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Nuova Zelanda, L'arrivo di F.E. Maning

Maori a bordi di una Canoa

Ah! I bei vecchi tempi, quando misi piede per la prima volta in Nuova Zelanda! Non se ne vedrà più l'uguale. Da allora pare che il mondo sia andato peggiorando, in qualche modo.

Tempi grigi, questi di oggi! Perfino il sole mi appare meno luminoso di una volta. Il sapore del porco e delle patate è degenerato, e tutto sembra «tedioso, vieto, insipido e non profittevole». Ma quelli erano tempi! «i bei tempi andati», prima che fossero inventati i governatori, e la legge, e la giustizia, e tutto il resto. Quando ognuno faceva il proprio comodo, a meno che i suoi vicini glielo impedissero (a loro maggior discredito); quando non c'erano tasse, diritti doganali, né lavori pubblici, né un pubblico che ne facesse richiesta. Non c'era chi si curasse allora di possedere o no un abito, e pochi credevano nell'utilità delle scarpe e delle calze. Gli uomini erano più grandi e più robusti, in quei tempi, e le donne... - ah!

Il denaro non era tenuto in alcun conto, e poteva andare al diavolo. Una sovrana sarebbe servita, al massimo, per farci un buco, ed appenderla all'orecchio di un ragazzo. Le poche che mi ero portato dietro fecero tutte quella fine, e ho visto darle in cambio per degli scellini, che venivano ritenuti più graziosi. Ma cosa me ne importava? Un amo ne valeva almeno una dozzina, ed io avevo ami in quantità.

Non avrei certo immaginato, in quei giorni, di dover mai vedere da queste parti città e villaggi, banche e compagnie di assicurazione, primi ministri e vescovi, e di dover sentire prediche c sermoni, e vedere uomini impiccati, e tutte le altre piaghe della civiltà. Sono un uomo portato alla malinconia, e mi sento come se non ci fosse posto per me in questi tempi grigi. Mi aggiro per luoghi solitari, esclamando spesso: «Oh, dove sono andati quei bei vecchi tempi!», e l'eco, o forse qualche moccioso maori mi risponde da dietro un cespuglio: «Noo hea![Non ci sono mai stati]».

Non preciserò qui in quale anno vidi per la prima volta le montagne della Nuova Zelanda profilarsi all'orizzonte: c'è una voce malevola in giro che sostiene che stia diventando vecchio, e poiché non voglio dar esca a illazioni del genere, eviterò per il momento di far riferimento alle date.

D'altra parte ho sempre sostenuto la teoria che il tempo non viene tenuto in considerazione in Nuova Zelanda, e credo che i fatti mi abbiano dato ragione almeno fino al momento dell'arrivo del primo governatore. I nativi conservano ancora questo punto di vista, soprattutto quelli di loro che si trovano in debito: dirò solo, pertanto, che fu molto tempo fa, nei bei tempi andati che, dal ponte di un piccolo schooner commerciale sul quale, proveniente da qualche posto, avevo rimediato un passaggio, misi gli occhi per la prima volta sulla terra Maori. Era terra Maori, allora; ma ahimè, che cosa è ora? Ti auguro successo, re di Waikato. Che il tuo mana non venga mai meno, e possa tu tenere a distanza a lungo il demone della civiltà - anche se temo che alla fine anche tu dovrai cadere. Plutone con i suoi piedi d'oro travolge i tuoi ceppi di confine, e si fa gioco dei tuoi canti di guerra; ma se mi capiterà di vederti cadere, almeno un pakeha[uomo bianco]-maorì canterà per te il lamento funebre, e le donne ti piangeranno come si faceva una volta, lacerandosi le carni con le conchiglie e l'ossidiana.

Marae (luogo sacro)


Ma lasciamo da parte questi pensieri malinconici, almeno per ora, dimentichiamo il presente, facciamoci coraggio e parliamo del passato. Non sono ancora sceso a terra - cosa che costituisce un necessario preliminare perché mi possa guardare intorno e dire quel che vedo. Proprio non capisco il vezzo pakeha di iniziare un racconto dalla metà. Se voglio cominciare bene, invece, devo pur scendere dallo schooner, la qual cosa, scopro con sorpresa, è più facile a farsi che a descriversi. La piccola imbarcazione si avvicinava a terra, e mentre più si faceva sotto cominciarono a venirmi in mente, in modo del tutto inaspettato, tutte quelle storie che avevo sentito in cui si parlava di gente arrostita nei forni, con contorno di cavolo e patate. Prima di allora avevo avuto una considerevole frequentazione con uomini selvaggi, ma era tutta gente che non aveva - di norma - abitudini alimentari del tipo che ho accennato, ed essendo - come ero in quei giorni - un semplice pakeha (qualità che ho da allora imparato a disprezzare), mi sentivo, a dir poco, alquanto curioso a proposito della domanda locale di carne da macello.

Lo schooner si appressava, e io scesi in coperta e caricai le pistole: non che mi aspettassi con questo di conquistare il paese, ma piuttosto semmai a causa di una specie di riflesso automatico. Di lì a poco gettammo l'ancora in una accogliente caletta di fronte alla casa del primo colono che era giunto sul posto, e che al momento era anche l'unico. Costui teneva tuttavia alcuni europei alle sue dipendenze, e a circa quaranta miglia di distanza c'era un insediamento di gente che se ne era fuggita dalle baleniere dei mari del Sud: inglesi, irlandesi, scozzesi, olandesi, francesi ed americani, ai quali si erano associati certi altri individui di razza pakeha, le circostanze del cui arrivo non erano ben chiare. E, come ebbi occasione di scoprire in un secondo tempo, ogni curiosità in proposito veniva considerata estremamente indiscreta, una vera indelicatezza.

Questi vivevano in condizioni mezzo selvatiche, o, per dirla meglio, selvatiche una volta e mezzo, essendo di gran lunga più selvaggi dei nativi stessi.

Devo comunque fare un passo indietro, perché mi rendo conto di non essere ancora a terra.

L'ancoraggio di una imbarcazione di qualsiasi dimensione, piccola o grande, in un porto della Nuova Zelanda non era evento da poco in quei tempi; per questa ragione dal ponte si poteva vedere la spiaggia affollata da alcune centinaia di nativi, tutti in stato di grande eccitazione, che urlavano e correvano qua e là, molti di loro agitando nelle mani mazze e lance, e nell'insieme davano l'impressione all'inesperto nuovo arrivato di stare considerando i vantaggi di un immediato cambio di dieta.

Queste almeno erano le mie impressioni alla vista della massa di indigeni urlanti, gesticolanti e tatuati che si esibivano davanti ai nostri occhi, e che parevano tutti matti per l'eccitazione. Poco dopo che avemmo ancorato, una barca ci si avvicinò, nella quale c'era Mr.***, il colono di cui ho detto, ed insieme a lui il capotribù indigeno. Mr."* mi diede un cordiale benvenuto in Nuova Zelanda, e mi invitò nella sua casa, che sarebbe stata anche mia - mi disse - finché non ne avessi avuta una. Anche il capotribù - fatte prima alcune domande al capitano dello schooner per sapere se fossi o meno un rangatira [persona importante], se portassi con me, a bordo, taonga [proprietà] in quantità, ed altri particolari, ed avendone ricevuto risposte soddisfacenti - mi si fece incontro e mi dette un caloroso e sincero benvenuto (amo la sincerità). Me lo avrebbe dato comunque, naturalmente, anche se fossi stato povero come Giobbe, perché i pakeha, in quei giorni, erano estremamente ricercati. Anche di Giobbe, per quanto povero fosse, si poteva immaginare che possedesse un vecchio cappotto, o qualche chiodo, o almeno un paio di cerchioni di ferro, ed era tutta merce di valore in quei tempi; merce che, per via di una pratica molto seguita, al tempo, dal mio amico capotribù, potevi star sicuro che avrebbe cambiato di mano poco dopo che lui l'avesse individuata.

Questa era la sua concezione del commercio: lui si sarebbe tenuto la merce, e non l'avrebbe pagata fino a quando non ti avesse preso qualcosa di maggior valore. Questa, qualsiasi cosa fosse, non sarebbe stata a sua volta pagata, fino a che lui non avesse fatto un prelievo ancora più sostanzioso. Egli pagava sempre solo quello che sembrava equo a lui, e quando avesse deciso di ritirare il suo patrocinio da qualche pakeha che si era fatto troppo sofistico, per dispensarlo a qualche nuovo arrivato, non avrebbe pagato per l'ultimo lotto.

Ma, per rendergli giustizia, bisogna dire che permetteva ai suoi amici pakeha di fare migliori affari con il resto della tribù, con l'eccezione di alcuni dei suoi parenti più stretti, dei cui interessi si riteneva responsabile.

Così, dopo tutto, un pakeha avrebbe avuto di che vivere, anche se non ho mai sentito di uno dei vecchi coloni che si sia arricchito commerciando con i nativi: c'erano, ad impedirlo, troppi in convenienti del tipo che ho detto, ed anche altri che non menzionerò, per il momento.

Residenza del re, Whatiwhatihoe, 1880


Prometto solennemente, gentile e paziente lettore, che se arriverò sano e salvo a terra farò del mio meglio per darti soddisfazione; ma se non poggio i piedi sulla terraferma, come potrò mai cominciare il mio racconto dei bei tempi andati? Fintanto che rimango a bordo mi sento impacciato e legato, uno schiavo del tempo di Greenwich, e non posso procedere. Altri, sono convinto, passerebbero oltre, e risolverebbero la questione senza l'aiuto di barche, canoe o salvagente; ma si tratta di persone che, diversamente da me, scrivono di fantasia. La mia è una storia vera, non «fondata sui fatti», ma «fatto» essa stessa, ragion per cui non potrei raggiungere la riva un momento prima di quanto le circostanze non permettano.

La barca del mio amico Mr.*** si apprestava a far ritorno alla riva. Rendendomi conto che il momento era giunto, mi feci coraggio e, accertatomi discretamente che le pistole fossero al loro posto sotto la giacca, mi calai nella lancia.

Qui mi devo correggere: ho detto che presi coraggio, ma non fu proprio così. Gentile lettore, se mi hai seguito fin qui, sarai ora premiato per la tua perseveranza. Ho intenzione di renderti saggio come lo sono io almeno in una materia di grande importanza; e non è cosa da poco, lasciamelo dire, perché non mi so immaginare che tu lo abbia imparato da solo dopo una così breve conoscenza. Falstaff, che era un tipo piuttosto intelligente, e la cui parola non può essere messa in dubbio, dice che «la parte migliore del coraggio è la prudenza». Ora, se le cose stanno così, che cosa, in nome di Achille, Ettore (questi - intendo Achille - era un vero codardo, che andava in giro a dar colpi in testa alla gente, essendo lui presso a poco invulnerabile), che cosa - lo ripeto - in nome di tutti gli uomini coraggiosi, può essere la parte peggiore del coraggio se la prudenza ne è la migliore? Il fatto è, caro signore, che io non credo affatto nel coraggio, né mai ci ho creduto; ma c'è qualcosa di molto meglio che mi ha consentito di venir fuori da molte difficoltà con éclat e sicurezza: vale a dire l'apparenza del coraggio. Se avete questa, avete il mondo ai vostri piedi. Quanto al coraggio «vero», non credo che esista. Un uomo che si espone al rischio di essere ucciso dal proprio nemico, e non si sente invaso da puro terrore, non è coraggioso: è semplicemente pazzo. L'uomo che non è atterrito perché non si rende conto del pericolo è un vero imbecille, un matto che dovrebbe essere rinchiuso perché non cada in un pozzo dormendo ad occhi aperti. Ma l'apparenza del coraggio, o piuttosto, visto che io nego l'esistenza della cosa in sé, quell'apparenza che è ritenuta coraggio: ecco la cosa che ti darà la salvezza, e ti procurerà la Victoria Cross [prestigiosa onorificenza britannica] e tutto il resto! Con l'aiuto di questa qualità gli uomini compiono le azioni più eroiche, mentre per tutto il tempo si sentono morire di paura. Ecco il segreto, attenzione! Vale molto denaro. Se mai dovessi trovarti in una schermaglia disperata, e sentirti in uno stato di paura tale da desiderare quasi di morire per liberartene, devi solo dire a te stesso: «Se io sono così tremendamente atterrito, come si deve sentire il mio nemico?». Questo pensiero ti rinfrancherà: la stima che porti a te stesso ti farà pensare, naturalmente, che il tuo nemico ha più paura di te; di conseguenza, più ti senti tentato di scappartene via, più hai ragioni per resistere. Leggi uno degli ultimi resoconti di una battaglia vittoriosa, in cui migliaia di uomini, per uno scellino al giorno - meno alcune consistenti detrazioni - «si sono coperti di gloria». La vicenda è chiara: gli altri sono scappati prima, è tutto qui. Questo segreto è un buon segreto, ma le cose, ovviamente, devono essere fatte a modo. Non ha importanza il tipo di pericolo: devi affrontarlo con sicurezza e tener saldi i nervi, e tanto più grande è la tua paura, tanto più devi essere determinato - per salvare le apparenze - e metà del pericolo è immediatamente superato.

Così ora, essendomi corretto, e avendo anche dato alcuni significativi consigli, riprenderò la mia strada per la riva, dicendo che mi detti una bella apparenza di coraggio e scesi a bordo della barca.

Per l'onore e la gloria della nazione inglese, della quale mi consideravo, in qualche modo - in questa significativa occasione - il rappresentante, mi ero abbigliato con uno dei migliori completi. La mia redingote era, immagino, la «cosa giusta»; il mio panciot-to era il risultato di un impegno lungo e profondo per taglio, colore e materiale - oso affermare che non se ne sono visti spesso di simili nell'emisfero meridionale. Il mio sarto - mi si dice - si è fatto una fortuna e si è ritirato in pensione, in conseguenza della illuminazione che in occasioni diverse ha ricevuto da me sui principi non del vestire, ma dell'abbellire il soggetto umano.

Il mio cappello era a prova di critica, ed il mio intero abbigliamento era tale, come avevo calcolato, da lasciare attoniti i nativi, e avrebbe generato reverenza e rispetto per me individualmente e per la nazione inglese in generale, della quale mi pareva appropriato considerarmi un campione non da poco.

Hongi, il tradizionale saluto Maori


A questo punto approfitterò dell'occasione per rimarcare che un po' di attenzione all'ornamentazione ed all'eleganza in materia di abbigliamento non solo è consentita, ma raccomandabile. L'uomo è la sola bestia alla quale si è lasciato potere discrezionale in questo senso: perché non dovrebbe allora prendere spunto dalla natura, e sforzarsi di rendere più bella la sua persona? I pavoni e gli uccelli del paradiso potrebbero senz'altro vivere e diventar grassi, anche se le loro piume fossero del colore delle ghette di un quacquero, eppure guardate come sono ornamentali! Si direbbe che la natura si è affaticata per farli belli. Guardate la tigre e il leopardo! Forse che non potrebbero uccidere senza tutte quelle strisce e quelle macchie? Eppure vedete come il loro mantello sia dipinto! Guardate i fiori, guardate l'intero universo, e dovunque vedrete l'ornamentale combinarsi con l'utile. E allora guardate il taglio e il colore del vostro abito, e non ridete del maori di una volta, il quale, non essendo «preso» da un abito per non essere stato capace di prenderne uno, si incide e tatua braccia, gambe e volto.

Comunque la barca si approssima alla riva, vigorosamente spinta da quattro robusti nativi. Il mio amico*** ed il capo sono rimasti a bordo dello schooner.

Il capo ha già posto l'occhio sulla mia doppietta, che è appesa nella cabina. La stacca e la esamina da vicino. È un buon intenditore di fucili. Si tratta del miglior tupara che abbia mai veduto, e i suoi pensieri corrono più o meno in questo modo: «Un buon fucile, un fucile di prima classe; devo averlo, devo renderlo tapu [tabù] prima di lasciare la nave (a questo punto stacca un pezzo dalla frangia del suo mantello e lo annoda al calcio del fucile, con il risultato di rendermi impossibile venderlo, regalarlo o comunque cederlo in alcun modo ad altri che a lui); mi domando quanto chieda il pakeha per venderlo. Gli prometterò in cambio tutti i porci e tutto il lino che vuole. è vero che non ho affatto lino, ora come ora, e sono a corto di porci: ce li siamo mangiati quasi tutti nel corso dell'ultimo hahunga; ma se ha fretta, potrà comprare il lino o i porci dalla tribù, il che dovrebbe soddisfarlo. Forse gli piacerebbe comprare un pezzo di terra. Sarebbe un'ottima idea. Potrei dargli un lotto accanto alla kainga, dove potrei averlo sempre sott'occhio. Se prendesse la terra, potrei disporre di due pakeha, lui e Mr.*** Tutti i capi dell'interno mi invidierebbero. Questo*** è diventato troppo furbo. Ultimamente ha preso a nascondere le sue cose migliori e a venderle prima che io possa scoprirle. E pressappoco come rubare, e non posso permetterlo. Ha venduto tre moschetti l'altro giorno agli Ngatiwaki, e nemmeno sapevo che li avesse, altrimenti li avrei presi io. E li avrei anche pagati, prima o poi. E un errore, un errore serio permettere che quella tribii abbia dei moschetti. Lui non è il loro pakeha; se ne cerchino uno da soli! Questi Ngatiwaki hanno troppi moschetti - con quei tre fanno sessantaquattro, oltre a due tupa- ra. Certo che ne abbiamo molti di più noi, e gli Ngatiwaki in fondo sono imparentati con noi; ma tra loro c'era Kohu, che noi abbiamo ucciso, e c'è Patu, a cui abbiamo rapito la moglie. Non si può prevedere che cosa potrebbero fare questi Ngatiwaki se dovessero procurarsi moschetti in quantità: è gente capace di tutto. E stato un errore dar loro quei moschetti - un errore, un errore! ». (L'esperienza che ho acquisito in seguito mi ha permesso di ricostruire questo soliloquio, così come l'ho riportato).

Lavorazione della resina sulla spiaggia di Northland, 1910


Ma mentre questo avviene, la barca procede verso la riva, e poiché la distanza è solo di circa duecento yard, mi domando com'è che ancora non sono a terra. I rematori spingono come dannati, impazienti come sono di mostrare alla tribù il premio che si sono procurati: un regolare pakeha rangatira [un uomo bianco importante], che è anche un rangatira pakeha [bianco di "proprietà del capo maori] (due cose molto differenti), che ha asce in quantità, ed ami, e coperte, e un tupara, e di cui si sospetta anche che possieda una gran quantità di polvere da sparo!

«Si fermerà con la tribù; si metterà in commercio; farà il pakeha per noi! ». Queste ultime conclusioni erano, comunque, alquanto affrettate, non avendo allora il pakeha alcuna nozione o esperienza di carattere commerciale, ed essendo incline solamente a guardarsi intorno e divertirsi.

La barca si avvicina alla riva, ed ora si leva da centinaia di voci il grido di benvenuto:

«Haere mai, haere mai, hoe mai, hoe mai, haere mai, e-te-pa-ke-ha, haere mai! [Vieni avanti, vieni avanti, rema in questa direzione, uomo bianco vieni avanti]».

Stuoie, mani, e certe stracciate sottane requisite per l'occasione vengono agitate nell'aria in segno di benvenuto.

Poi una pausa. Poi, mentre la barca ancora si appressa, un altro scoppio di «haere mai!». Ma poiché non ero abituato, allora, al modo maori di salutare, il suono mi giungeva alquanto sgradevole. C'era una lamentosa, malinconica cadenza in quel canto che mi colpì come poco appropriato tono di benvenuto; ed essendo al momento del tutto ignaro della mia importanza, ricchezza, e pregio generale come pakeha, cominciai a domandarmi se mai questo stesso «haere mai!» non fosse l'equivalente maori per «Svelto, svelto, vieni a farti ammazzare!».

Ma a questo punto non ci potevo fare niente. Eravamo vicini alla riva. Ed allora, ostentando il contegno più distaccato possibile, mi preparai a fare la mia entrée in terra Maori nella maniera più propria e dignitosa.

Famiglia di coloni in Nuova Zelanda, anni Ottanta dell'Ottocento/p>

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