Lampi di cultura

Romania, Bucarest

Dèi e frittelle, da Claudio Magris, DANUBIO, Garzanti, Milano 1998

Bucarest. La Parigi dei Balcani, a parte l’economia di energia elettrica che la sera non la rende una Ville Lumière, rappresenta un eone ulteriore e profano in quel processo di emanazione che vede gradualmente diffondersi e degradarsi, man mano che si procede verso sud-est, l’immagine e il modello della Città, capitale della Francia e del XIX secolo ossia dell’Europa. Come nel successivo passaggio da un’ipostasi all’altra, nelle filosofie e nelle religioni neoplatoniche, anche in questo caso l’effondersi e il discendere dell’Uno, dell’Idea, nei diversi gradini della materia non è semplicemente una degenerazione, una perdita, ma implica pure un oscuro impulso di redenzione.

Lo stile franco-balcanico si fa più greve e più ornato, sedotto dalla decorazione e incalzato dall’horror vacui, i balconi e i ferri battuti dei palazzi parigini accentuano curvature, svolazzi e ghirigori, il classicismo è più massiccio, l’eclettismo più marcato e pesante, colonne e capitelli arzigogolati, cupole festose, stile pompiere e déco. Il liberty ostenta ori e miserie, vetri istoriati e scalee in abbandono. Nel grande atrio Jugendstil della Casa de Mode si affolla zingari, poco distante le bancarelle di Lipscani esibiscono pasticcini maleodoranti e reggiseni che sembrano appena usati. Un passage, esageratamente parigino, introduce a una serie di botteghe che ospitano mostre, quadri e artigianato, ma le cui porte di ferro nerissimo diventano, quando son chiuse, bare appoggiate contro il muro.

Al numero 12 di Lipscani, una targa ricorda l’attività giornalistica di Erminescu, il poeta nazionale che scriveva di vivere come se la sua esistenza venisse narrata da una bocca estranea e che un critico, Zaharia, accusava di patologico «automatismo deambulatorio» per i suoi frequenti cambiamenti di casa. Il portone si apre su un cortile ricco di fregi ornamentali e di spazzatura; in un angolo, una statua femminile in una nicchia veglia, col suo erotismo liberty tutt’altro che neutralizzato dallo squallore circostante, sui sacchi di immondizie ammucchiati dagli inquilini. Nell’Hotel Hanul Lui Manuc, l’albergo di Manuc Bey costruito nel 1808, tappeti rossi coprono le scale di legno e una ressa di clienti beve birra e caffè nel cortile o ai piani superiori, accanto alle arcate e alle colonne anch’esse lignee; fra i tavolini, al pianoterra, c’è peraltro anche un pollaio.

Bucarest, certo, non è solo città di folla e di bazar, ma anche di grandi spazi ariosi e signorili, parchi verdi e boulevards che portano a larghi appartati, ville ottocentesche e residenze fin de siècle della Lupescu, la famosa amante del re, palazzi neoclassici ed edifici staliniani. È una vera capitale; ne ha il respiro, la vastità, il maestoso e noncurante spreco di spazio. Nonostante qualche grattacielo in stile sovietico anni Cinquanta, come il palazzo Scinteia, essa si estende, come Parigi, in senso orizzontale; non sale in alto, come tante moderne città occidentali, ma si dilata verso la pianura.

Le bancarelle di Lipscani o la spazzatura dinanzi alle indulgenti sinuosità della statua nel cortile non sono la negazione, bensì la prosecuzione di quella signorilità parigina, l’ultima e infima schiera angelica che l’annunzia e la diffonde, mescolandosi nella più effimera quotidianità. In questa processione plotiniana, i gradi superiori dell’essere traboccano, per troppa pienezza, e si spandono nei livelli più bassi; l’anima scende nel rigagnolo della materia che pullula e si sparpaglia sotto di lei, il passage parigino si trasforma nel souk, nel mercato levantino. Lo stile nobile ed elegante assume una fisionomia meno equivoca, come un viso imbellettato con tinte volgari, ma acquista pure l’umanità di ogni incarnazione, l’umiltà dell’odore e del sudore, la struggente e pura mortalità del vociare e gesticolare, l’umido fiato di quella che Saba chiamava la calda vita.

La balcanizzazione di Parigi è una specie di sensualità gnostica, che porta nella corruzione della carne una nostalgia di riscatto e si avvoltola nella formicolante bassezza del finito senza dimenticare la propria origine e la propria destinazione divina. Il polivalente e indistinto sostrato biologico del crogiolo romeno travolge e assorbe di continuo il caleidoscopio delle figure. Non è un caso che nella cultura romena si sia discusso così a lungo sul contrasto tra il fondo e le forme: nei paesi arretrati, semicapitalisti, osservava il marxista Gherea, le forme sociali – all’opposto di quanto avviene nei paesi economicamente e politicamente sviluppati – precedono il fondo sociale e rimangono perciò deboli e precarie sovrastrutture, che la struttura profonda sfalda e inghiotte di continuo. In certi quartieri di Bucarest sembra di assistere, ancor oggi, a questo incessante processo di risucchiamento, alla vitalità che dissolve i limiti definiti. Il composito sostrato etnico è il volto plurimo e cangiante di questo amalgama multisecolare, gli occhi olivastri e il naso imperioso delle belle fanariote e i capelli neri e unti dei pronipoti di aromuni o kutzovlachi di Macedonia serpeggiano nella calca come bolle in un calderone.

Il basso contiene, come briciola di ornamenti sgretolati, l’alto e il ricordo dell’alto; se la tradizione pittorica bizantina si è dissolta nel folclore romeno e nelle illustrazioni votive dell’arte contadina valacca, tuffandosi in quel folclore si può forse risalire all’antica severità dell’arte sacra. Così nei seni imperiali di questa zingara, che offre su una bancarella, con sfrontata noncuranza, cinture e fermagli, Grischa Rezzori, rapsodo struggente e insistente dell’erotismo bucarestiano, vedrebbe probabilmente il primo gradino dell’ascesa e del ritorno, i messaggeri della salvezza che appartengono al grado più basso della gerarchia angelica ma proprio per questo possono giungere fino a noi, nel pigiapigia dell’esistenza. Capisco, in queste strade del quartiere di Lipscani, Grischa e la nostalgia messianica del sesso, che, nelle sue pagine bucarestiane, si rizza verso l’alto e verso il nulla, come se sprofondare nel largo bacino di questa zingara, venire strizzato fra le sue cosce, sottomettersi alla sua regalità dispotica e facilmente abbordabile significasse cercare o trovare qualcosa che è stato vagamente promesso.

Non credo, nonostante la sua blusa indubbiamente indimenticabile, che quella zingara sia una messaggera dei celesti, ma in questo bazar, in cui la storia e le stirpi sono in svendita, ci possono essere innumerevoli dèi, come c’erano settanta monete diverse che circolavano, sino al secolo scorso, nei principati di Valacchia o di Moldavia, aspri d’argento, bani, copechi, creit¸ar, ducati, fiorini, galbeni groschen, leu, ortul, talleri, pitak, potronik, scellini, timfi, ughii, sloty, tult, dinari, forse ancora il dirhem tartaro. L’inflazione è un disastro, ma entro certi limiti un suo tasso contribuisce allo scorrere e al ricambio della vita. Qui sono stati inflazionati e consumati molti dèi, come frittelle unte esposte sulle bancarelle; uno degli ultimi, per ora, è Ceausescu, la cui immagine campeggia dovunque.

Questo consumo di dèi, simile a un traffico di camere a ore, mette in mostra una mancanza d’essenza della storia, la sfilata del caduco, l’apoteosi del disincanto. Cioran, con la sua disillusione totale ed esibita, è nato da queste profondità vegetali dell’universo romeno, anche se non da Bucarest, o, com’egli scrive, da quel miscuglio di freschezza e marciume, di sole e di sterco. Ma il riso radicale dileggia non solo la fede nell’ordine e nei valori, bensì anche la presunzione del caos e del nulla e Cioran, abbagliato da quella putredine nostalgica, è incapace di questo autentico scetticismo o di humour. Squarciando un velo dopo l’altro di tutte le filosofie e le ideologie, Cioran s’illude di veder passare davanti a lui, sulla passerella della storia universale che è finita, il bazar delle fedi in liquidazione, senz’accorgersi di sfilare anch’egli in quell’esposizione universale. Parassita del disagio, egli si rifugia nella negazione assoluta, sguazzando comodamente fra le contraddizioni dell’esistenza e della cultura e ostentandone il delirio, anziché cercare di capire la ben più ardua giostra di bene e di male, di vero e di falso che ogni giorno reca con sé.

Gli imbonitori che cercano di sbarcare il lunario fra le bancarelle di Lipscani potrebbero insegnare al filosofo della negazione assoluta che quest’ultima è un comodo espediente per risolvere ogni problema una volta per tutte e mettersi al riparo da ogni dubbio. Cioran è un geniale figlio di quel mercato, ma un figlio che ha messo la testa a posto e si è ben distanziato, nella sua mansarda parigina, da quell’umile e festosa miseria umana. Lipscani è anche una festa della volgarità, ma l’assenza del valore, che la produce, genera pure l’angoscia del nulla e della morte, che quell’equivoca frivolezza cerca di stordire. Quella volgarità chiede anche rispetto; essere schizzinosi, come sapeva bene Kafka, è un peccato contro la vita.