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Lampi di cultura

Serbia, Belgrado

Una saga belgradese

da Claudio Magris, DANUBIO, Garzanti, Milano 1998

Stanilsav Jerzy Lec, l’umorista polacco, guardando una volta da Pancevo la riva del Danubio, verso Belgrado e la fortezza del Kalemegdan, disse che lì dove egli si trovava, sulla riva sinistra, si sentiva ancora a casa, dentro le frontiere della sua vecchia monarchi absburgica, e che dall’altra parte del fiume cominciava per lui l’estero, la terra straniera. Il Danubio era infatti confine fra l’impero austroungarico e il regno di Serbia; nel 1903 uno zio di nonna Anka, soldato della guardia del re Alessandro Obrenovi´c, poche ore prima dell’attentato contro il sovrano al quale egli, che ne aveva avuto sentore, non osava né opporsi né aderire, buttò via la divisa, si gettò nel Danubio, fu raccolto più a valle dai doganieri ungheresi e visse il resto della vita, disertore serbo condannato a morte, a Bela Crkva, sotto la protezione dell’aquila bicipite.

Andreij Ku´sniewicz, il narratore polacco che nei suoi romanzi ha evocato con partecipe e spettrale poesia lo sfacelo della duplice monarchia, riferisce queste parole identificandosi con la prospettiva sentimentale e fantastica del suo collega e connazionale; anch’egli si affaccia su quel confine perduto, che per lui è ancora il confine del suo mondo: Belgrado, per Lec e per Ku´sniewicz, è dall’altra parte.

È difficile dire dove e da che parte sia Belgrado, afferrare l’identità proteiforme e la straordinaria vitalità di questa incredibile città che è stata tante volte distrutta e che tante volte è risorta, cancellando le tracce del suo passato. Belgrado è stata grande in tante epoche, ma ogni stagione della sua grandezza, scrive Pedia Milosavljevi´c in una dichiarazione d’amore alla capitale camaleontica, «a disparu avec une rapidité stupéfiante». La storia, il passato di Belgrado vivono non tanto nei pochi monumenti rimasti, quanto nel suo sostrato invisibile, epoche e civiltà cadute come foglie sbriciolate nella terra, humus molteplice, stratificato e fecondo in cui affonda le sue radici questa città plurima, che si rinnova incessantemente e che la sua letteratura ha spesso rappresentato quale fucina di metamorfosi.

A Belgrado un nipote dell’impero danubiano dovrebbe sentirsi dentro le proprie frontiere dell’anima, a casa. Se la Slovenia è oggi il più autentico paesaggio absburgico, la Jugoslavia – e per essa la sua capitale, che ne tiene in bilico il difficile e centrifugo equilibrio – è l’erede dell’aquila bicipite, del suo stato sovranazionale e composito, della sua funzione intermedia e mediatrice fra Est e Ovest, fra mondi e blocchi politici diversi o contrapposti. La Jugoslavia è uno stato realmente plurinazionale ossia costituito da una plurinazionalità irriducibile a una dimensione univoca o predominante; come il termine «austriaco», forse anche quello «jugoslavo» è musilianamente immaginario, indica la forza astratta di un’idea anziché l’accidentale concretezza di una realtà ed è il risultato di una sottrazione, l’elemento che rimane una volta tolte le singole nazionalità, comune ad ognuna di esse e non identico a nessuna.

Il maresciallo Tito ha finito per assomigliare sempre di più a Francesco Giuseppe, e non certo per aver militato sotto le sue bandiere nella prima guerra mondiale, bensì per la consapevolezza o il desiderio di raccoglierne un’eredità – e una leadership – sovranazionale danubiana. Ma anche, anzi soprattutto, Gilas, il grande eretico del regime titoista, è divenuto un rappresentante quasi ufficiale della vecchia Mitteleuropa, una delle voci più autorevoli e quasi mitiche della sua riscoperta, della sua riproposta politico-culturale e forse pure della sua conciliante idealizzazione. A somiglianza di quello absburgico, il mosaico jugoslavo è oggi insieme imponente e precario, esercita un ruolo assai rilevante nella politica internazionale ed è teso ad arginare e a elidere le proprie interne spinte dissolutrici; la sua solidità è necessaria all’equilibrio europeo e la sua eventuale disgregazione sarebbe rovinosa per quest’ultimo, come quella della duplice monarchia lo è stata per il mondo di ieri.

Belgrado si sottrae al ritratto, le sue metamorfosi si lasciano vivere o evocare più che descrivere. Momo Kapor, scrittore jugoslavo cinquantenne, ha raccontato nel suo romanzo I Foliranti, nel 1974, la saga di via Knez-Mihailova, la più bella ed epica strada della capitale, e della sbandata generazione che, fra gli anni Cinquanta e Settanta, ha perduto la sua giovinezza e la sua vita nel vortice della vecchia Belgrado che scompare e della nuova, anzi delle nuove ed effimere Belgrado che nascono, affascinano e scompaiono a loro volta nei ritmi sempre più veloci della storia e della società. I suoi «foliranti» – ossia simulatori – vengono risucchiati dalle promesse che la vita fa balenare sul teatro dl mondo di via Knez-Mihailova, fra residue rigidezze ideologiche e lustrini del benessere occidentale, struggenti verità e posticce seduzioni del sentimento, sottaciuta crisi del socialismo e miti di celluloide. Col suo libro, Kapor ha scritto una minima Educazione sentimentale delle speranze e dei sogni del dopoguerra, in un paese che è una pattuglia avanzata e talora sperduta del Terzo Mondo: Belgrado è lo scenario di questa giostra delle delusioni, ma anche della vita che si rinnova attraverso di esse e dello stupore che il suo trascolorare – come l’incedere di Mima Lashevski, l’indossatrice di via Knez-Mihailova – lascia dietro di sé.