Lampi di cultura

Ungheria, Budapest

Un gelato a Budapest - da Claudio Magris, DANUBIO, Garzanti, Milano 1998

Budapest è la più bella città del Danubio; una sapiente automessinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Budapest dà la sensazione fisica della capitale, con una signorilità e un’imponenza da città protagonista della storia, nonostante il lamento di Ady per la vita magiara «grigia, color della polvere». Certo, la Budapest moderna è una creazione recente, ben diversa dalla città ottocentesca che, come scriveva Mikszáth, negli anni Quaranta del secolo scorso beveva vermut serbo e parlava tedesco. La magnificenza metropolitana di Budapest, che si basa sulla solida realtà di una crescita politico-economica, presenta anche il volto di un seducente illusionismo, che l’arte fotografica di György Klösz ha colto con magica lucidità. Se la Vienna moderna imita la Parigi del barone Haussmann, con i suoi grandi boulevards, Budapest imita a sua volta questa viennese urbanistica di riporto, è la mimesi di una mimesi; forse anche per questo assomiglia alla poesia nell’accezione platonica, il suo paesaggio suggerisce, più che l’arte, il senso dell’arte.

Non a caso, agli inizi del secolo, Budapest è stata la culla di una straordinaria cultura che si chiedeva, col giovane Lukács ma non solo con lui, quale rapporto intercorresse fra l’anima e le forme, se dietro l’inessenziale molteplice ci fosse un’essenza della vita e quale relazione sussistesse fra il gioco delle cose così come sono e l’autenticità del dover essere. Quello scenario di finzioni – portato all’estremo nella spettacolarità monumentale e storicizzante dei festeggiamenti per il millennio ungherese, nel 1896 – favoriva il senso dell’artificio e dell’esperimento, della ricerca e costruzione di nuovi linguaggi, come dimostra la grande avanguardia artistica e musicale ungherese; favoriva la propensione al saggismo, perché il saggismo è la peripezia, struggente e insieme ironica, dell’intelligenza che avverte l’autenticità dell’immediatezza e il divario fra la vita e il suo significato e tuttavia punta, sia pure obliquamente, a quella trascendenza del significato che resta inattingibile nella realtà, ma che balena nella consapevolezza della sua assenza e nella sua nostalgia.

Il giovane Lukács abitava non lontano dal castello di Vajdahunyad, costruito fra il 1896 e il 1908 nel parco di Városliget che inizia dietro la piazza degli Eroi, e poteva vedere l’effetto Potemkin della cultura ufficiale nell’Ungheria del millennio. La rocca, che imita quella omonima di János Hunyadi costruita in Transilvania nel XV secolo, è un concentrato di Kitsch, una pluralità eterogenea di stili incastrati l’uno nell’altro: un portale gotico, alcuni blocchi romanici, elementi rinascimentali, facciate barocche, la torre che riproduce quella dell’incantevole Sighis¸oara (Segesvár, Schässburg) oggi in Romania. Gli amici che si riunivano nel 1915 in casa di Béla Balázs nel cosiddetto «Circolo della domenica» (fra essi Lukács, Hauser, Mannheim) indagavano le «possibilità della vita adeguata» ossia pervasa di significato. Essi sapevano di vivere in un’epoca di «indebolimento della realtà», come diceva Lukács, in una stagione storica di instabilità e di crisi e aprivano nuove strade all’estetica o alla sociologia analizzando le possibilità individuali di affermare il valore in un mondo oggettivo che lo nega, la tragedia di chi rifiuta una realtà vuota e il saggismo ironico e tollerante di chi, nonostante tutto, non vuole negarsi tragicamente a questa realtà e cioè morire. Il seducente Kitsch di Budapest era lo scenario che muoveva alla ricerca della vita vera e all’indagine della verità o della falsità della forma.

Lo splendore di Budapest è in parte la contropartita di una città che perde il suo carattere, una mescolanza di gigantismo e rigoglio flamboyant, che corrisponde all’ibrida alleanza fra il capitale ungherese e l’aquila absburgica e si traduce anche nell’eclettismo storicistico dell’architettura, ad esempio nel vecchio Parlamento o nel Teatro dell’Opera costruiti da Miklós Ybl in stile rinascimentale e nel nuovo Parlamento gotico-barocco di Imre Steidl. La nuova intraprendente borghesia, è stato detto, voleva costruirsi un passato araldico; voleva mascherare la febbrile metamorfosi e la tumultuosa espansione industriale della città, che induceva a denominare Chicago il settimo distretto, sotto un’apparenza di spumeggiante leggerezza e voleva ostentare, quanto più lo sviluppo capitalistico la sradicava dalla sua tradizione, una magiarità ad ogni costo. Nel 1907 Géza Lengyel denuncia le facciate vuote e teatrali, il «potemkinismo di gesso» di Budapest che copre una realtà diversa, come Broch denuncia il non-stile della Ringstrasse viennese che cela il vuoto di valori. Lechner costruisce nel 1900 la Cassa di Risparmio delle Poste; l’arte di Miksa Róth, che conquista il mondo intero col suo vetro opalescente, serve anche a esibire attraverso le vetrate – come nel palazzo delle Assicurazioni Gresham progettato da Zigmond Quittner – «il potere economico della Società», ma deve soprattutto ingentilire e illeggiadrire la brutalità di questo potere.

Questa «America su scala ridotta» che è la Budapest fra il 1867 e il 1914 si ammanta di brio e di effervescenza spensierata; Mór Jókai canta la vecchia Budapest del leggendario magnate Moritz Sándor con le sue gesta spavalde, i venditori di meloni, cocomeri e bicchieri d’acqua in riva al Danubio e il celebre ballo annuale dei giuristi. Come un secolo e mezzo prima il nobile Kleemann, anch’egli dedica una speciale attenzione alle villanìe e istituisce addirittura una classifica degli screanzati, mettendo al primo posto il vetturino del fiacre n. 37 e al secondo il cassiere del teatro.

Pure il gigantismo metropolitano si riveste di questa grazia da buon tempo antico, che sembra permettere una familiarità provinciale e si offre quale cornice della gioia di vivere, con i suoi lungofiume e i lunghi boulevards nei quali la vita pare scorrere gioiosa e gloriosa, col pulsare di una robusta e noncurante salute. Balconi, facciate, fregi e cariatidi dissimulano quella tragedia del moderno che il giovane Lukács e gli altri amici del Circolo della Domenica indagano con geniale e partecipe acutezza; appena le bombe del 1944-45 metteranno in luce, dietro i palazzi squarciati, le maestose statue sbriciolate, retrobottega della miseria e dell’oscurità che la belle époque riesce a tenere nascoste e che solo il fascismo, la malattia violenta ed estrema del moderno, esaspera e paradossalmente smaschera.

Anche oggi il flaneur s’addentra in quest’archeologia dello splendore e dell’occultamento, in questa mescolanza di robustezza e illusione, struggente poesia e pomposa poetizzazione della prosa del mondo. In piazza Roosevelt, tra le figure che circondano la statua di Szécheny, Nettuno simboleggia correttamente la navigazione e Cerere l’agricoltura, Vulcano è chiamato a rappresentare l’industria ma Minerva, la dea dell’intelligenza e del pensiero, è l’allegoria del commercio. In piazza Peto?fi si erge, naturalmente, la statua del vate nazionale, di cui la guida delle edizioni Corvina del 1984 dice, con uno slancio temperato dalla saggia prudenza di chi non è mai sicuro della stabilità delle quotazioni in borsa, che «è, fino ad oggi, il più grande lirico ungherese». Del resto nel monumento costruito nel 1896, per il Millennio d’Ungheria nella piazza degli Eroi, Ho?so?k Tere, accanto alle statue del mitico Árpád e di altri eroi della storia ungherese quali János Hunyadi o Kossuth, campeggiano pure quelle del Lavoro e del Benessere, dell’Onore e della Gloria, esibendo lo spirito borghese del travestimento mitico-eroico e dell’eclettismo monumentale.

Il Danubio scorre grande, e il vento della sera passa sui caffè all’aperto come il respiro di una vecchia Europa che forse è ormai ai margini del mondo e non produce ma solo consuma storia, come Francesca sta ora succhiando con la sua bella bocca il gelato, seduta nella pasticceria Gerbeaud, in piazza Vörösmarty, e guarda scivolare via la sua vita socchiudendo lievemente gli occhi sotto le sue famose ciglia, forse impercettibilmente aggrottate da quel frusciare del tempo. L’Europa è anche questo caffè, nel quale non siedono più gli Amministratori Delegati dello Spirito del Mondo, ma tutt’al più i funzionari di qualche filiale subalterna, che non prendono ma eseguono decisioni, e qualche bella signora che fa chiacchierare di sé.

Nelle vetrine di alcuni fotografi, i volti di classi scolastiche, terze liceo alla vigilia della maturità, ragazzi alle prime sigarette, ragazze vestite alla marinara e col cravattino, guardano nel futuro, che precipita loro incontro a una velocità di cui forse s’accorgono appena in quell’istante, sulla porta della classe, come se piombassero loro addosso le particelle accelerate artificialmente in un sincrotrone. Szendy Marianna ha i capelli neri, occhi scuri e irrequieti e un naso imperioso che promette almeno di dare filo da torcere alla grande macina che l’attende e di cadere nella rete del vecchio pescatore non senza avergli un po’ scombussolato, sia pure solo per un attimo, i suoi grandi numeri. Kis Zoltán è l’immancabile grasso della classe, rischia di finire un po’ prima nella padella, così come forse nell’ora di ginnastica faceva cadere il cordino nel salto in alto, ma il suo viso – nella fotografia dei maturandi, ognuno col suo cartellino che dice nome e cognome – è il viso di uno che sa ridere quando il preside consegna la pagella, con la soddisfatta gravità di chi annuncia una bocciatura. Forse potrà ridere in faccia anche agli altri nunzi di sciagure che lo attendono al varco.

Il Danubio scorre verboso sotto i ponti titanici, come scriveva Ady, invocando la fuga e perfino la morte nella Senna, in quella Parigi che Budapest riflette come una specchiera stile impero. Può darsi che l’Europa sia finita, provincia trascurabile di una storia che si decide altrove, nelle stanze dei bottoni di altri imperi. Lo spirito europeo si nutre di libri, come i demoni nei racconti di Singer, rosicchia i volumi di storiografia nelle biblioteche, o rode, come le tarme, cappelli per signora, scialli e altri galanti capi di vestiario.

Non è detto che all’Europa spetti, quale destino irreparabile, questo ruolo secondario di dama di compagnia; del resto una consuetudine con il cast della Mitteleuropa e le sue prove di scena induce a non credere ai destini irreparabili, ma piuttosto al principio d’indeterminazione.

Certo a Budapest si può avvertire questo senso di un’Europa dopo lo spettacolo, ma essa non è, come Vienna, solo un palcoscenico della rimembranza di glorie passate, bensì anche una città robusta e sanguigna, che suggerisce quale forza potrebbe e dovrebbe avere l’Europa, se sapesse far tesoro della sua dispersiva molteplicità di energie e le unificasse anziché logorarle in un’elisione perpetua, in uno stallo permanente. A Budapest si pensa intensamente al tramonto o al temuto e decretato tramonto d’Europa, proprio perché l’Europa c’è ancora, il suo sole è ancora alto sull’orizzonte e riscalda, ma è insieme velato da nubi e cortine, che ricordano imperiosamente la sua fase calante. Così la grande avanguardia culturale ungherese del primo Novecento è stata una mescolanza di tramonto e di futuro, i nuovi ordini della musica di Bartók e l’autolesivo triangolo di Endre Ady, Ödön Diósy e la loro Leda, femme fatale e vittima come molte donne fatali, con i suoi capelli tinti d’azzurro e le narici tinte di rosso come le valve d’una conchiglia, protagonista di una storia amorosa fin de siècle e rétro, ma di cui la poesia di Ady ha portato alla luce e cantato un nucleo di lancinante verità.

Il non-stile degli edifici eclettici e storicizzanti di Budapest, pesanti e spesso adorni di decorazioni grevi, sembra, a tratti, un bizzarro volto del futuro, quel paesaggio storicizzante e insieme avveniristico delle metropoli anticipate dai film di fantascienza come Blade Runner: un futuro post-storico e senza stile, popolato da masse babeliche e composite, nazionalmente ed etnicamente indistinguibili, levantini maleo-pellerossa che vivono fra baracche e grattacieli, computer della dodicesima generazione e arrugginite biciclette ripescate dal passato, macerie della quarta guerra mondiale e robot superumani.

Il paesaggio architettonico di questo futuro metropolitano è arcaico-avveniristico, grattacieli chilometrici e templi kolossal come la stazione di Milano. L’eclettismo di Budapest, la sua mescolanza di stili evoca, come ogni Babele odierna, un eventuale brulicante avvenire di sopravvissuti a qualche catastrofe. Ogni erede absburgico è un vero uomo del futuro, perché ha imparato, prima di tanti altri, a vivere senza un futuro, nell’interruzione di ogni continuità storica, e cioè a non vivere ma a sopravvivere.

Ma, lungo questi splendidi boulevards e in un mondo così vitale e signorile, che non mostra la malinconia dei paesi dell’Est, anche la sopravvivenza è amabile e seducente, magnanima e forse, a tratti, quasi felice.