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Lampi di cultura

Russia-Urss e Oriente rosso

Marinai sovietici in Manciuria, 1945

Senza entrare nella vexata quaestio della continuità tra l'impero russo e Urss, alla quale non si può dare una risposta univoca se non a prezzo di semplificazioni arbitrarie, due dati emergono a mio avviso incontestabili. In primo luogo la realtà innegabile e tragica della rottura - politica, spirituale, culturale e sociale - prodotta dalla rivoluzione, dopo la quale la vita non fu più come prima. Ma al tempo stesso una continuità per molti aspetti altrettanto innegabile, determinata dal fatto che l'Urss ereditò dall'impero russo la quasi totalità dei fattori geopolitici, geoculturali ed economici: bicontinentalità, carattere multietnico con forte prevalenza russa, "arretratezza" delle strutture produttive e così via.


All'interno di questa problematica della continuità (o discontinuità) russosovietica ci occuperemo qui di un solo aspetto, vale a dire dell'atteggiamento politico e culturale dell'Unione Sovietica nei confronti dell' Oriente. Secondo Marx ed Engels, il processo storico poneva la Russia dinanzi al compito di collegarsi all'unica rivoluzione possibile, quella proletaria ed europea, sottraendosi alla sua almeno parziale condizione di "asiatismo". Già in un articolo apparso nel 1853 sulla "New York Daily Tribune" - firmato da Marx, ma scritto da Engels - la Russia viene esplicitamente definita un paese «... semiasiatico per posizione, usi, tradizioni e istituzioni» e pochi mesi più tardi Marx contrappose alcuni aspetti "semi-orientali" della Russia zarista a quelli "integralmente orientali" della Cina.


Tale concezione "asiatica" della Russia fu condivisa a lungo anche da Lenin, che fece ricorso al concetto di "asiatismo", per definirne l'ordinamento socio-politico. E sulla sua valutazione negativa di tale concetto non c'è alcun dubbio. Questa convinzione poneva a Lenin anche un concreto problema politico, in quanto esisteva il rischio che il carattere semi-asiatico del paese potesse condurre ad un processo rivoluzionario sostanzialmente involutivo. Ma Lenin era un giocatore ardito e decise di correre il rischio, come si vide nella sua relazione al congresso di Stoccolma del partito socialdemocratico russo (1906) dove - nonostante la lezione di Marx ed Engels e le sue stesse affermazioni precedenti - minimizzò il retaggio asiatico sulla Russia, soprattutto dopo la rivoluzione del 1905. Un evento che a suo giudizio aveva avuto un ruolo decisivo anche nel "risveglio dell'Asia", segnato dalla nascita di rivendicazioni nazionali, politiche e sociali in diversi paesi, culminate nelle rivoluzioni di Turchia e Persia (1908) e Cina (1911).


Alla luce delle nuove prospettive internazionali Lenin ritenne quindi opportuno abbandonare o almeno sfumare l'"asiatismo" della Russia ed avanzare al tempo stesso una nuova concezione dell'Oriente nell'ambito dei processi rivoluzionari, al cui interno l'Europa cessava di rappresentare l'unico possibile riferimento.

Vladimir Lenin



Interessante da questo punto di vista, sin nel titolo, anche un altro articolo di Lenin, apparso nel 1913 sulla "Pravda", L'Europa arretrata e l'Asia avanzata, nel quale viene salutato il ruolo crescente di un Oriente dove si diffonde "un potente movimento democratico" di fronte alla stagnazione borghese dell'Europa che ancora impedisce il pre-valere del proletariato". In pratica, contro il dogma marxiano e accostandosi alla tesi del populismo russo, egli giunse a ritenere che la storia potesse consentire alla Russia e ad altre nazioni arretrate di saltare la fase capitalista Come è stato osservato, peraltro, questa svolta non fu istantanea né completa, ed in alcuni scritti successivi Lenin riprese la concezione ortodossa di una Russia e di un Oriente arretrati sulla via dello sviluppo rivoluzionario".


La questione dell'Oriente ed il suo rapporto con la Russia nell'ambito dei processi rivoluzionari divenivano sempre più importanti e strettamente collegati al corso ormai accelerato degli eventi. Alla vigilia della rivoluzione russa, nel Sesto Congresso del partito (luglio-agosto 1917) vi fu una significativa contrapposizione su tale questione tra un esponente della sinistra, Evgenij Preobrazenskij, e l'emergente Stalin. Il primo proponeva una risoluzione che ribadisse la tesi ortodossa secondo la quale la rivoluzione socialista sarebbe dovuta avvenire in Occidente, ma Stalin si oppose; « Non è esclusa la possibilità che proprio la Russia sia il paese che aprirà la via al socialismo... la base della nostra rivoluzione è più larga che nell'Europa occidentale, dove il proletariato si trova completamente isolato di fronte alla borghesia. Da noi gli strati dei contadini poveri appoggiano gli operai... E necessario respingere l'idea superata che soltanto l'Europa può additarci il cammino. C'è un marxismo dogmatico e un marxismo creatore. Io sono sul terreno del marxismo creatore»".


E Lenin, anch'egli marxista "creatore", nel suo Rapporto al II Congresso di Russia delle organizzazioni comuniste dei popoli dell'Oriente del 22 novembre 1919, rivendicava con orgoglio che «...per una serie di circostanze - dovute, tra l'altro, al fatto che la Russia è un paese arretrato d'immensa estensione - ed è la frontiera tra l'Europa e l'Asia, tra l'Occidente e l'Oriente - abbiamo dovuto assumerci tutto il peso, che consideriamo un grande onore, di essere i promotori della lotta mondiale contro l'imperialismo ».


L'ignoranza pressoché totale dei diversi contesti socio-politici asiatici da parte dei leader bolscevichi rendeva però quanto mai difficile perseguire questa politica "orientale". Il Comintern pensò allora di servirsi di elementi rivoluzionari provenienti dai paesi orientali, tra i quali ebbe un ruolo di primo piano Manabendra Nath Roy (1887-1954), originario del Bengala, il cuore stesso del dominio britannico in India. Il rapporto della rivoluzione nei paesi asiatici, o perlomeno non europei, fu un tema centrale del II Congresso dell'Internazionale, riunito nell'estate del 1920 e nel corso del quale si confrontarono tre linee distinte: una strettamente eurocentrica, una asiocentrica ed una intermedia che faceva riferimento a Lenin. A prevalere fu quest'ultima.

Il congresso di Baku, 1920



Il passo successivo di questa svolta "orientale" della Russia rivoluzionaria fu il Primo Congresso dei Popoli dell'Oriente, svoltosi agli inizi del settembre 1920 a Baku, sulle coste del Mar Caspio, dove l'Urss - come l'impero zarista - si affacciava sull'Iran e l'Asia intera. Tra i 1275 delegati i più numerosi erano i turchi ed i persiani, ma non mancavano rappresentanze più o meno folte di armeni e georgiani, ceceni e cinesi, ebrei e curdi. Peraltro, anche nel corso del Congresso di Baku l'identificazione della Russia, pur rivoluzionaria e proletaria, con l'Oriente lasciò tiepidi diversi delegati asiatici. Tra questi Tasbulatbek Narbutabekov, di Taskent, che riscosse un grande successo tra l'uditorio asiatico quando invitò i dirigenti sovietici a tener d'occhio i «... colonialisti mascherati da rivoluzionari».


Declamato retoricamente al Congresso di Baku, lo slittamento verso Oriente del processo rivoluzionario venne sanzionato anche da Lenin, nella sua qualità di "centro" ideologico del partito, soprattutto negli scritti degli ultimi anni. Il testo più significativo per intendere la comprensione leniniana della rivoluzione russa come fase creativa, nazionale ma anche internazionale, del movimento rivoluzionario mondiale è La nostra rivoluzione, scritto nel gennaio 1923 e pubblicato il 30 maggio di quell'anno sulla "Pravda". Lenin rivendica la validità del carattere volontaristico e napoleonico della rivoluzione dell'Ottobre 1917 in base al criterio del successo e ne chiarisce il significato all'interno del movimento rivoluzionario mondiale. Il successo della rivoluzione in un paese arretrato come la Russia dimostra in primo luogo il valore del suo marxismo creativo rispetto a quello puramente teorico dei menscevichi, ma soprattutto apre straordinarie prospettive rivoluzionarie verso Oriente. Anzi, secondo Lenin si può affermare che l'asse della rivoluzione si è spostato da Occidente a Oriente proprio grazie alla Russia che, stando «... alla frontiera tra i paesi civili, i paesi attratti definitivamente da questa guerra per la prima volta nell'orbita della civiltà, i paesi di tutto l'Oriente, i paesi non europei - poteva e doveva manifestare alcuni caratteri peculiari, i quali naturalmente sono compresi nella linea generale dello sviluppo mondiale, ma distinguono tut-tavia la sua rivoluzione da tutte le rivoluzioni precedenti dei paesi dell'Europa occidentale e determinano alcune innovazioni parziali quando si passa ai paesi orientali»".


In questo modo il progetto marxiano veniva rifuso nel contesto storico-culturale e geopolitico russo, e di qui proiettato energicamente a Oriente. Questa nuova impostazione, con il suo internazionalismo teorico, rivolto ora soprattutto verso l'Asia e in generale verso i paesi sottosviluppati, conferì allo stesso stato sovietico una capacità di influenza del tutto nuova, incontrandosi in modo complesso ed articolato con le aspirazioni delle nazioni coloniali. Tuttavia le attività sovietiche per esportare in Oriente la rivoluzione si rivelarono in larga misura fallimentari, nonché poco convincenti alla luce della politica semi-coloniale condotta nei territori ex imperiali. Alla fine del 1920 fu riassorbita l'Armenia, nel febbraio 1921 la Georgia, mentre il Turkestan dovette essere riconquistato dopo una lunga guerra contro i basmaci, i guerriglieri mussulmani che resistettero con la forza della disperazione alla ricon-quista sovietica, atea, oltreché "russa" ed "europea".


Al di fuori dei territori ex imperiali, l'Urss condusse per buona parte degli anni Venti una politica quanto mai attiva e almeno in parte fedele allo spirito del Congresso di Baku, ma i risultati furono assai modesti. In Giappone come in India, in Persia come in Turchia, le speranze di estendere in tempi brevi il verbo rivoluzionario fallirono in maniera più o meno definitiva. L'unico paese asiatico che entrò nell'orbita sovietica fu la grande ma semi-spopolata Mongolia.

Murales dedicato all'Armata rossa, Mongolia



Pur continuando a sostenere il movimento comunista internazionale, l'Urss si adattò progressivamente alla dottrina staliniana del "socialismo in un solo paese", che coincideva quasi del tutto - almeno geopoliticamente - con l'antico impero russo. Inoltre, accettando che un paese arretrato come la Russia potesse divenire l'avanguardia della rivoluzione e poi, per lungo tempo, l'unico stato socialista, si legittimava una sorta di "nazionalizzazione" o "russificazione" della rivoluzione stessa e quindi dello stato sovietico. Fu un processo duplice, in base al quale i comunisti accettarono di pensare provvisoriamente la rivoluzione in un solo paese, mentre i nazionalisti - almeno alcuni tra essi, in particolare i cosiddetti nazional-bolscevichi - aderirono alla rivoluzione ed allo stato sovietico perché garantivano una rinnovata grandezza statale alla Russia. Una conseguenza diretta di questo processo fu l'abbandono - almeno momentaneo - della volontà di internazionalizzare la ri-voluzione, nonché il progressivo abbandono degli entusiasmi "asiatici" del Congresso di Baku.

Josif Stalin

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