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Italia, Bernini e Borromini

Il baldacchino di San Pietro, realizzato dal Bernini con la collaborazione di Borromini

I due non avrebbero potuto essere persone più distanti. A differenza del sottile, cortese, diplomatico Bernini, che si muoveva a suo agio nelle corti di papi e principi, Borromini aveva difficoltà a mantenere i rapporti con i suoi committenti ma anche con molti suoi pari. Visse una vita tranquilla, non si sposò mai né ebbe figli. Qualcuno sostiene che fosse omosessuale. Non riuscì a mettere da parte una grande fortuna personale. Non ebbe una vasta cerchia di amici. Quando morì, non furono in molti a piangere la sua scomparsa - e certo non l'elite romana, che lo trovava scor-butico e polemico, inflessibile e troppo suscettibile. Anche in una città avvezza a rapporti con artisti umorali, Borromini rappresetitava davvero un'anomalia.

Il luogo in cui Borromini fu sepolto, la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, è una tipica chiesa romana di quartiere. È solenne ma non grandiosa, austera ma non imponente, né grande né splendida, in una città ricca di chiese che sono l'una e l'altra cosa insieme.Si trova in una parte di Roma che nel diciannovesimo secolo era, stando alle parole di Emile Zola, «caduta nel silenzio, nel vuoto dell'abbandono, invasa da una sorta di mollezza e di discrezione ecclesiastica».

San Giovanni dei Fiorentini, Hendrik Frans van Lint, 1739

Chi visita la chiesa, capisce perché è stata chiamata «una chiesa così grande vicino a un fiume così terribile». S'incunea su una stretta lingua di terra che, per le anguste dimensioni, deve aver dato filo da torcere ai costruttori: quando fu costruita, l'estremità dell'altare sporgeva sopra il Tevere e, per sostenerla, si dovettero piantare pilastri di pietra ben a fondo nella fangosa riva del fiume. Il risultato è una chiesa che ancor oggi rimane tenacemente radicata al luogo dove è stata edificata, come un vecchio cane da guardia, quasi dimenticato, che sa di non essere più necessario, ma che rifiuta tuttavia di cedere il suo posto vicino alla porta.

Borromini conosceva bene questa chiesa. Era stato uno dei primi edifici ai quali aveva lavorato con Maderno, e a Giovanni Battista era dedicata la grandiosa Cappella Falconieri in essa ospitata - con il suo convesso altare maggiore, una fantasia in «marmi mischi» (materiali preziosi in travertino rosso a mattoni e dorature) che si spinge in fuori verso i fedeli. E proprio la cappella fu una delle ultime importanti commissioni di Borromini prima che morisse.

Il suo suicidio parve inaspettato - dettato dall'impulso e non dalla premeditazione. Ma Borromini aveva cominciato a pencolare in quella direzione anni prima, durante la fase finale, e piuttosto scoraggiante, della sua carriera. Il senso di frustrazione per una serie di progetti incompiuti lo aveva tormentato per circa un decennio. Nel 1657, mentre Bernini stava lavorando al colonnato mozzafiato di piazza San Pietro e creava la Cattedra di Pietro, Borromini era impelagato in discussioni sempre più accese con i suoi committenti.

La Cattedra di San Pietro sormontata dalla Gloria

Aveva litigato con i Pamphili, una delle eminenti famiglie papali di Roma, a proposito della chiesa di Sant'Agnese in Agone, che doveva essere il pezzo forte dell'ambiziosa campagna di ricostruzione di piazza Navona intrapresa dal clan. Il conflitto divenne così aspro che Borromini abbandonò il cantiere in un maldestro tentativo di costringere la famiglia a condividere il suo punto di vista. Ma questa tattica sortì l'effetto contrario; anziché costringere il principe Camillo Pamphili, nipote di papa Innocenzo X, già committente papale di Borromini, a riconoscere il proprio errore e a chiedergli scusa, provocò il suo licenziamento.

Grosso modo nello stesso periodo di tempo, anche gli Oratoriani di san Filippo Neri, un ordine religioso riformato che esaltava il ruolo ispiratore della musica nella religione, gli diedero il ben servito. Borromini era stato assunto per completare l'oratorio - un locale dalle pareti alte, di forma oblunga, progettato per le esecuzioni del coro - che si trova alla sinistra della chiesa di Santa Maria in Vallicella, lungo quello che oggi è corso Vittorio Emanuele. Ma gli Oratoriani furono così allarmati dal comportamento di Borromini che gli tolsero l'incarico, affidando invece la commissione a Camillo Arcucci, un architetto dal temperamento più conservatore e più facile da manovrare. Borromini andò su tutte le furie. Per ritorsione contro questo affronto a quello che Joseph Connors chiama il suo «stimolo d'honore», se la prese con il contratto, stipulato con papa Innocenzo X, che gli imponeva di montare le porte di bronzo e l'altare maggiore a San Giovanni in Laterano, una delle basiliche di Roma. Senza preavviso, Borromini sospese i lavori al Laterano e fece sapere al successore di Innocenzo, papa Alessandro VII, che non aveva nessuna intenzione di riprenderli.

Un comportamento simile, improntato a indipendenza e caparbietà, non faceva che accrescere la reputazione di Borromini come personaggio difficile da trattare, e rendeva più arduo per lui ottenere e conservare le poche commissioni che gli capitavano. Durante gli ultimi dieci anni di vita, riuscì a completarne soltanto una, quella del Collegio di Propaganda Fide, una scuola fondata nel 1622 da papa Gregorio XV per la formazione dei giovani missionari gesuiti.

Facciata del palazzo di Propaganda Fide

Comunque, non è che Borromini non avesse lavoro. Aveva altri progetti a lunga scadenza oltre a Sant'Agnese e all'Oratorio dei Filippini, fra i quali il progetto e la costruzione della facciata di San Carlo alle Quattro Fontane, la sua prima e forse più famosa commissione. Questa chiesa minuscola e sinuosa, i cui particolari sono così finemente modellati e così complessi e brillanti come le sfaccettature di una pietra preziosa, fu l'edificio che caratterizzò l'arte di Borromini, un'opera attorno alla quale egli si affaccendò per l'intera carriera, dai progetti per il minuscolo cortile fino alle in-crespature e alle rughe più profonde della sua delicata e teatrale facciata. Ma i suoi modi spesso sgradevoli e la suscettibilità eccessiva spaventarono altri committenti e diedero maggiori argomenti ai suoi critici - e quelli che si facevano sentire di più erano i sostenitori di Bernini. A mano a mano che cresceva la reputazione di Borromini come persona terribile e permalosa, diminuivano le sue speranze di godere dell'appoggio del papa e della nobiltà romana.

Cupola di San_Carlo alle Quattro Fontane

I due artisti nutrivano, l'un dell'altro, un'opinione ambivalente, intrecciata com'era con il riconoscimento reciproco, sia pure a malincuore, dell'altrui talento e con il desiderio, durato tutta la vita, di superarsi a vicenda. S'incontrarono presto nella loro carriera, posti fianco a fianco dalla felice opportunità di lavorare con Carlo Mademo nel realizzare l'immensa impresa della rifinitura e della decorazione di San Pietro, e per un po' furono anche soci in affari. Tra due personalità così opposte e conflittuali, era inevitabile che sarebbe spuntata l'ostilità. Il loro disaccordo più plateale riguardò lo scandalo dei campanili di San Pietro, frutto di una pessima progettazione da parte di Bernini. Il quale li aveva fatti costruire su fondamenta instabili, il che, secondo alcuni, era all'origine delle crepe che comparvero sulla facciata e all'interno della basilica. Borromini fu il critico più caustico del proprio rivale. Scrive Filippo Baldinucci nella sua biografia di Bernini: «Là dove gli altri contrari del Bernino nel portare le loro contradizioni non seppero parlare, se non con istima e rispetto, egli solo alla presenza del papa inveì contro di lui di tutto cuore e di tutta lena». E così Bernini cadde in disgrazia. I campanili furono demoliti, e con loro crollò la re-putazione dell'artista.

Bernini passò al contrattacco, forse con un metodo più scaltro e più subdolo. Come una pietra gettata in uno stagno le cui onde si allargano sulla superficie, il sasso di Bernini fu definire l'opera di Borromini con una parola ben scelta e sus-surrata alle orecchie dei potenti: gotico. E fu così che la reputazione di Borromini andò a infrangersi sugli scogli dell'opinione pubblica.

Nella Roma post-rinascimentale del diciassettesimo secolo, il termine «gotico» era sinonimo di «corrotto». Era lo stile, dicevano i critici, che andava contro le norme dell'architettura classica fissate dagli antichi. E questa denuncia dell'opera di un artista lasciò il segno. Perfino papa Alessandro VII usò una definizione simile a proposito dell'architettura di Borromini. Rudolf Wittkower, lo scrittore e storico dell'arte, racconta che Alessandro, dopo aver visitato la bella e brillante chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza di Borromini, dichiarò che «lo stile del Cavalier Borromini era gotico né esser meraviglia per esser nato a Milano, dove era il Domo di architettura gotica». L'accusa non è del tutto fondata, ma il fatto che sia stata pronunciata dal papa in persona fa pensare che qualcuno si sia preso la briga di inculcarla nella mente del pontefice.

Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza

Un giudizio del genere si diffuse letteralmente in tutta Europa. Il diarista francese Paul Fréart de Chantelou, incaricato da Luigi XIV di fare da guida a Bernini durante la famosa visita dell'artista in Francia nel 1665, scrive: «S'è poi parlato del Borromini come di un uomo la cui architettura è stravagante, e che fa tutto l'opposto di quello che si potrebbe immaginare; i pittori e gli scultori, quando si impegnano in un'opera di architettura, fondano le proporzioni sul corpo umano, invece il Borromini fonda le proporzioni sulle Chimere».

Palazzo Barberini, lo scalone realizzato dal Borromini

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