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Lampi di cultura

Ottomano Impero, Belgioioso

Cristina di Belgioioso, VITA INTIMA E VITA NOMADE IN ORIENTE, Ibis, Como-Pavia 1993

Una vita avventurosa ed affascinante quella della principessa Cristina Trivulzio Belgioioso, eroina risorgimentale, animatrice di salotti culturali cosmopoliti, in fuga in Oriente inseguita dalla polizia segreta austriaca. Il libro è all’altezza del personaggio: sono narrazioni di viaggio ben documentate e piene di attenzione ai risvolti quotidiani e “intimi” di culture lontane e spesso enigmatiche.

Mustuk-Bey, il principe del Giaur-Daghada, ha ormai superato la prima giovinezza. Â un uomo di una quarantina d’anni, alto e ben fatto, con una fisionomia che sarebbe abbastanza ordinaria, se non fosse rischiarata da begli occhi azzurri, limpidi, sorridenti e penetranti come due spade. Niente rivela in lui il feudatario ambizioso e astuto che resiste costantemente agli ordini del suo sovrano, pur sotto le apparenze del rispetto e della sottomissione. C’è bonarietà in Mustuk-Bey, o per lo meno nelle sue maniere e nel suo linguaggio. Non esibisce il lusso orientale dei pascià e dei capi della sua tribù. Il suo abito, il suo contegno, la sua casa, la sua tavola, tutto rivela in lui la più grande semplicità.

Dietro la casa dei bey si trova un cortiletto quadrato circondato da edifici bassi, che formano un piano unico. Poiché il cortile è un quadrato lungo, i due edifici laterali coprono circa una superficie doppia di quella che occupano le costruzioni poste alle estremità. Una di queste ultime non è altro che il muro divisorio che separa l’harem dalla casa del bey, e in cui è stata praticata la porta d’ingresso. Due porticine, ognuna affiancata da due finestre, permettono l’accesso a ognuno degli edifici laterali del cortile lastricato. Il corpo principale sul fondo ha solo una porta e due finestre; ed è impossibile entrare in questo chiostro silenzioso senza pensare all’interno di un convento di certosini. Si è introdotti dapprima in una stanza abbastanza grande, fornita di materassi e cuscini, su cui si apre una retrocamera che serve da deposito di mobili o da granaio. In ognuna delle cellette disposte intorno alla stanza principale regna e governa una delle spose del bey. Si mormora nel villaggio e anche nelle città vicine che per il bey l’universo non si concentra tra queste quattro mura, e che altre costruzioni analoghe a questa sono distribuite a intervalli regolari sulle pendici del Giaur-Daghda. A dire il vero, sarebbe questo un lusso un po’ dispendioso.

La gerarchia è sempre rispettata negli harem, e per sardanapalesco che sia Mustuk-Bey, e comunque per quanto innamorato dell’una o dell’altra delle sue giovani mogli, è sempre e solo dalla prima (in data) che egli si concede alla cerimonia del risveglio. Fu da lei che mi condusse quando, dopo aver visto che tutto era stato preparato perché dormissi in una grande sala al di fuori del settore proibito, mi dichiarai pronta ad andare ad ossequiare queste signore.

L’aspetto della prima signora mi sembrò strano. Guardandola, pensai mio malgrado a un’acrobata in pensione. Questa sultana era stata molto bella, e la sua bellezza non era ancora completamente scomparsa; il suo colorito offriva una curiosa mescolanza di abbronzatura prodotta dal sole e di strati successivi di belletto sotto il quale il tessuto primitivo non risultava molto visibile. I suoi grandi occhi verde mare erano incredibilmente cerchiati: si poteva pensare a grondaie o anche a serbatoi praticati sotto la ghiandola lacrimale, per raccogliere i torrenti destinati ad uscirne. La bocca, grande e ben modellata, scopriva denti ancora bianchissimi, ma troppo separati gli uni dagli altri, e che sembravano traballare in gengive il cui rosso troppo vivo e il gonfiore malaticcio facevano nascere idee spiacevoli. Apparentemente sdegnava le parrucche di pelo di capra, poiché aveva i suoi capelli, ma tinti di rosso aranciato. Il suo abbigliamento era non accurato, ma ricercato, e contrastava in modo impressionante con quello dei suoi bambini, che erano vestiti come piccoli mendicanti.

Per tutto il tempo in cui suo marito fu presente, lei si mostrò timida e spaurita come una sposina il giorno del matrimonio, coprendosi il viso con il velo, con le mani, con tutto ciò che era a sua portata, rispondendo solo a monosillabi. Con il naso rivolto verso il muro, reprimeva delle risatine nervose, sembrava pronta a sciogliersi in lacrime alla prima occasione favorevole, insomma rinnovava le piccole manovre che avevo visto eseguire così spesso da donne poste nella stessa posizione, e da cui i mariti orientali si mostrano sempre così lusingati. — È il sentimento della loro inferiorità a turbarle così, si dicono. Poiché l’inferiorità di chi ci circonda suppone necessariamente la nostra superiorità, i padroni di un harem prendono per un complimento l’imbarazzo causato dalla loro presenza. Del resto il sentimento in questione non appartiene esclusivamente né ad una nazione e neppure ad uno dei due sessi: fa parte degli elementi che compongono la natura umana.

Dopo aver assaporato per un po’ l’incantevole turbamento che egli provocava e avermi pregato a più riprese di non fare attenzione a sua moglie, che altro non era se non una turca, il bey ci lasciò dicendo che non avrei cavato una parola da lei finché egli fosse rimasto lì. Quando egli fu al di là della porta, mi girai verso sua moglie, e dapprima credetti che fosse scomparsa da una botola, lasciando dietro di sé per rappresentarla solo i vestiti ammucchiati. Un leggero ondeggiare in questo ammasso informe mi avvertì dell’errore, e ben presto il viso arrossato della mia bella ospite ne uscì come da una nuvola. La frase finale del suo caro sposo l’aveva gettata in uno stato di emozione così grande, che si era vista nella necessità di sprofondare la testa tra le gambe. Chi conosce il modo di sedersi degli orientali capirà che l’evoluzione compiuta dalla moglie di Mustuk-Bey non presentava grandi difficoltà.

Rimaste sole, depose la sua maschera di scontrosa timidezza e chiacchierò per un po’ senza il minimo imbarazzo. Mi fece molte domande sui nostri usi, che le sembravano bizzarri e insieme buffi, a giudicare dai suoi scoppi di risa, che si presentavano con la stessa frequenza del ritornello di una canzone e con la stessa opportunità. Ero tuttavia convinta che la mia bella ospite non fosse poi così limitata come voleva credere il marito, vedendo l’interesse che manifestava per una moltitudine di cose che non la riguardavano, e la perseveranza con cui mi chiedeva il perché di ognuna. Mi sarebbe stato molto difficile rispondere categoricamente a tutte le domande in modo da essere capita; ma conoscevo già la parola magica, il talismano che addormenta e paralizza istantaneamente ogni curiosità orientale. Immaginate che il vostro interlocutore, al colmo dello stupore, vi chieda il perché di una cosa che gli sembra inspiegabile, mostruosa, folle, vi basta rispondere: «Â usando nel nostro paese», e lo stupore scompare, la domanda non è più ripetuta, il curioso si dichiara completamente soddisfatto. Non vi risponderà  mai: «Ma perché è usanza?» né: «Chi vi impedisce di cambiarla?». No, gli orientali sono talmente abituati sin dalla loro più tenera infanzia a vedere, a fare e a sopportare un numero infinito di assurdità conservate dall’uso, che finiscono per considerare l’uso come gli antichi consideravano il Fato, come una divinità immutabile, inesorabile, superiore a tutte le altre, e contro cui è inutile irrigidirsi. Se mai mi troverò presso un popolo che si accontenta di sapere che una cosa è usanza da qualche parte, per evitare di esaminarla maggiormente di farsene un’opinione, saprò già che valore dare alle sue istituzioni.

La striscia luminosa che, entrando dalla porta aperta, disegnava un grande rettangolo sul pavimento, venne improvvisamente offuscata; un rumore di parole indistinte e di babbucce trascinate sul lastricato umido si fece sentire all’esterno, e le altre tre mogli del bey, che si trovavano in quel momento in casa, vennero a conoscermi e a darmi il benvenuto. La seconda e la terza di assomigliavano così fortemente, che pensai fossero sorelle: erano di corporatura grossa con la couperose precoce che poteva passare per freschezza in un paese dal gusto poco raffinato. Ognuna di loro trascinava dietro di sé la frotta di figli che la Provvidenza le aveva accordato.

Dietro le due donne si teneva umilmente in disparte una figura su cui i miei occhi si fissarono subito e rimasero ostinatamente attaccati, malgrado tutte le manovre eseguite dalle altre sultane per farli volgere dalla loro parte. Non mi ricordo di aver mai visto niente di più bello. Questa donna portava un lungo abito in seta rossa che toccava terra, aperto sul petto, leggermente velato da una camicia in garza di seta, con larghe maniche pendenti sotto il gomito. La sua acconciatura era quella delle turcomanne, e per farsene un’idea, bisogna immaginare un intrico, una quantità infinita di turbanti messi gli uni sugli altri, o gli uni intorno agli altri, che si innalzano ad altezze inaccessibili. C’erano là sciarpe rosse arrotolate sei o sette volte a spirale che formavano una torre come quella della dea Cibele; fazzoletti di tutti colori che si intrecciavano con le sciarpe, che salivano o scendevano in modo casuale, e che disegnavano bizzarri arabeschi; metri e metri di mussola fine che avvolgevano con la loro bianchezza trasparente una parte dell’impalcatura, che inquadravano accuratamente la fronte e che ricadevano in ricchi e leggeri drappeggi lungo le guance, intorno al collo e sul petto. Catenelle d’oro, o piccoli zecchini infilzati gli uni agli altri, spille di pietre preziose o di diamanti attaccati alla mussola, dondolavano graziosamente tra le pieghe e davano loro una certa stabilità, che non si sarebbe potuta pretendere da un tessuto così leggero. Piedini da bimba, che sembravano tagliati nel marmo, apparivano e scomparivano di volta in volta sotto il lungo abito di seta rossa, mentre braccia e mani come non ne vidi mai scuotevano un numero infinito di braccialetti e di anelli il cui peso non doveva essere da poco, e che scintillavano come veri diamanti. Tutto ciò costituiva un insieme insolito e grazioso, ma tutto ciò spariva improvvisamente non appena si era visto il viso attorniato da questi drappeggi ondeggianti, e che si supponeva venisse abbellito da questa toilette. Questo viso era di una bellezza singolare, che rinuncio a descrivere, poiché come rendere a chi non ha potuto contemplarlo l’idea di un capolavoro della natura così incantevole, di un insieme così affascinante di grazia e timidezza?

Ho detto che ognuna delle due nuove venute trascinava, attaccati ai vestiti, i propri bambini, proprio come la madre dei Gracchi. La mia bella, invece, camminava da sola dietro le sue metà (in Oriente viene designato in questo modo il grado di parentela consistente nell’avere un marito comune). Teneva la testa bassa, con l’aria umiliata più che umile. Feci in fretta il mio discorsetto d’occasione alle prime due, poiché ero impaziente di arrivare all’ultima, e di vedere cosa sarebbe diventato quel bel viso quando si fosse animato con la conversazione. La saluto; non mi risponde. Le chiedo perché non ha portato i suoi figli; stesso silenzio. Allora le altre tre metà, cominciando a parlare tutte insieme, mi fanno sapere, con una soddisfazione immensa, che lei non ne ha, mentre la bella metà abbassa la testa e arrossisce eccessivamente. Rimpiansi aver toccato un tasto così delicato, e, per attenuare l’effetto della mia imprudenza, aggiunsi non indovinerete mai cosa. Avrei dato prova della brutalità più odiosa, se mi fossi rivolta ad una qualsiasi altra donna che non fosse l’abitante di un harem; ma ero in Asia da tre anni, e conoscevo abbastanza bene il terreno su cui mi muovevo. Dissi dunque, prendendo un’aria di confidenza e di approvazione, come se ciò che stavo per dire dovesse per forza mettere fine all’imbarazzo della bella turcomanna e ridarle dignità: «I bambini della bella signora sono morti, vero?». «Non ne ha mai avuti», strepitarono le arpie ridendo a più non posso. E questa volta lungo le guance infiammate della poveretta rotolarono due lacrime.