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Iran, L'origine dello sciismo

Karbala, Iraq

Ai primi di ottobre del 680 dopo Cristo un gruppo di meno di cento uomini, accompagnati dalle loro famiglie, si avvicinava alla città di Kufa, poco più a sud dell'attuale Baghdad, sul fiume Eufrate. Proveniva dalla Mecca, lontana centinaia di miglia nel deserto arabo.

Mentre i viaggiatori e il loro capo Hosein si avvicinavano alla città, furono intercettati da circa mille soldati a cavallo. I viaggiatori acconsentirono a spostarsi a nord, lontano da Kufa, scortati dalle truppe. Il giorno seguente arrivarono altri quattromila uomini, che avevano l'ordine di costringere Hosein a giurare obbedienza al califfo Yazid. Hosein rifiutò. Ormai i suoi seguaci non avevano quasi più acqua, ma i soldati bloccarono loro l'accesso al fiume. Dopo dcuni giorni arrivarono nuovi ordini, secondo i quali Hosein e i suoi dovevano essere sottomessi con la forza. I soldati si schierarono in formazione da battaglia e si scagliarono sul piccolo gruppo. Hosein cercò di persuadere i suoi a salvarsi e a lasciargli affrontare i nemici da solo, ma essi non lo abbandonarono. Parlò alle truppe che lo sfidavano, rimproverandole. Ma i suoi nemici erano inesorabili e poco dopo iniziarono a tirare frecce nel campo di Hosein. Completamente sopraffatti, gli uomini di Hosein furono uccisi uno per uno mentre le frecce piovevano fra le tende e gli animali impastoiati. Alcuni di essi reagirono attaccando da soli o in due i ranghi serrati che li circondavano, ma vennero presto uccisi. Alla fine soltanto Hosein rimase vivo tra i combattenti, con il figlio neonato in braccio, al quale una freccia aveva trapassato la gola. I soldati lo circondarono, ma egli combatté strenuamente finché alla fine cadde a terra e uno di essi lo fini.

Tra i parenti maschi di Hosein sopravvisse solo uno dei suoi figli (che era malato ed era rimasto sdraiato in tenda durante la battaglia). A Kufa, la testa di Hosein fu portata al cospetto del vice di Yazid, che la colpì sul viso. Un testimone della scena lo rimproverò per aver colpito le labbra che il profeta di Dio aveva baciato.

Hosein era il nipote del profeta Maometto, figlio di sua figlia Fatima e di suo cugino Ali. Il resoconto del massacro della famiglia del profeta a Karbala è stato tramandato in questa forma da generazioni di musulmani sciiti. Come sempre, deve esserci stato un altro aspetto della storia. Da un altro punto di vista i califfi omayyadi potrebbero sembrare meno malvagi, ed essere considerati piuttosto come potenti pragmatici che combattevano per tenere unito un impero eterogeneo; gli alidi invece potrebbero sembrare idealisti incompetenti. Ma per noi è importante capire come gli stessi sciiti interpreteranno in seguito la storia. Il massacro di Karbala è stato l'evento centrale e decisivo nella storia dei primi anni dell'Islam sciita. Il santuario di Hosein a Karbala, eretto sul luogo del massacro, è uno dei più importanti luoghi santi sciiti. Ogni anno l'anniversario [Ashura) si contraddistingue ancora per il clima di lutto profondo, per le manifestazioni religiose di massa e gli sfoghi di dolore devoto. Fin dai tempi di Karbala i musulmani sciiti hanno meditato sul martirio di Hosein e sul suo simbolismo, e hanno covato un senso di malcontento, di tradimento e di vergogna.

la battaglia di Karbala in un dipinto dell'Ottocento

I grandi scismi della Chiesa cristiana, tra l'Oriente e l'Occidente, e più tardi fra cattolici e protestanti, avvennero secoli dopo l'epoca di Cristo. Invece il grande scisma dell'Islam che ancora oggi divide i musulmani in sunniti e sciiti, ha le sue origini nei primi giorni della fede, anche prima di Karbala, all'epoca stessa del profeta Maometto. I paragoni con gli scismi cristiani in realtà non funzionano. Un'analogia più adatta, come è stato notato da Richard N. Frye e da altri può essere quella tra l'importanza della legge e della tradizione nell'Islam sunnita e nell'ebraismo da un lato, e l'importanza dell'umiltà, del sacrificio e della gerarchia religiosa nel cristianesimo e nello sciismo, dall'altro. Il pubblico dolore dell'Ashura è simile nello spirito a quello che si vede in alcuni Paesi cattolici il venerdì santo. Lo scopo del confronto tra lo sciismo e vari aspetti del cristianesimo non è dire che essi sono la stessa cosa (non lo sono), né incoraggiare una specie di facile ecumenismo (che sarebbe naif) ma piuttosto fare chiarezza su qualcosa che in un primo momento sembra inconsueto e suggerire per analogia che dopo tutto non è per niente così strano e inconsueto (o almeno, non più strano del cattolicesimo cristiano).

Il termine shia significa shia Ali, ovvero il partito di Ali, che era il cugino del profeta e uno dei suoi primi proseliti. Gli sciiti (chiamati a volte alidi in questa prima fase) erano semplicemente coloro che si schieravano a favore dei discendenti di sangue di Ali e del profeta. Le altre caratteristiche e dottrine si svilupparono più tardi.

Fin dall'inizio i seguaci di Maometto, i primi musulmani, erano entrati in conflitto con l'autorità temporale. Maometto, Ali e gli altri erano stati costretti a fuggire dalla Mecca a Medina dove i loro rapporti con il governo della Mecca si deteriorarono fino all'aperta ostilità. Questa situazione si verifica molte altre volte nella storia islamica: e in particolare in quella sciita. Maometto sfidava il modo di vivere dei Meccani ed esortava a una condotta più morale e pia, basata sulla rivelazione della volontà di Dio nel Corano. Le autorità meccane risposero con la derisione e la persecuzione. Il conflitto tra l'autorità arrogante, mondana, corrotta e l'austerità onesta e pia si stabilì come modello culturale per secoli, fino alla rivoluzione iraniana del 1979 e ai giorni nostri.

I musulmani sciiti credono che Maometto abbia nominato Ali suo successore, ovvero califfo, dopo la sua morte ma che altri abbiano usurpato la successione legittima. Nell'epoca in cui Ali divenne il quarto califfo, il 656 d.C., il governo dell'Islam aveva conquistato enormi territori, dall'Egitto alla Persia, come abbiamo vi-sto nel capitolo precedente. Ciò significava un nuovo potere per alcune tra le famiglie più importanti nelle tribù arabe (e particolarmente per alcuni membri della famiglia quraiscita, molti dei quali si erano opposti a Maometto stesso prima della sottomissione e della conversione della Mecca), ma richiedeva anche che i conquistatori arabi adottassero nuovi modelli di governo e di rapporti di potere.

Molti musulmani non approvarono i cambiamenti, le soluzioni politiche e i compromessi pragmatici che ne conseguirono. Ali ad esempio si mantenne a distanza e condusse una vita devota nell'austerità e nella preghiera. Divenne il punto di riferimento del dissenso e fu a sua volta oggetto di risentimento da parte dei mem-bri della cerchia del califfo: incarnando così per la prima volta il conflitto devozione/autorità interno all'Islam stesso. Quando Ali in persona divenne califfo questa mutua ostilità portò alla guerra civile (fitna). Nel momento in cui, nel 661, Ali cercò di fare la pace alcuni dei più radicali tra i suoi sostenitori kharigiti si sentirono traditi e lo assassinarono, mentre il capo dei suoi precedenti oppositori (Muawiya) prese il potere come primo califfo omayyade. Poi morì e lasciò il potere al figlio: il califfo Yazid che fu nemico di Hosein al tempo di Karbala, nel 680.

La ribellione di Hosein in sfida all'autorità di Yazid era, come credono gli sciiti, un tentativo di purificare l'Islam e riportarlo ai suoi principi originari. Attingeva la propria forza dallo stesso legame di sangue di Hosein con il profeta, ma anche dalla percepita empietà di Yazid e della sua corte, nella quale era normale bere vino e adottare usanze bizantine e persiane preislamiche. Hosein sperava che da Kufa gli sarebbe giunto aiuto, ma le truppe di Yazid vi arrivarono per prime e costrinsero i suoi abitanti alla passività. Alcuni storici sciiti credono che Hosein sia andato coscientemente a morire a Karbala, convinto che avrebbe potuto ottenere il rinnovamento che desiderava solo con il sacrificio di sé (un altro punto a partire dal quale alcuni hanno paragonato lo sciismo al cattolicesimo cristiano). La rinuncia dei suoi sostenitori di Kufa a portare aiuto a Hosein aggiunse un forte senso di colpa alla memoria sciita di Karbala.

Sarcofago che contiene la testa di Hosein

Dopo Karbala la dinastia omayyade di Yazid e dei suoi successori continuò a governare alla testa dell'Islam e la conquista di nuovi territori proseguì. Per dare un'idea del sentimento di vergogna e di sofferenza provato dagli sciiti si può provare a immaginare come si sarebbero sentiti i cristiani se dopo la morte di Cristo la guida della Chiesa fosse toccata a Giuda Iscariota, a Ponzio Pilato e ai suoi successori. Gli sciiti si sentivano perdenti, spossessati, sempre traditi dai potenti e dagli iniqui (nonostante il sorgere in seguito di potenti dinastie sciite che dominarono territori estesi). Una profonda inclinazione alla compassione per gli oppressi e la tendenza a considerarli naturalmente più giusti dei ricchi e dei potenti persiste nello sciismo popolare fino ai giorni nostri. I primi sciiti consideravano i califfi omayyadi veri e propri usurpatori illegittimi e speravano in una rivolta che avrebbe portato al potere i discendenti di Maometto, Ali e Hosein. Questi discendenti erano gli imam sciiti, messi in secondo piano ma legittimi leader dell'Islam, una linea alternativa di discendenti che rivaleggiava con quella dei califfi omayyadi e abbasidi. I musulmani sciiti si consideravano una minoranza più o meno perseguitata all'interno degli stati governati da e per i musulmani sunniti.

Nonostante lo scisma, nei primi secoli lo scambio di idee era abbastanza libero, vi erano un considerevole pluralismo e una notevole diversità di opinioni tra gli alidi o gli sciiti stessi. In generale la teologia e la legge sciite tendevano a essere più flessibili di quelle dell'Islam sunnita, più favorevoli all'applicazione della ragione in teologia, più inclini al libero arbitrio che al determinismo, e più aperte ad alcune tra le idee più eterodosse che circolavano nel mondo islamico; in parte come risultato di una più vasta tradizione di hadith, che comprendeva i detti e gli atti degli imam sciiti. Anche la teologia sciita era diversa perché affrontava problemi specifici degli sciiti, come la condotta durante le persecuzioni.

Il sesto imam sciita, Jafar as-Sadiq, ideò una strategia per sfuggire alla persecuzione che doveva rivelarsi controversa. La dottrina della taqiyeh, o della dissimulazione, permetteva ai musulmani sciiti di rinnegare la propria fede se necessario, per evitare la persecuzione: è una dispensa speciale che somiglia in modo impressionante alla dottrina della «riserva mentale» garantita dalla Chiesa cattolica nel periodo della Controriforma per motivi simili, e associata ai gesuiti (sebbene abbia avuto origine prima della fondazione di questo ordine). Come i gesuiti acquisirono tra i protestanti la reputazione di essere ambigui e abili nei trucchi terminologici (per cui fu coniato l'aggettivo «gesuitico» in accezione negativa), così la dottrina della taqiyeh guadagnò agli sciiti una reputazione simile tra alcuni musulmani sunniti.

Alcuni commentatori sostengono che le dottrine di Jafar as-Sadiq rispecchino un periodo di quietismo sciita, nel quale ci si ritirò dalla politica, dal confronto e dagli sforzi di rovesciare il califfato. Tale quietismo, con la sua disposizione alla modestia e alla virtù discreta, rappresenta una tendenza dello sciismo (che è ancora viva) nei secoli successivi, ma vi erano movimenti sciiti che non seguivano assolutamente questo modello, e durante la vita di Jafar ebbero luogo numerose e importanti rivolte sciite (tra le quali si conta anche la notevole partecipazione degli sciiti alla solleva zione di Abu Muslim che fondò il califfato abbaside). Dopo la morte di Jafar as-Sadiq (nel 765) avvenne un altro scisma. Un gruppo sciita appoggiò Musa, il figlio di Jafar, mentre un altro acclamò l'altro suo figlio Esmail come settimo imam, dando cosi origine alla corrente ismailita o settimana, abbracciata in seguito dai governi fatimidi in Egitto. La setta ismailita diede origine anche al noto movimento degli Assassini, un'organizzazione le cui azioni furono molto distorte dalle cronache occidentali, che stabilirono il loro potere nella zona dei monti Alborz nel XII e nel XIII secolo, ed ebbero particolare importanza prima e dopo le invasioni mongole degli anni Venti del 1200.

Fortezza di Maysaf, roccaforte della setta degli Assassini

Nel IX secolo un ulteriore periodo di disordine seguì alla morte dell'undicesimo imam (la cupola del suo santuario, a Samarra in Iraq, è stata fatta esplodere da estremisti sunniti nel febbraio 2006, e questo attentato ha dato l'avvio a una nuova fase di gravi violenze tra comunità sunnite e sciite), perché sembrava che egli non avesse nessun erede vivente. La corrente principale sciita, non ismailita, si divise in molte sette, ognuna delle quali dava una diversa spiegazione teologica di questo problema. Alla fine i fedeli si riunirono nuovamente intorno alla seguente spiegazione: l'undicesimo imam aveva avuto effettivamente un erede, un figlio, ma questo ragazzo era stato nascosto o «bloccato» subito dopo la morte del padre per evitare la persecuzione. Al momento giusto, un momento di caos e di crisi, questo dodicesimo imam, l'imam nascosto, sarebbe riapparso per ristabilire il legittimo potere di Dio sulla terra. I paragoni con la dottrina cristiana dell'Apocalisse e della seconda venuta di Cristo sono ovvi (infatti molti sciiti credono che Gesù accompagnerà l'imam nascosto al suo ritorno). Ma questa dottrina è paragonabile anche alla tradizione zoroastriana del Saoshyant.

Questa fase aggiunse allo sciismo un ulteriore elemento, di tipo messianico e millenarista. Ma aggiunse anche un principio di instabilità, un dubbio, una specie di punto di domanda perpetuo, al problema del rapporto dei musulmani sciiti con l'autorità religiosa e con quella secolare. Se l'imam era l'unica carica legittima, allora cosa ne sarebbe stato di un mondo privo della presenza attiva dell'imam ? Lo sciismo aveva già problemi con il potere temporale, ma adesso ne aveva anche con l'autorità all'interno dello sciismo stesso.

L'imam nascosto era il dodicesimo e ultimo a partire da Ali, e coloro che aspettavano il suo ritorno furono chiamati sciiti duodecìmanì; si trattava della maggiore comunità sciita. Era una setta sparsa, che forse è meglio considerare piuttosto come una tendenza, con alcuni membri nella Mesopotamia meridionale, nell'Iran centrale nella zona di Qom, nell'Iran nordorientale e nell'Asia centrale, in Libano, lungo la sponda meridionale del Golfo Persico, e altrove (oggi gli sciiti vivono anche in Afghanistan, in Pakistan e in India). Ma dopo una fase in cui dominarono potenti dinastie sciite, come quelle dei Fatimidi, dei Buyidi, dei Carmati e altri ancora, dal X secolo in poi predominarono i governi musulmani sunniti, e dopo l'invasione mongola gli Ottomani, sunniti rigorosamente ortodossi, ascesero inesorabilmente fino a controllare la parte occidentale del mondo islamico.

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