Lampi di cultura

India prima dell'Inghilterra

Universalità di una cultura

L’India prima degli inglesi

L’Inghilterra che si accingeva a dominare il mondo era, alla fine del XVIII secolo, attenta osservatrice di Roma antica. Dunque non sorprende che guardando alla terra incognita - l’India - in cui iniziarono a penetrare, gli inglesi abbiano guardato questo continente con la stessa curiosità tassonomica, l’analogo bisogno di classificazione di Giulio Cesare (Commentarii de Bello Gallico). E - d’altra parte - è legittimo cercare di capire classificando, cogliendo le differenze: questo è diverso da questo, che è invece uguale a quell’altro. Tuttavia l’India del XVIII e inizio XIX secolo non era la Gallia di Cesare. Ormai
una lunga serie di studi ha permesso una più vasta comprensione del paese in quegli anni: una società liquida, dai confini politici e culturali incerti, priva di anatemi e condanne. Una cultura dove - come in gran parte dell’Oriente - le diverse esperienze tendevano a sommarsi più che ad escludersi. Come in Cina - del resto - e in Giappone. I diari di viaggio redatti dai commercianti di lingua italiana e portoghese del XVI e XVII secolo lo confermavano.

Maestranze hindu collaboravano alla costruzione di una moschea; musulmani aiutavano alla costruzione di un tempio hindu; devoti hindu assumevano nomi musulmani e traducevano dal persiano; musulmani si unirono all’esercito maratha (hindu) del re Shivaji (XVII sec.) nelle guerre contro i moghul (musulmani). L’esercito hindu di Vijayanagar aveva come punta di diamante la cavalleria islamica. Nei villaggi le masse convergevano verso i santuari locali senza alcuna attenzione per la loro natura sufi, o hindu, o islamica. Nella tradizione popolare (Arcot, Tamilnadu) si ricordano santi musulmani protettori del Mahabaratha, il celeberrimo poema epico indiano del II millennio a.C. (si stima): dunque ben prima dell’arrivo dell’Islam. Sappiamo di suonatori musulmani alle feste religiose hindu; hindu che veneravano santuari sufi.
Nel Nord dell’India il sommarsi e sovrapporsi delle due principali religioni - Induismo e Islam - aveva portato alla nascita di un nome che indicava una civiltà di totale condivisione: Ganga-Jamuni tehzeeb.

Nella poesia autori nati musulmani (tra tutti Sayyad Ibrahim, XVI sec.) divennero ardenti e devoti fedeli di Khrisna. La corte moghul finanziò la traduzione in persiano del poema epico Mahabaratha e della Bhagavad Gita: ovviamente nella traduzione letterati persiani lavorarono a stretto contatto con preti brahmini.
Oggi gli storici dell’India sottolineano come la società indiana del tempo non avesse alcuna percezione di una definita identità; piuttosto fluttuasse in uno stato di liquida percezione di sé ove elementi diversi, provenienti da caste e da religioni diverse, si mescolavano e sovrapponevano. E dove tutto confluiva nell’orgogliosa accettazione di una cultura capace di abbracciare tutto e di riconoscersi in tutto.
Era questa capacità di riconoscersi in tutto che esaltava la cultura indiana e la faceva sentire universale.