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Lampi di cultura

Russia, gli Sciti

Principali culture e gruppi nomadici durante il I millennio a.C.

Nel I millennio a.C. molte tribù nomadiche che vivevano nelle steppe, sui rilievi pedemontani e nelle aree montuose dell'Eurasia, dalla Cina settentrionale a est, al mar Nero a ovest, avevano in comune cultura, economia, stile di vita e ideologia. Il nome collettivo di Skythai (Sciti) è un'invenzione dei Greci, che incontrarono queste tribù per la prima volta nel VII secolo a.C. in Asia Minore e più tardi a nord del mar Nero. I più antichi insediamenti greci in quest'ultima regione risalgono alla seconda metà del VII secolo a.C., sull'isola di Berezan, alla foce del fiume Bug meridionale e sulla costa settentrionale del mare d'Azov, non lontano dalla foce del Don. Gli Iranici avevano numerosi nomi per i nomadi che incontravano lungo i propri confini nordoccidentali: ma tutti loro, asiatici o europoidi, erano chiamati Saci. La meglio conosciuta tra queste tribù, sia nei tempi antichi sia recenti, era quella degli Sciti europei (del Ponto), la cui cultura fiorì nella regione settentrionale del mar Nero per almeno un millennio, dal VII secolo a.C. fino al III secolo d.C. Nonostante le descrizioni leggendarie ed erudite, che risalgono già all'antichità, l'origine di queste genti è ancora avvolta nel mistero. Non solo sono contraddittori i racconti dei loro contemporanei (gli antichi Greci e Romani), ma anche le testimonianze archeologiche sono ben lontane dall'essere chiare. Due episodi della loro storia sono fuori discussione: gli Sciti del Ponto erano europoidi e parlavano un'antica lingua iranica. L'analisi dei resti di scheletri indica che le aree ora abitate da popolazioni dell'Asia orientale, quali la Mongolia occidentale, la Tuva, il bacino del Minusinsk e i monti dell'Altai erano popolate, all'epoca degli Sciti, soprattutto da europoidi. Nella prima metà del I millennio a.C. il fiume Volga costituiva una specie di barriera genetica, a occidente della quale non vi erano pressoché genti asiatico-orientali. Tuttavia, da alcuni elementi della cultura materiale degli Sciti - le loro briglie per cavallo, le loro armi (soprattutto gli archi e le frecce) e la loro arte nel cosiddetto stile animalistico - si deduce un'origine non europoide. È curioso come le genti della Tuva e quelle sepolte nei kurgan reali dell'Altai presentino alcuni tratti asiatici: recenti studi paleogenetici sulla cosiddetta cultura di Pazyryk dell'Altai hanno dimostrato che alcuni individui con caratteristiche europoidi hanno segni genetici asiatico-orientali. Bisogna riconoscere che il quadro etno - storico del periodo scitico antico è per lo meno lacunoso. La mobilità dei nomadi, la mancanza delle loro tradizioni orali e l'impropria assegnazione di nomi etnici rendono difficile ricostruire un disegno chiaro delle migrazioni e degli insediamenti delle tribù scitiche in un arco di numerosi secoli. Tuttavia, nelle cronache cinesi è documentata la presenza di gruppi nomadici quali gli Shanrong, i Dingling e, più tardi, gli Yuezhi, nella zona orientale del mondo degli Sciti, a nord e a ovest della Cina. Gli Shanrong attaccarono continuamente i confini degli stati cinesi almeno dal IX secolo a.C. Nelle sepolture datate tra il IX e l'inizio del VII secolo a.C., che gli archeologi hanno attribuito a queste tribù nomadiche (come la necropoli di Nanshangen), sono stati scoperti oggetti che recano le più antiche tracce di quello che gli studiosi chiamano stile animalistico scitico-siberiano. La zona centrale del mondo degli Sciti, situata negli Urali meridionali e intorno ai mari Caspio e d'Arai, era popolata da tribù associate con l'antica storia leggendaria degli Sciti, quali gli Issedoni e i Massageti. Secondo Erodoto, in seguito alle lotte tra tribù, gli Issedoni e i Massageti spinsero gli Sciti verso ovest, nella regione pontica settentrionale. Accanto ai Massageti erano i Saci, contro i quali combatterono gli Iranici lungo i propri confini dopo il 530 a.C. Sia Erodoto che le fonti iraniche riferiscono che queste tribù erano divise in gruppi diversi, come i Saci Tigrakhauda e i Saci Haumavarga. Per indicare gli abitanti della parte occidentale del mondo degli Sciti, che si estendeva dalla costa settentrionale del Ponto e dal Caucaso settentrionale fino agli Urali, Erodoto e altri antichi autori greci propongono una serie di nomi tribali: Sciti nomadi, Sciti reali, Sciti agricoltori, Cerri, Celoni, Budini, Neuri, Androfagi, Sauromati, Tauri, Meoti. Alcune di queste popolazioni erano contemporanee a Erodoto, altre erano vissute nei tempi antichi e altre ancora erano popolazioni mitiche, come sembra essere il caso dei Cerri, una tribù insolita e lontana, nelle cui terre si supponeva fossero sepolti i re degli Sciti: nella mitologia scitica i Cerri erano guerrieri caduti in battaglia che risiedevano nell'aldilà. La varietà etnica del mondo scitico e la difficoltà a riconoscere la collocazione geografica dei diversi gruppi etnici rendono estremamente complesso accertare quali, tra le tribù storicamente note, siano rappresentate nei kurgan di Tuekta e di Pazyryk nell'Altai, nelle tombe reali di Solokha e Chertomlyk a nord del mar Nero e altrove. È chiaro che la grande distanza tra queste sepolture non rispecchia una differenza altrettanto grande nella cultura dei costruttori. Il mondo delle steppe, al di là della sua apparente uniformità, era assai movimentato e le vie di comunicazione erano sempre tenute aperte. Inoltre i nomadi erano costantemente influenzati dalle culture sedentarie, quali le grandi civiltà della Cina, Assiria, Grecia e Iran. Migrazioni, campagne militari e scorrerie comportavano il prestito e lo scambio reciproco di idee e tradizioni.

La placca decorativa presenta dei piccoli fori lungo i bordi in corrispondenza dei punti in cui era inchiodata algorytos o custodia per arco e frecce. La placca è decorata con motivi scitici tradizionali lavorati a martello sopra uno stampo

Erodoto espone i tre racconti più diffusi alla sua epoca sull'origine degli Sciti. Nella versione narrata dai Greci, gli Sciti erano discendenti di Scite, figlio del mitico Eracle e di una vergine- serpente del Ponto che incontrò l'eroe greco dopo una delle sue numerose fatiche, il furto delle mandrie di Gerione. Secondo la leggenda tramandata dagli stessi Sciti, essi discendevano dal primo abitante delle terre degli Sciti, Targitao, generato da Zeus e da una figlia del fiume Boristene (il Dnepr); Targitao ebbe tre figli, Lipoxai, Arpoxai e Colaxai, ciascuno dei quali diede origine a una diversa tribù scitica. Il significato letterale dei nomi dei tre figli - rispettivamente, Re - Montagna, Re - Acqua e Re - Sole - fa un po' di luce sul senso di questa leggenda in quanto mito di creazione. La terza versione, che gli Sciti siano entrati in Europa dall'Asia attraverso il grande corridoio delle steppe, pare sia dello stesso Erodoto e riflette la dottrina dell'epoca. Erodoto afferma che le steppe pontiche erano abitate dai Cimmeri prima dell'arrivo degli Sciti. I Cimmeri non resistettero agli Sciti e scapparono in Asia Minore attraverso il Caucaso. I Cimmeri vennero riconosciuti la prima volta dalle spie assire vicino a Urartu nel 722-715 a.C., quando essi, che le fonti assire indicavano come provenienti dalla terra di Gamirra, sconfissero il re urarteo Rusa I. Gli Sciti, che secondo il racconto li stavano inseguendo, smarrirono la strada e penetrarono così nell'Asia occidentale e ancora più a est, nella regione del lago Urmia, nell'odierno Iran nordoccidentale, allora provincia dei Medi e dei Mannai. Conosciuti come Ashguzai, Asguzai o Ishkuzai, gli Sciti furono menzionati per la prima volta dagli Assiri nel 676-652 a.C., in una serie frammentaria di domande poste all'oracolo del dio Shamash dal re assiro Esarhaddon. Verso quell'epoca gli Sciti giunsero vicino al confine nordorientale dell'Assiria e, grazie alla loro abilità bellica e tattica e alla loro flessibilità in battaglia, furono presto capaci di rivestire una posizione importante nella gerarchia politica e militare del Vicino Oriente. Gli Sciti erano guidati da due capi, Ishpakai, che morì in circostanze misteriose, e Partatua, che chiese e probabilmente ricevette in moglie la figlia di Esarhaddon. Probabilmente alcuni Sciti avevano lasciato l'Assiria ed erano ritornati nel Caucaso settentrionale; lì, alla metà del VII secolo a.C., vennero costruiti kurgan celebri come quelli di Kelermes e Ul'ski Aul, che contenevano, tra le altre cose, preziosi trofei delle campagne nel Vicino Oriente. Tuttavia, questa non fu la fine delle avventure degli Sciti nel Vicino Oriente. Più tardi, sempre nel VII secolo a.C., una nuova generazione di Sciti guidati dal re Madies, figlio di Partatua, combatté contro i Medi e gli Assiri, mettendo persino in atto una scorreria ai bordi dell'Egitto. Tuttavia gli avvenimenti successivi nel Vicino Oriente si rivelarono meno favorevoli per gli Sciti. Infatti alla fine del VII secolo a.C., dopo la sconfitta dell'Assiria da parte dei Babilonesi e dei Medi, alcuni Sciti entrarono al servizio del re dei Medi Ciassare, nonostante costui, non molto tempo prima, avesse invitato alcuni dei loro a un festino dove furono trucidati a tradimento. Successe poi che anche gli Sciti sotto il suo comando scapparono in Asia Minore, nella Lidia governata dal re Aliatte, e questo servì come pretesto ufficiale per una guerra di cinque anni tra la Media e la Lidia. Secondo molti studiosi, la guerra terminò nel 585 a.C., durante un'eclisse solare, com'è riferito da Erodoto. Non si sa nulla di certo riguardo alla sorte di questi Sciti, ma pare che solo alcuni di loro si organizzarono per tornare nel Caucaso settentrionale da loro conquistato un secolo prima.

Questo spettacolare vaso d'oro raffigura uno Scita mentre tende la corda del proprio arco

Dopo le grandi campagne nel Vicino Oriente, la storia della Scizia, che ora si estendeva dai territori pedemontani del Caucaso al Danubio, fu pacifica, sebbene vi siano poche informazioni sugli eventi specifici. Entro la fine del VII secolo a.C. gli Sciti stavano già stabilendo buoni rapporti con i coloni greci della costa settentrionale del mar Nero. Alcuni racconti leggendari narrano che in certi casi gli Sciti concessero ai Greci alcuni territori per la colonizzazione, che più tardi si trasformarono in potenti stati greci, quali il regno del Bosforo, che accorpava numerose città e diverse tribù barbariche. Il rapporto tra Sciti e Greci può non essere stato sempre facile: tuttavia non vi sono testimonianze di conflitti importanti tra loro e la collaborazione era reciprocamente vantaggiosa, soprattutto da un punto di vista economico. Nonostante l'indole conservatrice e l'attaccamento alle tradizioni degli Sciti, alcuni membri della tribù abbracciarono la cultura greca. Il principe scita Anacarsi divenne assai famoso per la sua sapienza al punto che, talvolta, i Greci lo includevano nell'elenco degli uomini saggi del mondo ellenico. Nel VI secolo a.C., viaggiò in Grecia e in Asia Minore, dove, secondo la leggenda, venne ricevuto da personaggi celebri per la loro saggezza o ricchezza, come Solone di Atene o Creso di Lidia. Gli vennero persino attribuite invenzioni quali la ruota da vasaio e l'ancora per le navi. Il suo fu un tragico destino: di ritorno a casa, fu ucciso dal fratello Saulius, in apparenza per aver onorato tradizioni e divinità straniere), ma più probabilmente per ragioni dinastiche. Nell'ultimo terzo del VI secolo a.C., durante la tirannia di Pisistrato (regnante tra il 561 e il 527 a.C.), arrivarono ad Atene arcieri d'origine europea o asiatica e il loro aspetto esotico iniziò ad apparire sui vasi attici.


Alla fine del VI secolo a.C. un evento importante trascinò ancora una volta la Scizia nella sfera delle vicende politiche mondiali. Tra il 515 e il 512 a.C., Dario I, re di Persia (regnante tra il 522 e il 486 a.C.), avanzò fino alla sponda sinistra del Danubio guidando un esercito forte di quasi un milione di soldati. Il numero venne probabilmente esagerato dagli antichi autori, ma comprende le flotte di alcune città-stato greche vassalle.


La spiegazione proposta da Erodoto per questa campagna militare era che si trattasse di una ritorsione alle incursioni scitiche nel Vicino Oriente di un secolo prima, ma certamente c'erano altre ragioni pratiche che muovevano a questa guerra. A quell'epoca il confine nordorientale dell'impero persiano si estendeva fino all'Amu Dar'ya (Oxus), in Asia centrale, dove vivevano le tribù dei nomadi Saci, che i Persiani avevano già provato a conquistare con scarso successo. Nel 530 a.C. Ciro il Grande aveva attaccato i Massageti, governati dalla regina Tomiri, ma i Persiani subirono una sconfitta terribile e lo stesso Ciro venne ucciso. Nel 519 a.C. Dario I aveva avuto sorte migliore contro i Saci orientali, catturando il loro capo Skunkha, ma non riuscendo alla fine a sottomettere tutti i nomadi. L'invasione della Scizia da parte di Dario può forse essere stata dettata da una combinazione di fattori. In primo luogo, occupando quella regione Dario poteva creare una testa di ponte per la conquista della Grecia, anche se i Persiani non l'avrebbero tentata che molti anni più tardi. In secondo luogo, tenendo presenti le conoscenze geografiche dell'epoca, non sembra improbabile che abbia forse progettato di attaccare i nomadi dell'Asia centrale alle spalle. Erodoto dà un vivace resoconto delle vicissitudini di questa campagna militare. La principale tattica dei nomadi consisteva nel trascinare il nemico in profondità nei loro territori, cosicché i Persiani sarebbero stati privi di rifornimenti mentre subivano ripetuti attacchi di cavalleria. Secondo Erodoto, Dario, raggiunto il mar d'Azov e il Don, e non essendo riuscito ad affrontare il nemico in campo aperto neppure una volta, una notte decise di abbandonare il proprio accampamento lasciandosi alle spalle i feriti ed evitando miracolosamente la disfatta totale e la morte. I nomadi delle steppe rimasero negli anni seguenti una fonte di grande preoccupazione per i re persiani.

Il vaso rotondo dal piede basso è ornato con fregi dorati in rilievo. Vi sono rappresentate scene di caccia

La vittoria sui Persiani influenzò enormemente la situazione politica nella regione settentrionale del Ponto e costituì un punto di svolta nella storia degli Sciti. Potenti forze nomadiche note come Scoloti, che erano giunte forse da oriente alla fine del VI secolo a.C., si allearono con o sostituirono i "vecchi Sciti" e iniziarono a esercitare una certa pressione sulle città greche, alcune delle quali - per esempio Olbia e Ninfeo - possono persino essere divenute protettorati scitici. Gruppi di Sciti iniziarono a penetrare nell'Europa centrale raggiungendo il confine settentrionale della penisola balcanica. Tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C., quando gli Sciti cominciarono a stabilirsi effettivamente nelle steppe pontiche, nella loro cultura materiale si manifestavano aspetti dell'Asia nomadica: un nuovo tipo di briglia, immagini in stile animalistico e altri manufatti, ben rappresentati dai ritrovamenti nei kurgan dell'Altai. Anche i modelli greci erano importanti, sebbene ufficialmente gli Sciti rifiutassero le influenze esterne. In quell'epoca sorse nella Scizia una nuova dinastia che regnò per un centinaio d'anni. Il fondatore della dinastia, il re Ariapithe, aveva tre figli: Scile, Octamasade e Oriaco. Scile, la cui madre era greca, ereditò il trono dopo la morte di suo padre. Considerando sconveniente l'amore di Scile per la cultura greca, il fratello Octamasade, con l'aiuto di una fazione conservatrice di Sciti, lo rovesciò. Scile fuggì in Tracia, ma fu costretto a ritornare in Scizia da suo zio, il re Sitalce, venendo poi decapitato. In seguito a questi avvenimenti Octamasade regnò all'apparenza in buoni rapporti con il suo fratellastro Oriaco e con i capi del regno del Bosforo e di Sindi. Mantenne un rapporto particolarmente vivo con il regno del Bosforo di cui, allora, la Scizia era alleata. Nella prima metà del IV secolo a.C. la Scizia rafforzò le proprie posizioni economiche e politiche, entrando inevitabilmente in ostilità con uno degli stati più potenti di quel periodo, la Macedonia di Filippo II (regnante tra il 359 e il 336 a.C.) e di suo figlio Alessandro il Grande (regnante tra il 336 e il 323 a.C.). Inizialmente la Macedonia e la Scizia erano in rapporti relativamente amichevoli a causa degli interessi comuni nei Balcani, ma la reciproca tolleranza fu presto sostituita dalla guerra. Nel 339 a.C. ebbero la meglio i Macedoni e il re Ateas di Scizia, che era in parte riuscito a controllare le città del Ponto occidentale, venne ucciso in battaglia. Quest'episodio non modificò, tuttavia, l'opinione greca che gli Sciti fossero invincibili. Arriano riferisce che dopo la sconfitta di Zopyrion (il governatore generale del Ponto di Alessandro il Grande) vicino a Olbia, gli Sciti europei come anche quelli asiatici si scambiarono ambascerie di pace con Alessandro, che a quell'epoca stava conducendo una campagna in Asia centrale. Alessandro voleva conquistare la Scizia, ma le sue campagne in Oriente, che lo spinsero lontano fino all'India, e la sua morte nel 323 a.C. posero fine a questi progetti. Durante questo periodo anche gli Sciti assunsero un ruolo attivo negli affari dei loro vicini greci. Per esempio, gli Sciti aiutarono i Greci in una guerra civile combattuta nel regno del Bosforo dal 310 al 309 a.C. La Scizia ebbe la sua massima fioritura nella seconda metà del IV secolo a.C., quando vennero costruiti gli enormi kurgan con i ricchi corredi funebri sulle tombe dell'élite scitica. Tuttavia, verso il 300 a.C., senza una ragione apparente, lo sviluppo di una Scizia ancor più grande si interruppe improvvisamente e la cultura scitica scomparve.

Questo splendido pettine d'oro venne trovato accanto alla spalla destra di un cap scita, vicino al suo teschio. Il pettine ha diciannove denti ed è sormontato da un gruppo di tre guerrieri in battaglia rappresentati in stile greco

Le spiegazioni per questo fenomeno vanno da una guerra (forse un attacco dei Sarmati da est), a un cambiamento climatico ed ecologico, a un collasso dell'economia scitica, o a una combinazione di tutti questi fattori. La fine degli Sciti rimane comunque un enigma al pari della loro origine.


Anche se una grande Scizia, intesa come territorio omogeneo, non esisteva più dall'inizio del III secolo a.C., la storia degli Sciti in quanto tali continuò. Tra la fine del III e il II secolo a.C. fece la sua comparsa un piccolo stato, la Crimea scitica, con nuovi confini e priorità politiche, e forse con una nuova composizione etnica, dopo aver assimilato un assortimento di popolazioni barbariche e semibarbariche. Molto probabilmente gli Sciti del Ponto non costituivano più la maggioranza, ma trasmisero semplicemente il loro nome al regno in formazione. La Crimea scitica combatté per molti secoli contro la città-stato greca di Chersoneso e contro il regno del Bosforo, come anche contro molte tribù sarmatiche che durante il II secolo a.C. avevano invaso gli antichi territori scitici. Questi nuovi Sciti conservarono comunque il controllo su Olbia per lungo tempo. Essi possedevano numerose roccaforti nella Crimea, compresa la residenza dei re sciti, di cui uno dei più famosi era Scilorus. Un episodio devastante nella storia scitica si verificò alla fine del II secolo a.C., quando Scilorus e suo figlio Palacus furono sconfitti da Diofanto, un generale al servizio di Mitridate il Grande (regnante tra il 120 e il 163 a.C.), re del Ponto e nemico giurato di Roma. Diofanto era giunto in soccorso di Chersoneso, assediata dagli Sciti. Sebbene la loro sconfitta per mano sua significasse la fine di un effettivo potere militare, si riconosce generalmente che il colpo finale fu inflitto agli Sciti quando i Goti invasero da nord-ovest la regione settentrionale del Ponto, nel IV secolo d.C. Come conseguenza di questi eventi il nome "Scita" sopravvisse solo nelle opere letterarie e divenne un termine spregiativo che in generale significava barbaro. Sebbene gli Sciti come tali fossero scomparsi, popoli iranici affini sopravvissero e conservarono per molti secoli - pressoché fino ai giorni nostri - la loro cultura tradizionale, che per molti aspetti è simile a quella degli Sciti. In questo contesto è particolarmente importante la storia degli Osseti, la cui epica contiene molti elementi mitologici ed etnografici che gettano luce sull'era degli Sciti. Gli Sciti, popolo europoide proveniente dall'Asia, furono i primi di una lunga serie di nomadi che ogni duecento¬quattrocento anni si riversarono a ondate in Europa attraverso il corridoio delle steppe: l'ultima grande incursione fu quella dei Mongoli nel XIII secolo, ma ne seguirono anche altre meno importanti. Il loro significato non consiste solo nell'essere stati i primi di questa categoria demografica, ma nell'aver esercitato per molti secoli una forte influenza sulla cultura e sulla storia dei popoli a loro più o meno vicini.

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