sia la preparazione atletica, sia il maneggio delle armi, sia la corretta esecuzione delle manovre. Nella concessione dei comandi, infine, si ignorò ormai del tutto qualunque criterio che non fosse la capacità del singolo comandante; e, al fine di avere alla guida degli eserciti capi abili e sperimentati, si fece sistematicamente ricorso alla prassi della proroga, confermando anche per più anni di seguito quei generali che avessero dato buona prova di sé.


Fondate sul gigantismo di un apparato pachidermico, queste misure dimostrano tuttavia al di là di ogni dubbio che, dopo il tragico choc di Canne, non si riteneva più possibile affrontare Annibale in battaglia campale; e che si preferiva, secondo i dettami della strategia imposta da Fabio Massimo tentar di Iogorarne poco a poco le forze.


Mancava ancora, a Roma, non soIo la maturità tattica necessaria, ma persino la convinzione di poterla raggiungere; un salto qualitativo che la Repubblica sarebbe riuscita infine a compiere solo grazie all'opera di Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano. Meditando attentamente sia le più generali vicende della guerra, sia le proprie personali esperienze, l'ancor giovane figlio del console vinto al Ticino seppe infine penetrare i segreti che avevano reso finora invincibile il Cartaginese; sicché si può ben dire che, di Annibale, egli fu, ad un tempo, il rivale più degno e l'allievo più valente.

Giambattista Tiepolo, Scipione l'Africano libera Massiva, 1719 - 1721

Il processo fu graduale. Già durante le campagne iberiche, affrontando (e sconfiggendo) a Baecula (208 a.C.) e ad Ilipa (207 a.C.) i fratelli di lui, Asdrubale e Magone, Publio dimostrò di avere pienamente compreso la lezione del suo insigne modello. Ma il suo capolavoro tattico egli non giunse a realizzarlo che nella tarda primavera del 203, nella battaglia combattuta in Africa, ai Campi Magni, una vasta piana (come dice il nome) a cinque giorni di marcia da Utica (forse l'attuale La Dakla, verso Béja o Souk el-Arba).

Nello scontro che lo oppose alle forze raccolte da Siface il re di Numidia, e da Asdrubale di Giscone il Romano dispose al centro i legionari, articolati secondo il solito nelle loro tre linee, di hastati, principes e triarii; e schierò le cavallerie alle ali, quella italica agli ordini di Lelio sulla destra, quella numidica, comandata da Masinissa, sulla sinistra. Dal canto loro, i Punici opposero la cavalleria cittadina di Asdrubale ai Numidi di Masinissa, i Numidi di Siface ai cavalieri italici. Al centro stavano, secondo costume, le fanterie di Cartagine; e soprattutto un'importante forza di mercenari celtiberici, fatti venire dalla Spagna.

Superiori per numero, per addestramento, per morale le forze montate di Scipione ebbero rapidamente la meglio sulle opposte cavallerie; ma, dopo averle respinte, si diedero ad inseguirle, senza curarsi in alcun modo di tornare per attaccare da tergo i fanti nemici. Nel piano concepito da Scipione, infatti, a Lelio e Masinissa toccava solo il compito di scoprire l'esercito punico sulle ali, non quello di avvolgerlo; un'azione, quest'ultima, che il comandante romano riservava per intero a principes e triarii. Mentre infatti i Celtiberi, che non conoscevano la regione ed avevano quindi ben poche speranze di salvezza, si disponevano a resistere ad oltranza, Scipione mise in atto la sua manovra, rivoluzionaria e semplicissima: dietro lo schermo degli hastati, che continuavano ad impegnare il centro nemico, i due scaglioni successivi si volsero l'uno verso destra, l'altro verso sinistra; e, dopo avere serrato i ranghi, mossero in colonna, allungando il fronte e avvolgendo poi, con una semplice conversione, le fanterie puniche sui fianchi rimasti scoperti. Circondate, queste furono completamente distrutte.

La battaglia dei Campi Magni, immagine da Il guerriero, l'oplita, il legionario. Gli eserciti nel mondo antico

Al Romano l'ispirazione era venuta certamente dal ricordo delle vittorie annibaliche, e soprattutto della limpida e terribile dimostrazione impartita nello scontro sull'Ofanto; ma, se fino a questo momento egli si era sforzato - sia pure con crescente successo - di imitare le manovre avvolgenti del nemico, ora aveva introdotto un'innovazione decisiva. Scipione aveva, cioè, compreso come, per la loro stessa natura, le legioni costituissero lo strumento più adatto ad eseguire sul campo la manovra avvolgente, oltretutto semplificandola, purché si modificasse la vocazione dei triarii a combattere in ordine chiuso e si insegnasse alle fanterie di linea romane che, al momento giusto, si poteva combinare il ripiegamento di uno dei loro scaglioni con l'avanzamento improvviso sui lati degli altri due, incolonnati ed operanti non più per singoli reparti, ma per contingenti interi. Nella concezione da lui elaborata principes e triarii non costituivano dunque più un'appendice della prima linea, non erano più destinati a rafforzarla, avanzando singolarmente i loro manipoli, o a rilevarla nell'urto frontale; ma erano organizzati come unità tattiche indipendenti capaci di agire con tutte o una parte soltanto delle forze riunite.


Si conclude, in questo momento, la parabola cominciata trentasette anni prima non lontano di qui, lungo lo stesso corso del Bagradas. Rispetto alla manovra attuata allora da Amilcare e persino al successivo capolavoro di Annibale il progresso è del tutto evidente. La tattica scipionica ha il vantaggio di una semplicità assai maggiore, poiché, da un lato, la prima linea legionaria - la quale, oltre che avanzare, può anche ripiegare attraverso i varchi lasciati nello schieramento - opporrà quasi per istinto, al bisogno, quella resistenza elastica che, a Canne, Annibale ha affidato al cuneo composto di Galli e di Spagnoli; dall'altro la seconda e la terza linea saranno sempre, in grado al momento giusto, di uscire sui lati per eseguire con altrettanta efficacia l'azione a tenaglia che, nella piana dell'Ofanto, è stata affidata alle unità di veterani libici. Per di più, mentre il Cartaginese ha avuto bisogno sempre di cavallerie efficienti per chiudere il cerchio attorno al nemico, l'intuizione di Publio conferisce alle legioni la capacità, a certe condizioni, di attuare la manovra per intero anche da sole.

La battaglia di Zama, la battaglia decisiva della Seconda guerra punica, immagine da Il guerriero, l'oplita, il legionario. Gli eserciti nel mondo antico

L'allievo mostra, ai Campi Magni, di avere almeno momentaneamente superato il maestro, completando al meglio un processo che trasforma non solo l'esercito romano, ma tutta la struttura militare dell'Occidente. Vantaggio momentaneo, tuttavia; poiché il confronto diretto tra questi due straordinari comandanti evidenzierà, malgrado la sconfitta, una certa superiorità proprio da parte di Annibale.

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