Lampi di cultura

Iran, Islam, storia e istituzioni

Cupola della Roccia, Gerusalemme

Bismillah al-Rahman al-Rahim. "Nel nome di Dio, Clemente, Misericordioso." La religione islamica è la più recente fra le grandi fedi monoteistiche attribuite a rivelazione. Islam vuol dire "sottomissione" al volere di Dio. Il Corano, il testo sacro dei musulmani, increato ed eterno, viene rivelato al profeta Maometto nelle sue sure e nei suoi versetti, "dettati" da Dio per tramite dell'arcangelo Gabriele. Alla base dell'Islam è il Corano, formato da centoquattordici sure ("capitoli"), di lunghezza ineguale: non una trattazione coerente e organica, bensì un insieme di norme, precetti, parabole, racconti, ammonimenti, rivelati in periodi temporali diversi fra Mecca e Medina. Il Corano veniva recitato, anzi salmodiato, e, finché visse Maometto, la sua trasmissione fu eminentemente orale. Dopo il 632 e con le successive vicende belliche, nelle quali persero la vita diversi seguaci del Profeta, si aprì una fase assai delicata dell'era islamica, il periodo formativo, in cui si gettarono le fondamenta della costruzione dell'edificio statuale islamico. È la fase dei primi califfi, cosiddetti "ortodossi" e "ben guidati", Abu Bakr, 'Omar, 'Othman e 'Ali, nella quale si organizzò la società islamica seguendo i dettati del Corano, dei hadith (azioni e detti del Profeta, trasmessi da una serie di seguaci e controllati attraverso una complessa "catena" di persone probe che ne confermano la fonte e la veridicità), e integrando o supplendo alle eventuali lacune attraverso la communis opinio dei dotti (ijmà), con il metodo dell'analogia (qiyas), e non disdegnando di ricorrere alla "ragione" ('aql) quando necessario.


È da questa somma di principi che scaturisce la sharì'a ("legge"), secondo una concezione del diritto che possiamo definire evolutiva, fermi restando i principi basilari e inderogabili cui attenersi. Ed è il "califfo", "vicario" del Profeta, il garante dell'applicazione della legge (ma non il suo unico interprete), con una funzione di guida della comunità in senso politico-amministrativo-militare: una funzione, cioè, che oggi definiamo laica. Infatti, la pretesa natura totalizzante e onnicomprensiva in senso strettamente religioso del dettato coranico e islamico è interpretazione non sconosciuta, ma solo di recente enfatizzata - il famoso integralismo musulmano - per ragioni contingenti, squisitamente politiche, che non è questa la sede per analizzare. L'Islam è, e comunque è stato e può essere, dottrina aperta e tollerante, soprattutto nei confronti di ebrei e cristiani (la "Gente del Libro"). Un altro elemento importante nel valutare il fenomeno di rapida affermazione della fede a livello popolare è la semplicità (di per sé, dottrinariamente, l'Islam non è poi filosofia o religione priva di scogli concettuali), delle regole stabilite per dirsi musulmani.

Il viaggio del profeta Maometto all'inferno, Parigi, Biblioteca Nazionale

La prima condizione (sono cinque i cosiddetti "pilastri", arkan, dell'Islam) è la "professione di fede" (shahada), ovvero la proclamazione dell'unicità assoluta di Dio e al contempo il riconoscimento di Maometto quale Inviato e Profeta di Dio .


Il secondo precetto è quello della "preghiera" (salàt), inizialmente stabilita nel numero di tre orazioni, poi elevato a cinque, nel corso delle ventiquattro ore. La preghiera deve essere compiuta dal fedele in stato di purità rituale (che si ottiene attraverso un'abluzione parziale o totale a seconda della gravità dell'impurità), orientandosi verso la Ka'ba, il santuario presso La Mecca (Umm al-qura, "madre delle città") dove si conserva la pietra nera (un meteorite; ma la tradizione vuole che la pietra sia diventata nera per i peccati dell'umanità). In realtà la prima indicazione di una qibla ("direzione verso cui volgersi nella preghiera", un'usanza piuttosto diffusa presso i popoli semitici e non solo) fornita dal Profeta aveva favorito Gerusalemme; solo nel febbraio del 624, in seguito alla rottura traumatica dell'alleanza stabilita con la comunità ebraica di Medina, Maometto indicò la Mecca quale luogo verso cui dirigere la preghiera. Si trattò di una mossa di straordinaria importanza sul piano politico e strategico: riportare al centro del proprio programma la Mecca da una parte fu di stimolo ai seguaci perché si compisse uno sforzo militare di conquista e dall'altra servì a non alienarsi le simpatie di quanti - nella grande città - non avevano niente da temere da un avvento del Profeta, anzi erano per così dire simpatizzanti della sua causa, ma poco inclini ad abbandonare in toto la tradizione. È probabilmente tenendo conto di questo tipo di sentimenti che Maometto canonizza il grande "pellegrinaggio" rituale (hajj) alla Mecca, da compiersi almeno una volta nella vita, qualora se ne abbiano i mezzi. L'insieme dei riti da svolgersi nel haram ("recinto", "santuario"; "luogo sacro inviolabile"), sito rigorosamente vietato ai non musulmani, comprende pratiche quali la "circoambulazione" (tawaf) del "dado" della Ka'ba, contenente la già menzionata pietra, da ripetersi per sette volte; la "corsa" rituale (sa'y), e molte altre, complesse, legate alla tradizione della visita del Profeta nel 632, quando (forse presentendo l'imminente fine) egli tenne sul colle di 'Arafat una famosa orazione che si vuole in qualche modo di suggello alla rivelazione (V, 3): "Oggi v'ho reso perfetta la vostra religione, e ho compiuto su voi i Miei favori, e M'è piaciuto darvi per religione l'Islam".


Il quarto cardine dell'esperienza musulmana è quello del mese di digiuno diurno obbligatorio (ramadàn), un'abitudine probabilmente mutuata dagli ebrei del Hijaz con cui Maometto era venuto in contatto e che inizialmente - nel primo anno dell'Egira - era limitata a un solo giorno, il decimo del mese.


Quinto "pilastro", obbligo imprescindibile per ciascun musulmano, è l' "elemosina" (zakàt) obbligatoria (si distingue dalla sadaqa, "beneficenza", opera meritoria ma volontaria), in quota fissa (ma, a differenza dell'eredità, la cui divisione è coranica, per la zakàt non vi sono prescrizioni precise) da destinarsi a otto categorie specificamente menzionate (Cor. IX,60). Si deve al califfo Abu Bakr la trasformazione di questa tassa - che alla morte del Profeta alcune tribù nomadi rifiutarono di pagare interpretando, secondo un antico uso semitico, il patto come stipulato unicamente con Maometto e quindi valido finché egli fosse in vita - in un'istituzione fiscale permanente.

L'ascesa di Maometto in paradiso

Il mondo islamico non va visto come un'entità monolitica priva di correnti o divisioni; in effetti fin quasi dall'inizio si assistette a una frattura importante fra coloro che sostenevano una successione (califfato) per via elettiva e quanti invece appoggiavano una sorta di diritto ereditario, che nella fattispecie favoriva 'Ali, cugino e genero del Profeta (ne aveva sposato la figlia Fatima) e decano tra i credenti. Gli scontri fra le due fazioni - nonostante che 'Ali assumesse comunque il potere nel 656 quale quarto califfo - furono cruenti con l'assassinio di 'Ali (661) e l'uccisione di suo figlio Husayn (a Karbala, nella pianura mesopotamica, ai confini con la Persia nel 680). I seguaci di 'Ali presero il nome di sciiti, dall'arabo shi'a ("partito", sottinteso dei sostenitori di 'Ali) differenziandosi dai sunniti (che talvolta vengono detti - o si definiscono di per sé - "ortodossi" per questioni non solo di legittimazione al potere ma anche dottrinarie). Nell'Islam sciita assume valore fondamentale la figura dell'Imam ("guida"), che funge da intermediario fra la comunità e Dio, tratto comune anche a molte scuole mistiche, come le confraternite sufi che avranno una certa diffusione.


La subitanea, irresistibile espansione musulmana a partire dall'Arabia (regione geograficamente piuttosto centrale ma, fino all'avvento dell'Islam, certo non importante), ha del miracoloso, senonché nella storia non si danno miracoli. I grandi imperi dell'epoca, quello Romano/Bizantino a Occidente e quello Persiano/Sasanide a Oriente, si erano tra loro combattuti in una guerra logorante. Si trattava, inoltre, di grandi imperi con scarsa coesione etnica e anche religiosa (la Chiesa bizantina, ad esempio, perseguitava i monofisiti, come aramei e copti, e i nestoriani, mentre l'Iran zoroastriano, subiva l'attacco mazdachita), con esosi sistemi fiscali, grandi latifondi in mano a "stranieri", ed eserciti in buona misura mercenari e statici. Per contro gli arabi, per quanto anch'essi percorsi da rivalità intestine, avevano strutture militari assai agili (erano abituati a una guerra di razzia), e forti motivazioni ideologiche e materiali (la divisione del bottino senza parlare di una propensione "democratica" o "interclassista" indiscutibilmente collegati con la nuova fede). Inoltre non sempre dovettero usare la forza, dal momento che a coloro che accettavano senza combattere, la "protezione" araba, veniva garantito uno status particolare e la possibilità di praticare il proprio culto, per cui le adesioni avvennero in massa e per questo preferiamo il termine espansione a quello di conquista per definire l'iniziale periodo islamico. Assai intelligentemente (e la storiografia assegna in tutto questo un ruolo determinante a 'Omar), ma anche per la mancanza di funzionari arabi in grado di gestire il potere amministrativo, i nuovi venuti mantennero grosso modo inalterate le strutture statuali precedenti - affiancate da presidi militari -, e le condizioni di vita dei sudditi del potere musulmano rimasero costanti quando non migliorarono. I primi attacchi riguardarono la Siria fino alla Cilicia; l'imperatore bizantino Eraclio fu sconfitto presso il lago di Tiberiade nell'agosto del 636, e con ciò si aprirono le porte di Damasco e Gerusalemme.


Sul fronte orientale la regione mesopotamica fu la prima a cadere sotto la spinta islamica, importante fu la vittoria su Yazdagird a Qadisiyya (637) e la successiva battaglia e sconfitta persiana a Nihawand (642) che segna la data del passaggio dell'Iran al campo islamico. L'ultimo sovrano sasanide morirà a Merv nel 651, mentre delle nuove posizioni i musulmani si serviranno per penetrare nell'Iraq settentrionale e in parte dell'Armenia storica. L'Egitto viene invaso alla fine del 639 e da un accampamento si svilupperà la città del Cairo. Dalle basi di Fustat e Alessandria partirono quindi incursioni verso la Cirenaica e l'Alto Egitto; sono gli avamposti delle future campagne militari. Già prima della metà del VII secolo, dunque in pochi anni, i musulmani si erano dati una notevole organizzazione militare e politica. Le incursioni e le conquiste furono senza sosta e in molte direzioni. Va detto che, pur sconfitto, l'Impero Bizantino, a differenza di quello Sasanide che si disgregò, resistette e in qualche misura dialogò con l'Islam, che non per questo cessò di puntare a una sua completa eliminazione: spedizioni contro Costantinopoli ci furono a più riprese (673-677; 717-718). A Oriente, acquisito l'Iran (ad eccezione di alcune regioni del Caspio e alcune enclave montagnose popolate da curdi, armeni, georgiani, baluci), i musulmani conquistarono stabilmente il Khorasan e dilagarono nella Transoxiana fino a confrontarsi con i cinesi; più a sud sono i territori indiani settentrionali, cioè la regione del Sind, a subire (711) gli attacchi dei seguaci di Maometto. A Occidente, facendo base stabile in Egitto, l'Islam si espande per ondate successive, favorito in questo anche dalla perifericità dei territori rispetto al mondo greco-bizantino. Cartagine cade verso la fine del VII secolo. La vera opposizione fu quella dei berberi, o di una parte di questi, che resistettero con vigore all'invasione. A nord delle Colonne d'Ercole il regno visigoto in Spagna era ampiamente in crisi, per cui il governatore arabo dell'Ifriqiyya pensò bene di mandare al di là del mare il berbero Tariq (che sbarcò sulla costa in un punto che si chiamò Jabal al-Tariq, cioè Gibilterra) ad affrontare re Rodrigo, che fu ucciso nel 711. Occupata la Spagna, ma sempre con quel carattere di tollerante integrazione a cui abbiamo già accennato, i musulmani si lanciarono in incursioni nella Francia meridionale (Narbona, Carcassonne), con il celebre episodio dello scontro di Poitiers nella valle del Rodano (732): poco più che una scaramuccia, ma che, avendo per protagonista Carlo Martello, sarà esaltato dalla storiografia occidentale come una battaglia decisiva. Fatti del genere sono entrati nell'epica - si pensi alla Chanson de Roland -, trovando nell'XI secolo una loro canonizzazione, ma il mito e l'uso che se ne sono fatti hanno poco a che vedere con la realtà storica.


La civiltà islamica è complessa e articolata, e certamente varie sono le etnie e le componenti politiche e ideologiche che hanno contribuito a formarla. Un aspetto interessante del modo di sentire islamico - in particolare arabo - è legato alla fedeltà verso il gruppo tribale e a costumi nomadici o seminomadici che condizionerebbero fortemente la cosiddetta forma mentis del musulmano. Certamente l'aspetto nomadico è importante nella storia, nella civiltà e nella cultura dell'Islam (e non solo di un Islam etnicamente arabo), ma una critica romantica associata a un certo autocompiacimento locale (l'arabo del deserto è fiero, libero, indipendente, feroce) ha costruito un mito - continuamente alimentato in letteratura ma anche nella cinematografia! - rapidamente caduto nello stereotipo totalizzante e banalizzante. Intendiamoci, il nomade (beduino, berbero, oghuso), c'è sempre stato e in certa misura c'è ancora, ma è una componente - necessaria ma nient'affatto maggioritaria né tantomeno esclusiva - di un mosaico ben più vasto in cui la sedentarietà è robusta e ha un ruolo altrettanto centrale in un sistema che è ellittico. Maometto incarna bene la duplicità di questo atteggiamento da cui l'Islam trarrà costante linfa vitale, ricordandoci il dualismo biblico dell'estroverso Esaù e del casalingo Giacobbe.


Fondamentale è la città: le strutture del potere sono cittadine e anche le principali architetture nascono in un contesto urbano. Mecca è un santuario e proprio per questo fiera, mercato, e il Profeta sarà "agente di commercio". Inoltre la mobilità degli uomini lungo gli itinerari commerciali (sacralizzata dal precetto del pellegrinaggio religioso rituale), porterà a sviluppare nelle grandi città - si pensi a Damasco, Cairo, Gerusalemme, Baghdad - un cosmopolitismo che è forse uno dei tratti più originali dell'Islam. La dicotomia non è fra città e campagna, come nell'Europa medievale, ma fra stasi e movimento.

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