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Iran, Mashad ebraica

Veduta della città di Mashad dall'alto

La storia delle comunità ebraiche in Iran è poco conosciuta, eppure sono state una parte non irrilevante della storia del paese. La comunità ebraica più importante era quella di Teheran, ma nessuna ha una storia così affascinante come quella degli ebrei di Mashad.


Gli ebrei, come tante altre popolazioni dedite al commercio stabilirono i loro insediamenti lungo le vie commerciali che attraversavano la Persia, l'Iraq, la Russia e l'India. Le testimonianze persiane dell'epoca descrivono generalmente i commercianti ebrei come persone oneste, grandi commercianti e conoscitori di lingue.

Mausoleo dell'ottavo Imam sciita Reza

Mashad si trova proprio al centro di una delle numerose rotte carovaniere: grazie alla sua posizione è la tappa obbligata per chi intende commerciare con la Persia. All'epoca era una città di modeste dimensioni e il suo antico nome era Sanabad. La città deve il suo sviluppo ad un evento luttuoso: proprio a Sanabad l'Imam sciita Ali Al Rida (Reza in persiano) venne avvelenato e morì. La sua tomba divenne presto un santuario in grado di attirare migliaia di pellegrini e la città cambiò il suo nome in Mashad: la parola mashad significa appunto santuario. Una città dunque nota per il suo richiamo alla religione islamica ed anche oggi è rinomata per essere una delle città più rigorose nella difesa dell'ortodossia islamica sciita. Tuttavia propria in questa città così zelante dal punto di vista religioso, gli ebrei vennero attirati dalla favorevole posizione commerciale.

Foto di gruppo di ebrei di Mashad, 1900 ca

Gli ebrei nella Persia dopo l'avvento dell'Islam erano considerati, così come i cristiani, dhimmi: popolazioni non islamiche che erano tutelate da un "patto di protezione" con le autorità. In sintesi era una condizione simile, ma assai più tollerante, a quella delle comunità ebraiche nell'Europa cristiana. La prima testimonianza concreta di una presenza ebraica a Mashad è databile solo a partire dalla metà del XVIII secolo: precedentemente l'accesso alla città durante la dinastia Safavide era proibito a tutti gli infedeli. Nader Shah, il regnante dell'epoca, per rafforzare le zone di confine, incoraggiò in quelle regioni l'insediamento di centinaia di famiglie persiane: tra le altre anche di famiglie ebraiche. Fu così che un gruppo di ebrei vi si stabilì, rimanendovi anche dopo l’assassinio di Nader Shah. Nella vicina Mashad acquisirono delle proprietà a ridosso delle mura, dove costruirono le prime residenze e una piccola sinagoga.

Nonostante il carattere forte dell'ortodossia islamica a Mashad, gli ebrei non erano costretti a vivere in un quartiere a loro riservato né tantomeno erano sottoposti alla restrizioni della vita nel ghetto: un esempio di grande tolleranza se pensiamo a quanto avveniva nella stessa epoca nella penisola italiana. Naturalmente erano soggetti ad alcune limitazioni: non potevano girare armati, la loro testimonianza valeva meno di quella di un musulmano in tribunale, dovevano camminare a ridosso dei muri e altre restrizioni di questo tipo. Niente di particolarmente nuovo e particolarmente vessatorio per gli ebrei: a Mashad infatti prosperarono e arricchirono sé stessi e la loro comunità.

Cerimonia di fidanzamento. Per anticipare ed evitare matrimoni coi musulmani i genitori promettevano in matrimonio i figli in giovanissima età

Il peggio però stava per arrivare: quasi un secolo dopo essersi stabiliti a Mashad gli ebrei furono vittime di un porgom, noto come Allahdad (il dono di Dio), che pose bruscamente termine ad un periodo di relativa tranquillità e benessere. Su quale sia stato il fattore scatenante del pogrom le cronache sono molto incerte: sembra che la causa sia da ricercare in una povera donna ebrea che aveva un ascesso alla mano; dietro il consiglio di un medico musulmano, uccise un cane e immerse la mano nel sangue dell'animale. Questo semplice gesto sembrò una provocazione intollerabile per la comunità islamica: era il periodo del Bairam, nel quale i musulmani sono soliti uccidere una pecora, e quindi sembrò che la donna ebrea avesse inteso ridicolizzare quella festività islamica.


Una folla inferocita si recò nel quartiere ebraica e dopo avere ucciso una trentina di persone (le cifre sono incerte) si diede al saccheggio delle case e rapì alcune ragazze. Gli ebrei si recarono dall'Imam alla ricerca di protezione, ma lui si rifiutò di intervenire a loro favore finché non si fossero convertiti: non era una procedura molto ortodossa, ma le autorità di Teheran erano lontane, e quindi la scelta era tra la conversione e la morte. Quasi integralmente la comunità ebraica di Mashad scelse la conversione.

1922. Prima scuola gestita da ebrei: il programma comprendeva lo studio del Corano mentre l’ebraismo era insegnato di nascosto. Alcuni maestri e alunni erano musulmani.

Ma quali erano le ragioni dietro il pogrom, al di là dell'evento scatenante? Una motivazione può essere rintracciata nel crescente espansionismo britannico: proprio in quel periodo l'Iran era preoccupato dalla presenza di truppe inglesi vicino alle proprie frontiere e, non del tutto a torto, gli ebrei erano considerati amici degli inglesi e quindi un potenziale "pericolo". Una seconda motivazione, tradizionale in questo genere di accadimenti, era la ricchezza della comunità ebraica: la possibilità di saccheggiare le case e i negozi degli ebrei aveva senza dubbio costituito un'occasione unica. Il terzo ed ultimo motivo risiede nel carattere decisamente ortodosso ed oltranzista della religiosità nella città di Mashad.


E come reagirono gli ebrei a questi eventi? Così come avevano reagito molti dei loro correligionari spagnoli e portoghesi di fronte alla scelta tra conversione, morte ed esilio nel Cinquecento: la dissimulazione. Le conversioni non potevano essere considerate sincere, ma frutto dell'imposizione e della paura: è naturale che le famiglie ebraiche continuassero di nascosto a praticare quella che era stata la religione dei loro padri. E così accadde anche a Mashad, con una differenza importante: una volta convertiti, sia pure guardati con sospetto e oggetto di molte malevoli attenzioni, gli ebrei non vennero tormentati dalle autorità persiane (a differenza di quello che avvenne nella penisola iberica con l'introduzione dell'Inquisizione spagnola e portoghese).


Questa situazione ambigua si trascinò fino al 1925, quando Reza Shah permise agli ebrei di praticare apertamente la loro religione: sotto il suo successore, Mohammad Reza Pahlavi, la comunità ebraica di Mashad conobbe un periodo di prosperità economica e culturale, destinato ad interrompersi bruscamente con l'affermarsi della rivoluzione dell'Ayatollah Khomeini.

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