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Italia archeologica, Storia antica di Taranto

Scontro tra un cinghiale e un leone, mosaico, II secolo a.C. Museo archeologico di Taranto

La posizione geografica della Puglia e i suoi caratteri fisici, il clima, la lunghezza delle coste, il prevalere delle pianure, hanno favorito da tempo immemorabile gli stanziamenti di popolazioni forse provenienti dalla penisola balcanica e dalle isole dell'Egeo. I ritrovamenti archeologici attestano che, già negli ultimi secoli del IV millennio a.C., esisteva un insediamento allo Scoglio del Tonno, nelle immediate vicinanze di Taranto. Si trattava probabilmente di un villaggio di capannicoli di tarda età neolitica, con accanto una piccola necropoli dalle sepolture quadrangolari delimitate da pietre tufacee o a grotticella e chiuse da due lastroni di pietra. La collinetta dello Scoglio del Tonno sorgeva presso l'attuale stazione ferroviaria, a breve distanza dal porto mercantile, e venne completamente distrutta nel 1899: era costituita da uno strato inferiore di argilla gialla e da un banco, piuttosto spesso, di pietra tufacea o carparo.

Le tombe della Contrada Bellavista, tra Massafra e Taranto, per Io più a pozzetto cilindrico o a fossa rettangolare, testimoniano che l'occupazione del sito continuò anche successivamente e attestano l'uso di dipingere il cadavere con ocra rossa.

Intorno al XVI secolo a.C. (media età del Bronzo) si assiste ad un incre-mento degli insediamenti lungo il versante orientale del golfo di Taranto: Torre Saturo, Porto Perone, Torre Castelluccia.

II villaggio di Porto Perone, un piccolo porto ai piedi di un pianoro digradante verso il mare nel territorio di Leporano, ha restituito agli studiosi abbondante materiale, in particolare ceramica ad impasto nerastro lucido con anse lunate, a nastro o a bastoncelli.

I vasi sono simili per forma a quelli dello Scoglio del Tonno, sia gli attingitoi e le olle sia le ciotole e le scodelle.

I capannicoli usavano punteruoli e spatole fatte di corna di cervi, ganci di osso, pugnaletti, chiodetti e perfino fibule di bronzo.

Nella fase successiva (età del Bronzo recente), sorgono negli stessi siti grossi agglomerati di capanne circolari, recintati con muri di pietra.

Gli scavi stratigrafici a Porto Perone e a Capo Saturo hanno rivelato una signi-ficativa esistenza di rapporti con il mondo egeo per la presenza di abbondante materiale d'importazione dalla Grecia micenea.

Anfora corinzio-attica, 580 a.C. circa. Museo archeologico di Taranto

Nell'Età del Bronzo finale, i siti più importanti decadono o si trasferiscono poco lontano, come accadrà per gli abitanti di Porto Perone che continueranno a vivere nella vicina Saturo.

Quanto ai ritrovamenti, il materiale più interessante proviene da Torre Castelluccia, un villaggio sulla parte piana di un poggio isolato presso il mare nel territorio di Pulsano. Era formato da capanne a pianta rettangolare, erette a livello del suolo, con muretti a secco costruiti con lastroni e pietre, che sostenevano i tronchi d'albero ricoperti di intonaco argilloso. Il pavimento delle capanne era in argilla scura mescolata con pezzettini di ceramica o ciottoli o piccole pietre tondeggianti.

Abbondanti risultano poi i ritrovamenti di ceramica a impasto nerastro nelle forme più comuni, simili a quelle dello Scoglio del Tonno, e di ceramica di tipo miceneo.

Tra le capanne di Torre Castelluccia ne risaltava una, forse quella di un capo o di un ricco possidente, più grande e con un'abside.

Durante l'età del Ferro predomina un carattere di omogeneità culturale per la presenza di ceramica di stile geometrico cosiddetto iapygio, attestato dai rin-venimenti in un pozzo di via De Cesare, appartenuto alla famiglia D'Eredità. Qui, nel 1883, fu scoperto un deposito votivo con moltissimi vasetti ad impasto o di bucchero o d'argilla decorata con fasce di colore scuro.

Nell'area dove poi sorse la polis greca sono venuti alla luce vari manufatti preistorici di età diverse. In particolare, presso la villa Pepe sul Mar Piccolo, ora scomparsa, sono stati rinvenuti fi-ammenti di grandi vasi dall'argilla ben cotta, di colore rosso mattone, elegantemente decorati, alcuni anche con la tecnica ad intacchi alti con fasce dipinte di rosso. Dall'ex vigneto Lupoli, all'interno dell'Arsenale, proviene poi un frammento con decorazione a bastoncelli, mentre l'ex piazza d'Armi ha restituito molti reperti decorati a impressione con ornamenti costituiti da linee diritte.

E questa, insomma, la più chiara dimostrazione del lungo e complesso itinerario culturale, dal Neolitico all'età del Ferro, a cui fu interessato il territorio prossimo a quello di fondazione della futura Taranto. E dimostrazione, ancora, della vitalità di una cultura indigena a componente agricola, che produsse ed utilizzò materiali legati al vivere quotidiano: oggetti, in genere, di uso comune per quanto meno appariscenti di quelli delle età successive, e in ogni caso valide testimonianze della realtà culturale di quegli Iapigi del Salento che furono poi detti Messapioi, cioè forse «il popolo situato tra due mari».

Torso di Eros. Museo archeologico di Taranto

Se non ci fosse stata continuità di rapporti fra queste popolazioni e il mondo greco - miceneo, ben difficilmente si sarebbe potuto verificare l'insediarsi dei Greci del periodo storico negli stessi luoghi. Non v'è dubbio che i primi coloni s'insediarono in una zona che era già permeata, come narrano le leggende, della presenza dei Cretesi nel Salento e di una lunga tradizione di contatti con la civiltà greca.

Quanto ai testi scritti, la letteratura antica (Strabene VI, 278 - 9) parla dell'arrivo dei Partheni prima a Satyrion e poi a Taranto.

I primi documenti greci della fase storica dell'insediamento di Satyrion risalgono alla fine dell'VIII secolo a.C.: fu qui che, in principio, vennero a stanziarsi i Laconi e fu qui che continuarono a vivere anche dopo la fondazione di Taranto.

Sul finire dell'VIII secolo a.C., un gruppo di Lacedemoni provenienti dal Peloponneso laconico fondò la colonia di Taras su quel lembo di terra fra il Mar Grande e il Mar Piccolo, dov'è oggi la città vecchia, cioè di fronte all'insedia-mento dell'età del Bronzo, dello Scoglio del Tonno.

La tradizione antica indica nel 706 - 705 le possibili date della fondazione di Taranto.

E opportuno precisare che questo primo insediamento laconico non corri-spondeva a tutta l'estensione dell'odierna città vecchia, essendo la parte rivolta al Mar Piccolo un riempimento d'età bizantina. Pertanto, il primo nucleo di Taranto dovette risultare molto ristretto in larghezza ed arroccato sul lato meridionale, dove sorgeva, secondo Strabone, to stòma, l'imboccatura del porto che collegava i due golfi.

Ma chi erano questi Partheni venuti fin qui a fondare Taranto?

«Poiché gli Spartani erano impegnati ormai da dieci lunghi anni nella guerra contro la città di Messene, — raccontano Antioco di Siracusa e Eforo di Cuma — le donne fecero sapere che la mancanza prolungata di uomini poteva compromettere il futuro stesso della città...».

Fu così deciso d'inviare a Sparta i guerrieri più giovani, che non avevano giurato di non abbandonare l'assedio di Messene prima d'averla espugnata, al fine, anzi con l'ordine di accoppiarsi con le vergini che erano in città. Al termine della guerra gli Spartani non vollero però riconoscere gli stessi diritti civili degli altri cittadini, agli Spartani nati da quell'accoppiamento. Questi ultimi, che venivano chiamati appunto Partheni, intanto crebbero e, conosciuta la loro storia e l'ingiustizia di cui erano vittime, decisero di cospirare contro chi deteneva il potere in città.

Essi chiedevano il riconoscimento dei loro diritti, soprattutto il possesso di un lotto di terra, ed erano guidati dal giovane Falanto.

La congiura dei Partheni fu scoperta, ma in loro favore intervennero i padri i quali ottennero che Falanto si recasse a Delfi per interrogare l'oracolo di Apollo sull'opportunità di fondare una colonia.

II responso diceva: «Io ti ho concesso di abitare Satyrion la pingue regione di Taranto e di diventare il flagello degli lapygi». Il tal modo Falanto organizzò la spedizione e venne a fondare Taranto nell'anno 706 a.C. circa.

L'area, su cui fu edificata la nuova città, era stata già abitata in epoca neolitica e sorgeva nella parte più intema e protetta del golfo (Strabone VI, 3).

Tra i due lembi di terra, città vecchia e acropoli, e la zona dell'antico quartiere dello Scoglio del Tonno, vi era in età greca un ponte più volte menzionato nella letteratura antica.

Metopa, duello tra due guerrieri. Museo archeologico di Taranto


Sul lato orientale, dove soltanto nel 1480 Ferdinando I d'Aragona fece aprire il canale navigabile che unisce i due mari, probabilmente c'era una fortificazione e un fossatum.

La città di Taranto sorgeva dunque in uno spazio molto ristretto ed aveva almeno due arterie principali risalenti verso l'acropoli, di cui una doveva essere quella oggi denominata Via Duomo, come sembra attestato dai rinvenimenti di strati diversi lungo l'intero percorso.

C'erano poi le arterie minori; gli stenopoi (le strette viuzze che portavano al mare) dell'urbanistica ippodamea.

La necropoli di questo primo insediamento laconico nella città vecchia era costituita da tombe disposte regolarmente dalle famiglie in aree sepolcrali, secondo arterie rettilinee.

E nel V secolo a.C. che si verifica un ampliamento della città, con costruzione (seconda metà dello stesso secolo) di una nuova fortificazione.

Taranto si è ormai ingrandita, com'è attestato dalle numerose tombe e dai veri e propri nuclei tombali che è stato possibile ritrovare nel centro cittadino.

La preziosità dei corredi tombali di Taranto è testimoniata ampiamente dagli oggetti esposti nel Museo. La ricchezza delle necropoli tarantine ha un inestimabile valore storico.

I corredi, fra i più imponenti finora conosciuti nelle colonie greche d'Occidente, l'eleganza delle tombe fornite anche di pitture ancora intatte, ogni altro ritrovamento, testimoniano il livello di raffinatezza dell'elite tarantina, oltre alle capacità artistiche indiscutibili dei maestri locali senza i quali Taranto non avrebbe mai raggiunto tale splendore artistico. Indirettamente, i materiali provenienti dalle tombe confermano la funzione di Taranto quale primo e più grande emporio occidentale.

La polis tarantina sviluppò la sua potenza terrestre lentamente e faticosamente per via delle lotte con le genti vicine, che non erano disposte a farsi ellenizzare.

Numerosi storici (Erodoto, Diodoro, Pausania) parlano delle continue guerre e delle alterne vittorie di Taranto con i Messapi, che costituirono l'ostacolo più rilevante all'espansione della città.

È, però, vero che neanche dall'altra parte della costa ci fu tranquillità per i Tarantini, se è vero che nel 444-443 a.C. scoppiò un'altra guerra per il possesso della Siritide e dei suoi fertili campi di grano. Era stata appena fondata la colo-nia panellenica di Turi (al confine tra Bruzio e Lucania, in una zona più interna del sito dell'antica Sibari dai Crotoniati) e i Messapi, indomabili nemici dei Tarantini si erano schierati con gli Ateniesi della nuova città. La guerra durò ben dieci anni e si risolse a favore degli Spartani di Taranto, che poterono così inviare una colonia laconica ad Eraclea, nei pressi dell'antica Sin, e assicurarsi la direzione della lega italiota.

È questo il momento di massimo splendore della città: la potenza economica e militare toccava i più alti vertici, il prestigio era altissimo. Tutta la prima metà del IV secolo a.C. è legata alla personalità di Archita.

Testa in terracotta raffigurante una dea (Demetra probabilmente), impreziosita da un diadema d'oro, IV secolo a.C. Museo archeologico di Taranto


Quel che non è dato di conoscere con la dovuta precisione sono i confini del territorio sul quale la città di Taranto estendeva il suo dominio.

A questo riguardo, poco giovano le alterne vicende belliche già accennate e l'esiguità delle notizie pervenute; in ogni caso, sembra che il dominio stesso non si sia mai esteso oltre i monti che s'alzano all'angolo nord-orientale del golfo. Se si presta fede ad alcune notizie frammentarie ricavate da episodi di guerra, si può dire che l'area di espansione era limitata ad un raggio di venticinque chilometri. La stessa Manduria era ancora indipendente nel 338 a.C. E quanto fosse dura la penetrazione verso l'interno, lo dimostra il fatto che i Tarantini, chiamarono in loro soccorso il re Archidamo di Sparta, poi caduto in battaglia nei pressi di quel centro.

Comunque, se il territorio di Taranto era poco esteso, lo stesso non può certo dirsi del suo influsso ellenizzante e del suo prestigio, se è vero che la sede della lega, costituita dalle città greche d'Italia per fronteggiare il pericolo delle invasioni sannitiche, fu spostata da Crotone ad Eraclea, colonia di Taranto.

Sulla scena della storia compare, sul finire del IV secolo a.C., Roma con la sua forza di espansione territoriale. In un primo tempo, Roma stipulò con i Tarantini un accordo in base al quale s'impegnava a non far superare alle sue navi il capo Lacinio, o capo Colonna; successivamente, e di proposito, non volle rispettare il trattato. Fu la guerra.

In favore dei Tarantini accorse allora Pirro, re dell'Epiro, che sbarcò in Italia con molti uomini ed elefanti. Brevi ed effimeri furono i successi da questi riportati sui Romani. Infatti, quando l'alleato si ritirò in patria dopo la sconfitta di Benevento, Taranto cadde nelle mani dei suoi avversari (272 a.C.). La città fu umiliata e depredata. Tra i numerosi ostaggi condotti a Roma ve n'era uno che sarebbe entrato di diritto nella letteratura romana: il poeta Andronico che, divenuto liberto della gens Livia, assunse il nome di Livio Andronico. E la letteratura romana si apre, appunto, con la traduzione che il greco di Taranto portò a termine dell'Odissea: il classico per eccellenza di Roma, almeno fino a quando Virgilio non compose l'Eneide per assicurare ai Romani un poema epico nazionale, superiore alla stessa Iliade (quid maius Iliade).

La decadenza militare di Taranto ebbe inizio con la scomparsa di Archita; quella politica, con la resa del 272 a.C. La città era allora divisa tra due partiti, quello aristocratico (e si ha notizia dell'esistenza della famiglia dei Falantiadi, di-scendenti di Falanto) e quello democratico, popolare e antiromano. Le fonti parlano del partito egemone che, per conservare il potere, si appoggiava ai Romani e del partito dei giovani neoi su posizioni nettamente antiromane.

Furono proprio questi ultimi che, con un tradimento, consegnarono Taranto e il presidio romano ad Annibale durante la seconda guerra punica (213 - 212 a.C.). Il tradimento fu, comunque, pagato quando Q. Fabio Massimo saccheggiò la città, ne fece schiavi gli abitanti e lasciò sul posto solo gli «dei irati», come ebbe a scrivere Livio. Era il 209 a.C.

E qui che ha termine la storia di Taranto, uno dei principali centri della Magna Grecia, ridottasi progressivamente ad un piccolo centro periferico, senza più l'importanza di un tempo, com'è dimostrato dal tracciato della via Appia che privilegiò Brindisi nei traffici con il mondo orientale.

Diadema frontale di lamina aurea piegata a semicilindro. Museo archeologico di Taranto

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