Lampi di cultura

Nuova Zelanda, costumi maori

Prima rappresentazione europea dei Maori: dal diario di viaggio di Abel Tasman

Il Maori ordina le sue relazioni con gli altri in base a due elementi fondamentali i rapporti di parentela ed il luogo in cui vive. L'intero sistema delle aggregazioni e della stratificazione sociale trova la sua chiave interpretativa e le ragioni delle sue dinamiche in questi due fattori. Il solo legame costituito dal sangue non è sufficiente a spiegare nella sua integralità quell'etichetta che regola i rapporti interpersonali. La lontananza raffredda la relazione e questo spinge a rinsaldare i vincoli con matrimoni e per mezzo dell'adozione, in entrambi i casi si somma al legame di sangue quello della coabitazione. L'affetto per i parenti, la solidarietà interna al gruppo, il rispetto dei gradi sociali in sostanza ciò che dà la vita alla comunità e da questa scaturisce, ciò che i Maori chiamano col nome di manaaki dipende da questi due fattori.

Rappresentazione dell'hokulea, la canoa con la quale i Maori giunsero in Nuova Zelanda

La grande saga delle migrazioni narra come i colonizzatori polinesiani siano giunti in Nuova Zelanda a bordo di canoe. Dalla ciurma di queste canoe i Maori tracciano la loro discendenza, e le tribù derivano la loro denominazione dal nome dell'occupante la canoa da cui discendono. Le waka rappresentano la forma più ampia di aggregazione sociale, un'unità politica debole e amorfa che non impedisce alle tribù che la compongono di combattere tra di loro.


Le tribù (iwi) costituiscono, a loro volta, unità politiche indipendenti ed operative, occupano un proprio territorio che difendono militarmente da assalti esterni, mentre regolano pacificamente i dissensi interni.


Al comando della tribù vi è il capo supremo. Il momento decisionale è costituito da pubbliche assemblee, tra i capi dei clan che compongono la tribù, per le questioni di politica estera (belliche) ed importanti questioni economiche.


Tutti i partecipanti possono esprimervi il loro pensiero ma normalmente il mana (autorità) del capo è sufficiente ad eliminare eventuali pareri discordanti. Il discorso del capo segue uno schema canonico che prevede in apertura e chiusura canti e citazioni mitiche che ispirano il discorso e la conseguente decisione.


Il clan (hapu) costituisce in sostanza la forma aggregativa con una maggior incidenza nella vita quotidiana: tendenzialmente endogamico, varia nelle dimensioni da poche decine di persone fino a qualche centinaio. L'hapu si compone di famiglie estese (wahanau): l'unità sociale di base strettamente esogamica che si compone di tre o quattro generazioni di familiari. Le famiglie nucleari non rimangono schiacciate da questa forma d'organizzazione sociale anzi godono di autonomia nella scelta dell'abitazione, nelle proprietà, per quanto riguarda l'educazione dei figli ed al contempo usufruiscono dei benefici delle strutture familiari comuni.

Ariki di alcune tribù Maori

La società dei Maori si configura come un sistema feudale suddistinto in caste organizzate in base al grado di antichità della discendenza. La società per i Maori coincide con un gruppo parentale più o meno esteso, quindi il membro della società è di necessità parente. Come sottolinea giustamente Johansen "un maori deve essere circondato dai parenti per essere un uomo"; al di fuori della parentela vi sono solo gli schiavi, esseri privi di mana. Questo permette di porre la prima distinzione fondamentale tra uomini liberi e schiavi.

Schiavi si diviene in quanto vinti e catturati dai nemici in battaglia: finita la guerra il capo suddivide i prigionieri scampati al massacro come schiavi tra gli uomini liberi della sua tribù riservando per se la parte maggiore.

In genere non vengono sfruttati eccessivamente e sono trattati be-nignamente dai loro padroni, mangiano in ceste differenti da questi ma dormono nella stessa casa e partecipano alla vita domestica come i liberi; le schiave possono sposarsi e la loro prole è considerata libera seppur di basso ceto. Restano comunque totalmente soggetti ai padroni che hanno diritto di vita e di morte su di loro e tale è la loro pena nel caso tentino di fuggire. Abolita nel 1845 la schiavitù è considerata dal Lowie "il pilastro dello stato maori".

Tra i liberi si distinguono, in modo un po' scolastico, due classi principali quella degli aristocratici e quella della gente comune.

All'aristocrazia appartengono innanzitutto i capi supremi di una tribù (ariki). Secondo una testimonianza di fine Ottocento "Avevano, generalmente parlando, un aspetto maestoso e marziale; erano dotati di alta, atletica e vigorosa statura, ed i loro movimenti quantunque fossero assai gravi, non erano però imbarazzanti. Il loro intelletto era acuto e penetrante, e superiore di molto a quello dei loro sudditi". Questi personaggi maestosi sono i discendenti primogeniti maschi, o in assenza femmine, in linea diretta degli uomini che componevano la ciurma delle canoe della Grande Flotta.

Sempre nell'ambito aristocratico troviamo i rangatira, ovvero i capi dei clan (hapu) ed i loro parenti più stretti. I capi sono dotati di un'autorità che gli deriva non solo dai nobili natali, ma anche dalle abilità personali. Queste sono le otto doti tradizionali di un grande capo;

  • Operoso nel procurare o coltivare cibo.
  • Abile nel comporre le dispute.
  • Coraggioso.
  • Valente condottiero in guerra.
  • Un esperto nella scultura, nel tatuaggio e nell'intreccio ornamentale.
  • Ospitale.
  • Capace di costruire una casa, un pa e una canoa.
  • Buon conoscitore dei confini del territorio tribale.



I sacerdoti di alto grado e gli esperti nelle arti in genere, nonché i guerrieri valorosi provengono necessariamente dall'aristocrazia e non costituiscono classi autonome basate sul ruolo.


Nella vita quotidiana non vi è questa incolmabile distanza tra nobili e plebei. Lavorano fianco a fianco nei campi, partecipano insieme alle feste e non vi sono eccessivi segni di rispetto a regolarne i rapporti.

Incontro tra coloni e Maori in un villaggio fortificato, il pa

Il villaggio sia esso il kainga, situato in pianura vicino ai campi e privo di difese, o il pa arroccato in luoghi scoscesi e fornito di una complessa struttura difensiva, conserva una struttura interna identica: un gruppo di case disposte intorno ad uno spazio aperto (marae) dominato da un lato da una grande casa comune (whare runanga) riccamente ornata. Presso i Maori si trovano quattro tipi fondamentali d'abitazione: la casa per gli ospiti, la casa delle riunioni, la casa del capo ed infine le case della gente comune.


Il punto focale del villaggio è costituito dalla marae: è il centro della vita sociale dove i bambini giocano e vengono istruiti, vi si consumano i pasti (i liberi distinti dagli schiavi e gli uomini dalle donne), vi si effettuano le riunioni pubbliche, vi si accolgono le visite, si salutano le truppe che partono per la guerra etc. La marae ha una tale importanza nella vita comunitaria da essere, ancor'oggi, considerata sinonimo di villaggio, ma il monumento più stupefacente, il vanto di ogni villaggio è la grande casa delle riunioni.


Si tratta di un edificio che mantiene i tratti salienti della casa d'abitazione salvo essere molto più grande e curata nella decorazione tanto interna che esterna. La sua realizzazione richiede personale qualificato e molta manodopera, spesso proveniente dai villaggi vicini, cosicché l'opera diviene un motivo di frequentazione e di rafforzamento dei rapporti d'amicizia. Le sculture che ornano la casa raffigurano gli antenati del clan ed i personaggi dei miti con un'evidente finalità didascalica per le nuove generazioni.

Whare runanga di un villaggio Maori

Sebbene non vi siano ferree regole che stabiliscano un regime esogamico o endogamico,la disparità di rango costituisce generalmente un ostacolo al matrimonio eccetto nel caso dei nobili maschi, che avvalendosi della poliginia possono condurre in sposa anche una schiava.


L'unione coniugale costituisce un fatto rilevante in ambito sociale ed eco-nomico essendo ordinariamente il frutto dell'accordo di due famiglie suggellato dallo scambio di doni e da feste.


La poliginia riservata unicamente ai nobili ha la funzione di garantire (quasi certamente ) una copiosa progenie. L'aspetto procreativo dell'istituzione matrimoniale viene d'altronde enfatizzato dalla molteplicità di riti per la fertilità durante la gravidanza. Il matrimonio viene meno per la morte di uno dei coniugi; valendo la legge del levirato, anche qualora non sposasse il fratello del marito defunto, la donna è tenuta ad ottenere il consenso di questi per risposarsi. Nel caso in cui la moglie sia una nobile e la preferita spesso si suicida impiccandosi dopo la morte del marito.


Vietando la nuova legislazione coloniale la poligamia, si è verificata all'inizio del XX secolo una, seppur modesta, migrazione di Maori nello Utah dove tale costume è ancora in uso presso i mormoni', confessione che suscita a tutt'oggi un discreto seguito tra i Maori della Nuova Zelanda.

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