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Lampi di cultura

Nuova Zelanda, Introduzione a F.E. Maning

Ritratto di un Capo Maori, 1784

Il viaggiatore australe di oggi percorre rotte che la tradizione, la letteratura e le agenzie di viaggio hanno reso ormai canoniche. Si ricerca, di solito, la selvaggia magnificenza delle foreste guineane, o gli abbacinanti panorami delle bassure australiane. Oppure si visitano, costeggiando come in sogno, le rive perfette degli arcipelaghi polinesiani. Qualche sparuto pellegrino affronta il grande salto, per fermarsi, muto, davanti alla imperscrutata opacità del mistero pasquense. Ma da questa moderna mitologia del viaggio esotico resta escluso, o comunque tenacemente appartato, il fascino arioso e salubre del paesaggio neozelandese, il quieto splendore di una terra estrema e singolare, esoterica più che esotica. In un'epoca che predilige le tinte forti ed i contrasti drammatici, la Nuova Zelanda offre al visitatore occidentale uno specchio rassicurante e familiare, che questi ha cercato di rappresentarsi attraverso la comparazione sempre ripetuta con luoghi più domestici e noti: la Scozia degli Antipodi, la Svizzera australe, l'Italia alla rovescia. Ed è stata probabilmente questa apparente familiarità, più che la nostalgia, o il desiderio di possesso essenziale, che ha portato i primi coloni ad attribuire a quelle regioni i nomi dei propri luoghi di origine, fino a chiamare Alpi la modesta dorsale che attraversa il paese (in questo, almeno, gli Europei sono stati più moderati degli indigeni, i cui rangatira imponevano al paesaggio i nomi delle proprie parti anatomiche).

Monte Cook, alpi neozelandesi

Eppure questa somiglianza si rivela, ad esplorarla in dettaglio, il luogo della più radicale differenza, proprio perché il punto di separazione non si situa nella chiassosa contrapposizione delle forme e dei fenomeni, ma in una più essenziale e nascosta alterità, ambigua ed inquietante. Ciò è ben rappresentato dall'animale-simbolo di questo paese: un modesto gallinaceo all'aspetto, sorta di grassa pernice, un uccello apparentemente comune che invece si scopre dotato di una singolare fisiologia, di un mantello di piume lanuginose, e di un apparato di riproduzione unico e sorprendentemente complesso. Così accade per certe piante ad alto fusto che sembrano palme, e che ad una più attenta osservazione si scoprono appartenere alla famiglia delle felci; così accade per la piccola lucertola indigena, che non è un comune rettile, ma l'ultimo dei rincocefali, un cugino vivente dei dinosauri. Gli stessi coloni, che all'apparenza sembrano più anglosassoni dei loro ascendenti londinesi, hanno edificato qui una piccola Europa, che nonostante tutti i loro sforzi si è infine rivelata straniata ed antipodale, salubre ed impropria. Un'Europa in cui paesi e villaggi dall'aspetto assolutamente anglosassone recano sonanti to-ponimi polinesiani che gli abitanti stentano a pronunciare. È stupefacente pensare come queste immense ed intricate foreste, questi vulcani imbiancati, queste interminabili spiagge, questi laghi e fiumi violenti ed incantevoli abbiano tutti percorso la loro storia geologica in una specie di tempo senza tempo. Mentre altrove, in tutto il resto della terra, la vita animale si evolveva e ribolliva, specie nuove sorgevano e scomparivano, in una mutazione drammatica e continua, qui il tempo era come fermo, e solo gli uccelli popolavano questa terra, seguendo linee evolutive singolari e incongrue.

Paesaggio rurale Queenstown

Se si esclude una minuscola specie di pipistrello, anche questa giunta chissà da dove, l'uomo è stato il primo mammifero a metter piede in Nuova Zelanda. I Maori, infatti, non sono indigeni nel senso proprio della parola, perché anche loro giunsero da coloni, in questo paese, nell'ultima, insignificante frazione della sua vita geologica, una manciata di anni. Mentre in Europa i barbari si contendevano le ultime vestigia dell'Impero romano, verosimilmente il primo uomo mise piede in quella che sarebbe stata la Nuova Zelanda, inaugurando un'epoca di devastazioni ecologiche che avrebbe avuto il suo culmine con l'avvento dei coloni europei. La vicenda di questo libro si svolge appunto in questa fase terminale, straordinaria e sconvolgente, agli albori della colonizzazione, durante la quale la cultura maori viene travolta, destrutturata, annientata, prima ancora che con la forza delle armi (questo avverrà solo più tardi, e sarà una formalità, un estremo colpo di grazia), in conseguenza del puro e semplice contatto tra una cultura ferma al neolitico - e retta su un delicatissimo equilibrio di forze umane e naturali - e la potenza devastatrice della civiltà occidentale e dei suoi prodotti. Il quadro impressionante che Maning traccia della vita maori ai primi dell'Ottocento ci dà un'idea significativa di quanto presto, e quanto rapidamente sia cominciata e giunta al suo epilogo la tragedia della cultura maori. Le note di Maning relative all'ossessiva domanda di armi da fuoco da parte delle tribù maori non contengono esagerazioni, e la dicono lunga sul grado di corrompimento che il semplice contatto commerciale con gli Europei aveva in poco tempo introdotto nei tradizionali costumi tribali.

Villaggio maori, 1850

La società maori cosiddetta classica - evolutasi su un substrato arcaico i cui caratteri sono ancora poco noti - era segnata da un continuo, feroce, endemico stato di guerra tribale le cui origini sono forse da ricercare nell'incremento produttivo dovuto alle tecniche di coltivazione, che rendeva vitale il controllo ed il possesso dei territori più fertili. Questa situazione aveva raggiunto un equilibrio naturale, garantito dalla tradizione, dal mito e della mentalità, e da un sistema di rapporti di forza sostanzialmente bilanciato, ancorché sempre di nuovo rimesso in discussione con la forza delle armi. L'introduzione del moschetto produsse un immediato e tremendo plusvalore culturale a vantaggio di alcune tribù, e le mise in grado di saldare con grande efficacia una quantità di pendenze, il ricordo delle quali si era conservato qualche volta per decenni nella tenace e puntigliosa memoria maori. Il risultato fu una rapida, drastica ed innaturale decadenza demografica, accelerata, negli anni, dalle malattie importate dagli Europei, dall'impoverimento assoluto delle risorse su cui i Maori basavano la loro sussistenza, dalle conseguenze devastanti di tutte quelle che Maning, per una volta senza ironia, chiama «le piaghe della civiltà». Un più recente e documentato indirizzo storiografico ha ricostruito in termini meno drammatici la vicenda dei rapporti tra Maori ed Europei, ed ha messo in guardia contro le semplificazioni della cosiddetta «teoria dell'impatto fatale». È certo vero che la dominazione culturale inglese assunse in Nuova Zelanda caratteristiche di gran lunga meno violente ed intenzionalmente disgregatrici di quanto non sia avvenuto altrove, e probabilmente l'insediamento del governo coloniale protesse i Maori da una decadenza ancora più rapida e sanguinosa ad opera di altre potenze europee. o della indiscriminata predazione di avventurieri e commercianti. Ma è altrettanto certo che, per quanto comparativamente blando e controllato, l'impatto ebbe luogo, e fu, a suo modo, «fatale» per la cultura maori.

Wellington panorama

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