Lampi di cultura

Slovacchia, Bratislava

Bratislava

da Claudio Magris, DANUBIO, Garzanti, Milano 1998

Al Gambero Rosso

Bratislava. Nell’antica farmacia Al gambero rosso, in via Michalská, un affresco, sul soffitto della stanza d’ingresso, ritrae il dio del tempo. Le pozioni e le misure che gli stanno intorno in quell’atrio, come una tranquilla sfida, e il dotto libro spalancato davanti a lui promettono di esorcizzare il suo potere e di arginare il suo incedere. Quella bottega del diciottesimo secolo – ora trasformata in un Museo Farmaceutico – sembra un’ordinata e simmetrica parata militare, l’esposizione di una discreta ma tenace arte di guerra contro Cronos. I vasi blu cobalto, verde smeraldo o azzurro cielo, adorni di disegni di fiori e versetti biblici e allineati sugli scaffali, assomigliano alle file di soldatini di stagno nei plastici che riproducono gli schieramenti di battaglie famose; le tinture, i balsami, le melisse, gli allopatici, i depurativi, gli emetici sono al loro posto, pronti ad intervenire a seconda delle esigenze strategiche e degli assalti nemici. Anche le etichette, con le loro abbreviazioni, ricordano sigle militari: Syr., Tinct., Extr., Bals., Fol., Pulv., Rad.

L’arte dello speziale vuol sconfiggere i guasti degli anni, restaurare il corpo e il viso come si restaura la facciata d’un palazzo. Nel piccolo museo si sta bene, c’è quiete e fresco, in questa torrida estate, come in una chiesa o sotto la pergola di un’osteria; si gode una discreta e linda intimità borghese mentre si guardano gli alambicchi di un laboratorio di alchimìa, il busto di Paracelso che ricorda la sua attività a Bratislava, i vasi di aconito e cinnamomo, i documenti della farmacopea rinascimentale e illuminista, la statua lignea di Sant’Elisabetta, protettrice degli speziali barocchi.

Questo museo dei lenimenti contro gli oltraggi del tempo è un museo della storia, che del tempo è insieme il braccio secolare – lo strumento del divenire e delle sue devastazioni – e il rimedio, la memoria e il salvataggio di ciò che è stato dalla consunzione e dall’oblìo. Alla rivista austriaca dell’unione dei farmacisti, in tedesco, si affianca, sugli scaffali, il manuale di Pharmacopea Hungariae, un tomo amplissimo, Taxa Pharmaceutica Posoniensis di Ján Justus Torkos, edito nel 1745 in quattro lingue, latino, slovacco, ungherese e tedesco. Bratislava, la capitale della Slovacchia, è un cuore di quella Mitteleuropa che è una stratificazione di secoli rimasti sempre presenti, di lacerazioni e conflitti irrisolti, di ferite non cicatrizzate e di contraddizioni non conciliate. La memoria, a suo modo un’arte medica, conserva sotto vetro tutto questo, i labbri delle ferite e le passioni che le hanno inferte.

Nella Mitteleuropa s’ignora la scienza di dimenticare, di passare agli atti e all’archivio gli eventi; quel manuale farmaceutico quadrilingue e quell’aggettivo, «Posoniensis», mi ricorda che al ginnasio, con alcuni amici, discutevamo sulle preferenze di ciascuno per l’uno o l’altro dei nomi della città: Bratislava, il nome slovacco, Pressburg, quello tedesco, oppure Pozsony, quello ungherese, derivato da Posonium, l’antico avamposto romano sul Danubio. Il fascino di quei tre nomi irradiava la suggestione di una storia composita e plurinazionale e nella predilezione per l’uno o per l’altro di essi si esprimevano, infantilmente, atteggiamenti di fondo nei confronti dello Spirito del Mondo: l’istintiva celebrazione delle grandi e potenti civiltà che, come quella tedesca, fanno la grande storia, l’ammirazione romantica per le gesta di popoli ribelli, cavallereschi e avventurosi come i magiari oppure la simpatia per ciò che è minore e nascosto, per i piccoli popoli che, come gli slovacchi, restano a lungo un sostrato paziente e inosservato, una terra umile e feconda che attende per secoli il momento della sua fioritura.

La memoria, a suo modo un’arte medica, conserva sotto vetro tutto questo, i labbri delle ferite e le passioni che le hanno inferte.

A Bratislava, città celebre nel passato per i suoi valenti artefici e collezionisti d’orologi, ora raccolti nel museo di Zidovská (ebraica), si avverte l’imperiosa presenza di epoche intessute di conflitti. La capitale di uno dei più antichi popoli slavi è stata, per due secoli, la capitale del regno d’Ungheria, quando quest’ultima, dopo la battaglia di Mohács del 1526, era stata occupata quasi interamente dai turchi; a Bratislava gli Asburgo venivano a cingere la corona di Santo Stefano e la giovane Maria Teresa venne a chiedere aiuto, dopo la morte del padre, l’imperatore Carlo VI, alla nobiltà ungherese, presentandosi col figlio Giuseppe, appena nato, in braccio. Nella città, allora, contava solo l’elemento dominante ungherese o, tutt’al più, quello austro-tedesco; al sostrato contadino slovacco non veniva riconosciuta dignità o rilevanza.

Prima del 1918, i viennesi consideravano Bratislava quasi un amabile sobborgo, che si poteva raggiungere in meno di un’ora per gustare i suoi vini bianchi, la cui tradizione fioriva già ai tempi del regno slavo della Grande Moravia, nel IX secolo, e sui quali vigila Sant’Urbano, patrono dei vignaioli. Girando per la città, fra incantevoli piazze barocche e angoli abbandonati, si ha l’impressione che la storia, passando, abbia dimenticato qua e là tante cose, ancora piene di vita, che riaffiorano. Ladislav Novomesk´y, il più grande poeta slovacco del Novecento, parla, in una sua poesia, di un anno dimenticato al caffè come un vecchio ombrello. Ma le cose saltano fuori, e gli ombrelli della nostra vita, lasciati qua e là, una volta o l’altra finiamo per ritrovarceli di nuovo in mano.