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Lampi di cultura

Iran, Introduzione al periodo selgiuchide

Massima espansione dell'Impero selgiuchide, 1092

Il nuovo potere che si affaccia intorno all'anno Mille in Asia (Tughril l prende il potere nel 1038) proviene da oriente, da quell'Asia Centrale che abbiamo visto fiorente non solo nelle architetture (non dimentichiamo che Firdusi dedicherà il suo Shah-nama, "Libro dei Re", al ghaznavide Mahmud, e uomini come Avicenna e al-Biruni saranno a corte nel Khorasan...) e si riversa sulle terre iraniche con forza assolutamente inusitata. Si trattava di popolazioni nomadi turche, ben strutturate in clan, con notevole coesione politica e militare; purtroppo non abbiamo fonti turche su queste stirpi e le relazioni storiche, arabe o persiane che siano, appaiono di parte. Sappiamo che la tribù era organizzata per discendenza in linea maschile e spesso governava i territori attraverso la figura di un atabeg (in teoria capo militare, "tutore" di principi selgiuchidi, ben presto governatore autonomo, non di rado resosi indipendente trasmettendo il titolo in asse ereditario e dando avvio a vere e proprie dinastie; nasceranno così, per esempio, gli Zanghidi, gli Ildegizidi o i Salghuridi); i Selgiuchidi hanno avuto un ruolo politico importante, ma hanno portato cambiamenti anche in ambito religioso. I Buidi erano sciiti e così i Fatimidi in Egitto (909-1171), mentre con i Selgiuchidi si assiste a una reazione di stampo sunnita conservatore, poco tollerante delle forme ereticali della fede. L'invasione dei territori iranici fu rapida e Baghdad (sede del califfato) fu presa nel 1055; poi (1071) i Selgiuchidi sconfissero i Bizantini un po' più a occidente, a Manzikert (nei pressi del lago di Van, nell'Anatolia orientale) e si aprirono la via del Mediterraneo. Furono, in ogni caso, regnanti molto accorti, capaci di catalizzare attorno a sé le migliori energie intellettuali; un grande sovrano come Malik Shah (regnò fra il 1072-1092) adottò titolature regali arabe, persiane e turche, proponendosi come monarca universale, in questo aiutato dall'espansione di un grande impero. Anche la scelta dei vizir, come il già menzionato Nizam al-Mulk, fu indovinata, con una classe dirigente perfettamente in grado di mantenere una politica equilibrata fra elementi culturali turchi e islamici. Non altrettanto felice l'azione dei successori, se è vero che i dodici figli di Nizam al-Mulk pretendevano una "venerazione" di tipo quasi religioso! Una figura come quella del teologo, giurista e filosofo Abu Hamid Muhammad al-Ghazali (1059-1111), che rese accettabile la dottrina mistica sufi alla sunna più intransigente, fu favorita dal clima politico che, invece, portò alla reazione nei confronti degli sciiti una cui corrente (asserragliata soprattutto ad Alamut sui monti non lontani dal Caspio), gli Ismailiti Nizari - altrimenti noti come "Assassini" -, condusse un'attiva resistenza con metodi oggi qualificati come terroristici, fino a che non fu debellata dai Mongoli (1256). Un'altra personalità di spicco - la cui importanza in sede letteraria è stata forse esagerata dalla critica occidentale - fu quella di Omar Khayyam, uomo di scienza molto apprezzato dal più grande dei sultani selgiuchidi, Malik Shah.


Felice abilità dei Selgiuchidi fu quella di aver capito l'importanza delle comunicazioni fra le varie province dell'impero, rendendo agibili grandi vie commerciali con l'istituzione di una rete di caravanserragli atti a proteggere uomini e beni durante i lunghi spostamenti. Infatti, nonostante la centralizzazione del potere, ampi settori turchi erano rimasti assolutamente indifferenti al richiamo della sedentarizzazione, di fatto nomadi, con una spiccata propensione per la guerra di razzia. Ma è anche chiaro che, nonostante tutti i limiti segnalati (non ultimo una tassazione troppo alta delle rendite agricole che sarà uno dei motivi di un collasso che possiamo ritenere fin troppo precoce), quella selgiuchide è stata una grande epoca in cui, sul piano culturale e artistico, ci troviamo di fronte a una notevole massa di materiale, specie se paragonata al relativo "vuoto" dei secoli precedenti.

Caravanserraglio di Ribat-i Sharaf, Khorasan, 1114 e 1154

Il caravanserraglio di Ribat-i Sharaf nel Khorasan orientale, datato al 1114 (con un restauro del 1154), posto su una direttrice carovaniera fondamentale che conduce a Bukhara e a Samarcanda, è un edificio notevole di fondazione regale. Si tratta di una costruzione in mattoni cotti con un alto muro perimetrale che dà il senso della fortificazione, e in pianta presenta due corti. Una prima, più piccola, era probabilmente destinata ad alloggio per una guarnigione discretamente folta, mentre la seconda - organizzata su uno schema assiale di quattro ivan [Ambiente autosufficiente o di passaggio, limitato da muri su tre lati e completamente aperto sul quarto, la cui copertura è, di solito, a volta] affacciati sulla corte - presenta anche ambienti cupolati adatti a una breve residenza del sultano. Il portale esterno di accesso ha due contrafforti sagomati a mihrab[nicchia che, all'interno di una moschea o di un edificio, indica la direzione della Mecca], di modo che chi avesse a giungere dopo la chiusura delle porte potesse ugualmente ottemperare al precetto della preghiera. Dal punto di vista decorativo, è un tripudio di motivi ornamentali in mattoni, terracotta e stucco, usati a piene mani con grande gusto e con disegni e tecniche che sono da considerarsi un'evoluzione nella continuità rispetto a quanto abbiamo descritto sinora. È un monumento chiave dello sviluppo architettonico iranico in cui è perfettamente attestata la tipologia a quattro ivan assiali.


Una conferma del fatto che questa organizzazione spaziale a quattro ivan trova nell'architettura civile, forse prima che in quella religiosa, una piena e pronta applicazione è data dal caravanserraglio di Dayakhatun (XI-XII secolo) fra Bukhara e Khiva sull'Oxus, a pianta quadrata e mura in mattoni con torrette angolari semicircolari, tipiche dell'architettura militare; e a questa categoria appartiene la severa e geometrica monumentalità - oggi superstite nel solo, restaurato, portale - del Ribat-i Malik (1078) fra Bukhara e Samarcanda. A Dayakhatun i quattro ivan assiali sono uniti fra loro da un porticato, mentre lungo i lati perimetrali si aprono gli ambienti residenziali e di magazzinaggio; la decorazione è ottenuta dalla giustapposizione di mattoni piani.

La cupola decorata in stucco della sala del mirhab della moschea congregazionale in Ardistan

Nella regione circostante Isfahan, di cui fanno parte anche la Nayin di cui abbiamo già scritto e la Natanz di cui scriveremo, sono due interessantissime moschee congregazionali, quella di Zavareh (1135-1136) e quella di Ardistan, probabilmente di poco posteriore nell'impianto che conosciamo. È possibile che queste due costruzioni siano servite da modello per la realizzazione della Grande Moschea Congregazionale di Isfahan. Zavareh è, dunque, la prima moschea a quattro ivan costruita ex novo in Iran, capostipite di una lunga e gloriosa tradizione. La pianta è rettangolare e leggermente allungata, con l'ingresso sull'angolo di nord-est, mentre il mihrab a sud è segnalato da una grande cupola preceduta da un ivan la datazione è contenuta in una iscrizione cubica in mattone e stucco nella corte. I rimanenti tre ivan sono e sono uniti fra loro da arcate con ambienti posti su un doppio livello. Esterno alla moschea, sul lato ovest, è il minareto, un massiccio cilindro con tracce di inserti ceramici, non sappiamo se originali o frutto di un successivo restauro. Il mihrab è decorato a stucco e ai due lati della sala cupolata sono tre navate parallele al muro qibli; la cupola - semplice ma splendida e maestosa - all'esterno svela perfettamente l'impostazione del cubo di base seguito da un tamburo ottagonale su cui è appoggiata la copertura, mentre all'interno è un gioco di nicchie e sguinci. Più tormentata da interventi precedenti e successivi (era forse stata una cosiddetta "moschea chiosco" sorta sulle basi di un tempio del fuoco sasanide), pur se oggi perfettamente in linea con quanto abbiamo descritto di Zavareh, è la moschea di Ardistan. Imponente, considerando che ancora ai giorni nostri Ardistan è poco più di un grosso villaggio, è la cupola sopra il mihrab in stucco datato 1158, mentre l'ivan che la precede ha una data di due anni posteriore (1160), e copertura voltata a botte con un disegno floreale a palmette in stucco ispirato al repertorio tessile. Piuttosto interessante è anche la decorazione dell'intradosso di un arco, con quadrati dipinti a scacchi con-trapposti in uno stile che ricorda i tessili popolari e in particolare i kilim.

Il mausoleo di Pir-i 'Alamdar a Damgham

Quasi un capitolo a parte meriterebbero i mausolei, che, dopo l'esempio di Bukhara, divennero una delle strutture architettoniche favorite, e non solo in Iran. Il mausoleo di Pir-i 'Alamdar a Damghan è quasi, nella sua forma cilindrica (con copertura rifatta), un largo minareto; notevoli, in ogni caso, gli intrecci di mattoni. Di tipologia e planimetria diverse, a Yazd, il mausoleo di Davazdah Imam ("Dodici Imam") del 1037 ha un aspetto esterno particolarmente severo, su base quadrata, tutto giocato sui volumi solidi con precise corrispondenze fra esterno ed interno, nel quale i soprarchi delle lunette cieche hanno iscrizioni in un bellissimo e originale cufico intrecciato. A Kharraqan (nella piana di Qonqorolong non lontano da Qazvin) sono stati "scoperti" non molti anni or sono due mausolei gemelli, rispettivamente datati al 1067 e al 1086, dunque in piena età selgiuchide. La forma è ottagonale con semicolonne agli spigoli e copertura con cupola e, come ha osservato Hillenbrand, «molti dettagli delia struttura e dell'ornamentazione evocano la yurta o tenda dei nomadi turchi».

I mausolei gemelli di Kharraqan, particolare. Notevolissimi esmpi di architettura funeraria selgiuchide, forse ispirati alle tende nomadi

La capacità di creare complessi motivi geometrici con semplici mattoni è qui esaltata con un repertorio che, seppure non infinito, tale sembra: nella tomba del 1086 si contano non meno di 70 diversi disegni geometrici. Del resto, anche le cupolette selgiuchidi del Masgid-i Jum'a di Isfahan sono, nel numero e nella varietà, un'altra testimonianza di come con maestria inusitata il semplice e piano mattone cotto possa divenire strumento di raffinate interpretazioni artistiche. E non è certo un caso che questo avvenga in Iran dove a lungo si è coltivata la tecnica in questione. En passant notiamo, infatti, che gli stessi Selgiuchidi, in Anatolia (dove regneranno fra il 1077 e il 1307), saranno ugualmente grandi costruttori, ma privilegeranno la pietra, secondo una tradizione locale cristiana (bizantina anche nelle varianti armena e georgiana) attestata da diversi secoli. Dei mausolei di Kharraqan c'è anche da dire qualcosa a proposito delle pitture degli interni; non semplici iscrizioni (che, ovviamente, non mancano) ma anche raffigurazioni di lampade da moschea (con l'iscrizione baraka li-sahibihi, "fortuna al possessore"), alberi di melograno con uccelli e medaglioni con pavoni affrontati dai colli intrecciati, simbologia di tipo pa-radisiaco che ben si adatta alla funzione sepolcrale dell'edificio.


Malik Shah fu l'ultimo grande sovrano selgiuchide con sede stabile in territorio persiano, essendo Isfahan la capitale. Il suo successore Mu'izz ai-Din Sanjar, dopo aver governato sull'Iraq, il Pars e il Khuzistan, lasciò le tre province ai nipoti e spostò la capitale a Marv (importante località e nodo carovaniero del Khorasan, oggi nel Turkmenistan). La città, posta in un'oasi non lontana dal fiume Murghab, era enorme, e le sue rovine offrono ancora oggi al visitatore un colpo d'occhio decisamente impressionante da cui emerge, anche a distanza, il mausoleo del medesimo Sanjar costruito, nel 1157. Marv fu distrutta dai Mongoli e solo l'eccezionale mole del mausoleo lo ha salvato dalla cancellazione, sebbene i danni del tempo si siano fatti sentire pesantemente, assieme a qualche restauro condotto senza appropriata metodologia.

Mausoleo di Ahmed Sanjar

Il monumento è in mattoni cotti, a base quadrata con mura possenti, e l'idea bukhariota di una galleria esterna è ripresa e sviluppata di modo che la severa massa sia alleggerita in alto, costituendo una transizione equilibrata verso la grande cupola un tempo ricoperta di mattoni smaltati e visibile da chilometri di distanza. Gli archi della galleria sono impreziositi da frammenti di ornati in stucco che rimandano alla tradizione abbaside samarrena del taglio obliquo, presente anche nei motivi in stucco dei pilastri di sostegno della cupola di Nizam al-Mulk a Isfahan.


Splendido, nella sua maestà, è il mausoleo di Mu'mina Khatun a Nakhchivan (Azerbaigian caucasico), datato al 1186, in cui sul mattone cotto compare una decorazione con inserti di ceramica invetriata. Abbiamo accennato al fatto che col periodo selgiuchide si assistette a uno sviluppo notevole delle arti; in particolare le realizzazioni ceramiche furono di grandissima qualità, sia in ambito architettonico (e ci piace ricordare il mihrab a lustro metallico già riutilizzato nella Masgid-i Meidan di Kashan, eseguito da al-Hasan ibn al-Arabshah [datato 1226], con iscritti i nomi dei 12 Imam sciiti, oggi a Berlino), sia in quello del vasellame, in cui spicca la tecnica del mina'i o haft rangi (sette colori). Costosa e raffinata stagione, purtroppo assai breve, di eccezionale potenza figurativa.

Mausoleo di Ahmed Sanjar

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