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Lampi di cultura

Russia, Caldwell

Erskine Caldwell, SULLA STRADA DI SMOLENSK, Mondadori, Milano, 1947  

Un americano in Russia, nella Russia in procinto di entrare in guerra del 1941. Caldwell vi si recò con la moglie Margaret Bourke-Shite, come corrispondente per alcune riviste americane. Vi proponiamo alcuni passi, fra cui uno, curioso, su Stalin.  

Una delle prime cose che domandai quando giunsi nell’Unione Sovietica — e domandandola dimostrai di essere nuovo per quelle regioni — fu perché gli uomini, invece del cappello, portassero il berretto. Non c’è dubbio che un Russo, arrivando negli Stati Uniti, si chiederebbe come mai gli uomini portino il cappello. La risposta più logica è che si tratta di una usanza del Paese.  

Ma non è questa la risposta che si dà nell’Unione Sovietica. Non riuscii ad avere nessuna spiegazione più esauriente di quella che avrei ottenuto se, in America, avessi chiesto a un abitante delle regioni meridionali perché mangiava farina bollita invece che patate irlandesi. Imparai più tardi che, nella regione chiamata Grande Russia, uomini e ragazzi portano il berretto perché è insieme utile e simbolico.  

È utile perché il vento vi soffia come in mezzo alle steppe, ed un cappello non resisterebbe in testa più di tre minuti in un giorno di burrasca. Ed è simbolico perché la Russia è il paese del lavoro, e i lavoratori di tutto il mondo desiderano un copricapo dal quale poter scuotere la polvere con facilità, senza essere costretti a spendere il salario di una giornata per farlo ripulire e stirare.  

Ma, alla domanda, c’è una risposta ancor più importante. Se si vuole andare fino in fondo a quest’affare del berretto in uso al posto del cappello nell’Unione Sovietica, si viene a capire che, alla sua radice, c’è il ricordo, nel popolo, di quelle feste, di quelle danze e di quei banchetti, che la rivoluzione ha fatto sparire insieme agli zar, al padrone e alle prigioni per i poveri.  

Il popolo odia i cappelli perché gli ricordano la Santa Pietroburgo, ora Leningrado. Prima della rivoluzione Pietroburgo era il centro economico della Russia e quasi ogni lavoratore del Paese era indebitato con uno degli strozzini della città, o direttamente o indirettamente. Questi strozzini che, se non riuscivano a tirare fuori sangue da una rapa, non esitavano a prendersi la rapa, rappresentavano la parte più deteriore del capitalismo. Era questa la classe che portava il cappello. I suoi componenti prestavano alle loro feste e ai loro banchetti un’attenzione maggiore di quella che una diva di Hollywood non presti oggi al suo guardaroba.   

Pietroburgo è ora Leningrado, e i berretti sono de rigueur.  

Anche le donne hanno idee precise su ciò che si deve e su ciò che non si deve indossare. Quando la guerra cominciò ero certo che le donne e le ragazze sovietiche avrebbero incominciato a portare i pantaloni. Invece non accadde niente di simile. Non sono ancora riuscito a vedere un paio di tali indumenti per le strade di Mosca, e neppure nei negozi. In alcune fabbriche si vede spesso in uso una specie di tuta, sul tipo di quella che portano gli operai delle centrali del gas negli Stati Uniti. Me la donne che le indossano non sembrano affatto soddisfatte. E forse la principale ragione di questa loro scontentezza è puramente estetica.  

La guerra portò, tuttavia, dei mutamenti. Prima dell’oscuramento Mosca era una città con un’intensa vita notturna. Le strade erano affollate alle due della mattina così come alle nove della sera. Prima della guerra non era cosa insolita ricevere un appuntamento per le due o le tre del mattino. Con la guerra e con l’oscuramento si dovettero necessariamente cambiare le ore degli affari. Le incursioni che avvenivano nelle prime ore della sera obbligarono a far cessare il lavoro negli uffici col calare dell’oscurità. Uno dei pochi cittadini dell’Unione Sovietica che non ha cambiato il suo orario di lavoro è Stalin. Il Maresciallo va di solito nel suo studio verso mezzogiorno e, dopo la colazione, continua a lavorare nel pomeriggio. La sua giornata dura fino alle quattro del mattino.  

Molti Russi hanno anche rinunciato, per tutta la durata della guerra, alla loro abitudine di soffermarsi a tavola per tre o quattro ore. Nella Repubblica di Georgia, una settimana prima che la guerra cominciasse, fui ospite infelice di un pranzo che cominciò alle nove e mezzo di sera e durò esattamente, col ritmo di una portata ogni ora, fino alle cinque e un quarto del mattino seguente. Fu questa un’esperienza fuori dell’ordinario perché, prima di quella occasione, il mio più lungo pranzo nell’Unione Sovietica era durato quattro ore.  

Il comportamento della popolazione verso le restrizioni imposte dalla guerra era saldo e inflessibile, così come la fiducia nella forma socialista dello Stato. Non c’è posto per la leggerezza nel carattere di questo popolo. E lo sforzo da esso compiuto per la vittoria  è probabilmente unico nella storia del mondo. La gente seppe privarsi di tutte le cose che non erano essenziali per vivere: quelle essenziali furono messe poi tutte a disposizione delle forze combattenti. Questa mobilitazione totale degli uomini e dei materiali fu effettuata praticamente in una sola notte.   

Io non avevo ben compreso come questa mobilitazione fosse profonda e sentita: me ne accorsi soltanto un giorno in cui attendevo nel mio albergo un Russo con il quale avevo un appuntamento. Egli mi telefonò per dirmi che sarebbe arrivato con qualche minuto di ritardo. Quando arrivò gliene chiesi la ragione. Mi rispose che quella mattina era stata pubblicata un’ordinanza con la quale si disponeva la requisizione di tutte le biciclette, e che egli aveva portato subito la sua al Centro di raccolta prima di incontrarsi con me. Era molto soddisfatto di questo; diceva che la sua bicicletta da ora in poi sarebbe servita a qualcosa di meglio: a portare un soldato che doveva combattere contro i Tedeschi.  

Il più popolare e più diffuso contributo dei cittadini alle necessità di guerra era quello di donare allo Stato un giorno di lavoro. Questa donazione aveva luogo, in genere, di domenica, che è giornata di riposo anche per l’Unione Sovietica. Le organizzazioni si rivolgevano in questo caso al soviet della città informandolo del numero delle persone disponibili per il giorno fissato. Il soviet, che sbriga gli stessi compiti del sindaco negli Stati Uniti, indicava qual era il lavoro più urgente: ripulire le strade dalle macerie, scavare fossi anticarro nei pressi della città, portare mattoni e cemento per costruire una piazzuola per i cannoni. Parecchie centinaia di uomini, donne e bambini cominciavano allora a lavorare alle otto del mattino e andavano avanti per dieci ore.  

I soldati dell’Armata Rossa erano quelli che sentivano più fortemente l’ardore della lotta che si combatteva: e con loro c’erano quei cittadini che ogni notte combattevano contro il fuoco salvando Mosca dalla distruzione delle bombe tedesche. I soldati che ritornavano a Mosca in licenza erano oggetto d’invidia da parte della popolazione civile. Niente era troppo buono per loro. Essi venivano fermati in mezzo alla strada e ripetutamente interrogati sui combattimenti cui avevano partecipato. Gli stessi soldati chiedevano, molto frequentemente, che la loro licenza venisse ridotta da sette a quattro o tre giorni, in modo da poter ritornare subito al fronte.  

Diversamente dagli Inglesi residenti a Mosca, i quali chiedevano continuamente quando l’America si sarebbe decisa a rompere gli indugi e a entrare in guerra, i Russi non ponevano la questione in modo così brusco. Invariabilmente, secondo la loro maniera caratteristica, essi chiedevano quando l’America avrebbe cominciato a combattere contro il fascismo. C’era una grande differenza tra il modo di comportarsi degli Inglesi e quello dei Sovietici. Gli Inglesi, almeno quelli residenti a Mosca, davano l’impressione di giudicare gli Americani come dei cugini sempliciotti ai quali bisognava dire quando dovevano cominciare a combattere per l’Inghilterra. I Russi, da parte loro, guardavano agli Americani come a un popolo cosciente che avrebbe saputo al giusto momento ciò che doveva fare.  

Invece di cercare qualcuno che combattesse per loro i Russi lavoravano, per vincere la guerra, ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana. essi avrebbero combattuto con la stessa energia, e forse con lo stesso successo, anche senza ricevere aiuto alcuno da parte dell’Inghilterra e dell’America. E in verità, l’insignificante quantità di materiali bellici inviati dall’Inghilterra e dall’America non era che una goccia d’acqua nel mare di quel fronte lungo 1500 miglia. I Sovietici erano pronti a combattere contro i Tedeschi anche da soli; essi avrebbero combattuto contro il mondo intero, se fosse stato necessario.  

Mosca può essere stata qualunque cosa: non mai, certamente, una città cosmopolita. Vi abitano quasi esclusivamente i nativi del luogo. Per i forestieri di passaggio, che erano pochi, non era stato predisposto nulla. Prima che la guerra cominciasse, il turismo veniva incoraggiato al massimo, ma gli stranieri erano sempre considerati come cittadini potenziali, o almeno come gente che si sarebbe soffermata molto tempo. I più grandi e più moderni alberghi della capitale sovietica non ospitavano stranieri. I soli stranieri che riuscivano ad alloggiarvi erano i membri del Partito Comunista. Una volta chiesi a un Russo perché gli stranieri in generale — ed io in particolare — non potevamo ottenere una stanza all’Albergo Mosca. Mi rispose che, per quanto ne sapeva lui, non c’era alcuna legge che impedisse agli stranieri il soggiorno in quell’albergo: la ragione del rifiuto risiedeva probabilmente nella mancanza di camere libere. E aveva ragione, perché l’albergo era sempre pieno di Russi e di comunisti stranieri.  

Due alberghi erano a disposizione dell’«Intourist», l’agenzia statale di viaggi. Essi erano il Nazionale, dove ero alloggiato con mia moglie, e il Métropole. Tutt’e due erano vecchi, scadenti e di secondo ordine. Pagavamo cinquecento dollari la settimana per la camera e il vitto e dovevamo accontentarci di due pasti al giorno invece di tre perché non ce la facevamo a pagare tutto. Il costo della vita era così alto a causa della quota di cambio: cinque rubli per un dollaro. Spesso mi furono offerti quindici rubli in cambio di un dollaro, al mercato nero. Rifiutai però di sottomettermi a questo commercio illegale.  

Il costo della vita era relativamente basso per quelli che venivano pagati in rubli, ma uno straniero che era costretto a cambiare il denaro del suo Paese veniva a spendere il quadruplo. Anche i Tedeschi e gli Italiani — le due nazioni mantenevano qui, prima della guerra, vasti corpi diplomatici —, che venivano aiutati con una speciale indennità di cambio, trovavano molta difficoltà per tirare avanti. Il mio guidatore aveva lavorato per un anno presso l’Ambasciata italiana e quando l’Ambasciata venne chiusa, gli ultimi tre mesi di salario gli furono pagati non in rubli, e neppure in lire, ma con una obbligazione che risaliva fino all’impero austro-ungarico del 1904 e che era fuori corso già dalla prima guerra mondiale.  

Se mi lamentavo per l’alto costo della camera e del vitto mi si faceva notare che il costo della vita, per la popolazione locale, era basso. I miei interlocutori scuotevano il capo per le mie difficoltà, ma sapevano che non ci si poteva fare nulla. La quota del cambio era fissata per legge e c’erano ben poche prospettive che essa fosse cambiata. Infine, dopo varie altre argomentazioni, mi si ricordava immancabilmente che i cittadini sovietici non avevano alcun pensiero intorno al costo della vita, in quanto esso veniva regolato dallo Stato. Suppongo che avrei dovuto rallegrarmi per l’esistenza di tali benefiche regole nel confronto dei cittadini sovietici, ma né io né mia moglie riuscivamo ad essere di buon umore pagando cinquecento dollari americani ad ogni fine di settimana. Ci chiedevamo piuttosto che cosa avremmo dovuto fare per poter prendere i pasti tre volte al giorno.   

Ma i Russi erano soddisfatti della loro economia, e c’erano del resto prove indubbie del fatto che i 194 milioni di abitanti dell’Unione Sovietica erano ben nutriti e ben alloggiati. Non c’era sovrabbondanza di niente per nessuno, eccetto che per i privilegiati lavoratori statali, ma il bisogno e la miseria erano sconosciuti in mezzo al popolo. Negli ultimi cinque anni tutta l’eccedenza della produzione era servita a rafforzare l’Armata Rossa e questo era evidentemente il migliore investimento che la Russia avesse mai fatto.  

L’Armata Rossa è l’orgoglio della nazione. Ha dato al popolo un senso di sicurezza che si può facilmente ritrovare anche nelle più remote regioni dell’U.R.S.S. Ha dato al popolo la fiducia nell’esito vittorioso della guerra.  

Sospettai spesso che le particolari inflessioni retoriche della lingua russa avessero molto a che fare con tutto questo. La più semplice constatazione di fatto, quando viene pronunciata in russo, suona come una voce solenne proveniente da un altro mondo. Se, per caso, voi dite in russo: «La tua camicia ti pende fuori, compagno», questa frase colpisce l’orecchio abituato all’inglese come il discorso di Lincoln a Gettsburg.  

Una volta, su un autobus di Mosca, un Russo si voltò improvvisamente verso di me e riempì l’aria con un getto di limpide frasi che scambiai per la dichiarazione appassionata di un innamorato. Fui così colpito da quella accesa oratoria da chiedere al mio segretario il significato di quelle parole. Rapidamente egli mi sussurrò: «Questo uomo dice: “Mi state pestando un piede. Tiratevi indietro, compagno”».  

I bollettini di guerra, quando venivano letti alla radio sovietica, assumevano un tono ispirato. Ogni volta che ne udivo uno, amplificato dagli altoparlanti, non potevo fare a meno di pensare che si stesse pronunciando la condanna di tutto il genere umano. Invece si ripeteva, di solito, che l’Armata Rossa continuava a combattere contro i fascisti dal Mar di Barents al Mar Nero, o che i cittadini, quando suonava l’allarme, dovevano dirigersi verso il rifugio più vicino. In tutto questo, io penso, c’era uno svantaggio: tanto gli annunciatori radiofonici, quanto i pubblici oratori, e persino la gente che leggeva il giornale a voce alta, si esprimevano con lo stesso tono. Dopo avere ascoltato per molti mesi i discorsi dei Russi, non potei trattenermi dal pensare che ogni cittadino doveva avere studiato fonetica sotto lo stesso insegnante.  

Una sola volta vidi Stalin a pochi passi di distanza. Mi trovavo sull’angolo di una strada quando mi sfiorò con la sua splendente «Packard» nera. Egli andava, come al solito, a 60 miglia all’ora e nella direzione proibita, su una strada a senso unico.  

Molte volte mi fu assicurato che Stalin amava indossare vecchi abiti e passeggiare, a brevi intervalli, nelle vie affollate, per ascoltare che cosa diceva la gente. Ma era sempre uno straniero a narrarmi questa così poco credibile storia, mai un Russo. I Russi la sapevano più lunga. Stalin non è il tipo d’uomo che regola la sua politica sulla pubblica opinione. Succede esattamente il contrario. Lui stesso è la pubblica opinione, e il popolo lo segue.  

Chiunque abbia passato qualche tempo a Mosca ha compreso che è proprio così. Stalin fonda i suoi giudizi sulle informazioni che gli vengono date da una piccola schiera di uomini di fiducia e non sull’opinione dei suoi 194 milioni di compagni. Alla base di ogni sua decisione stanno gli insegnamenti di Lenin. Quando Stalin prende posizione su un qualsiasi questione, il popolo dice che anche Lenin avrebbe fatto esattamente così, in circostanze simili. Ed è su questa fiducia nel giudizio di Stalin che si basa la cieca fede del popolo verso il suo capo. Lenin non poteva sbagliare; di conseguenza Stalin, che segue senza deviare la strada di Lenin, non può sbagliare.  

Questa fiducia nella politica di Stalin ha avuto il risultato di unire in modo incrollabile i popoli dell’Unione Sovietica. Niente di quello che avverrà nel prossimo futuro riuscirà a mutare la loro attitudine. E il successo di Stalin nel preparare e nel dirigere la guerra contro la Germania servirà a porre il Maresciallo su un piedistallo al fianco di Lenin, se non addirittura al disopra.  

In circostanze diverse da queste il popolo si sarebbe indubbiamente scisso in numerose correnti quando fu firmato il patto di amicizia fra Tedeschi e Sovietici. Ma nulla di simile accadde, per quanto nove Russi su dieci, forse 99 su cento, odiassero i Tedeschi e non volessero negoziati con loro. Ma Stalin affermò che il patto era necessario e il popolo accettò le decisioni del suo capo. Questa politica fu seguita apertamente fino a un mese dall’inizio della guerra tedesco-sovietica. Sul finire dell’aprile 1941 la posizione della Russia era diventata intollerabile, e il primo di maggio la sua potenza militare si dispiegò in parata sulla Piazza Rossa, come per dare un avvertimento alla Germania.  

Stalin chiarì ai suoi stretti collaboratori del Cremlino, che provvedimenti dovevano essere presi per salvaguardare la sicurezza dello Stato, malgrado il patto in vigore con la Germania. Il Governo si stava preparando a questo già dalla fine del 1940, ma il popolo non ne seppe nulla fino al 22 giugno. Fu solo nel pomeriggio di quel giorno che i giornali uscirono per le vie informando ufficialmente la popolazione dell’Unione Sovietica che l’alleato del giorno prima era oggi un nemico mortale.  

Stalin, che è un Georgiano, conosce profondamente i Russi e le loro reazioni. Conosce anche, dalla a alla zeta, il segreto di come comandare in uno Stato che ha riflessi in tutta la vita del Paese. È molto superiore a Hitler, nella sua guida, ed è proprio questa la ragione per cui lo sconfiggerà. È calmo, saggio e imperturbabile. La sua conoscenza delle condizioni militari, economiche e politiche dell’U.R.S.S. e delle altre nazioni d’Europa e d’Asia è superiore a quella di ogni altro uomo di governo.  

Stalin sapeva già, molto tempo prima che la guerra scoppiasse, che la Germania non poteva essere sconfitta per una sua interna debolezza, ma che doveva essere schiacciata con una pressione esterna. Erano molte le persone, dentro e fuori l’Unione Sovietica, che sognavano una frattura dell’economia interna tedesca, ma Stalin non perdette mai il suo tempo con simili sogni ad occhi aperti. Stalin era ben conscio, anche se il suo popolo non lo sapeva, che la Germania era più forte dell’U.R.S.S. per carri armati ed aeroplani. Sapeva anche che sarebbe stato necessario abbandonare una considerevole estensione di territorio prima che gli invasori potessero essere arrestati. Ma nella sua mente non entrò mai, neppure per un attimo, il timore della Germania.  

Fisicamente Stalin è un uomo di bassa statura, di età avanzata. Non è quell’uomo robusto che viene di solito raffigurato sui manifesti e sui cartelloni, ma è un supremo stratega della sua età, e nessuno riconosce questo meglio dei suoi oppositori.   

Egli tiene in scarsa considerazione la democrazia liberale e non ne comprende né la composizione né la funzione. Ciò è dovuto alla sua costante preoccupazione per il socialismo e per il comunismo, che gli rende difficile la comprensione di una forma di governo diversa. Egli ha studiato profondamente in nazismo e il fascismo, ma pensa che nell’Inghilterra e negli Stati Uniti ci sia una forma di governo che è, in fondo, affine a quella sovietica. E lo pensa con tanta sicurezza da ritenere che l’opinione pubblica di questi due Paesi possa essere guidata a volontà da quelli che stanno al governo. Sarebbe difficile spiegargli perché l’opinione pubblica, specialmente negli Stati Uniti, non ha mai coinciso con quella del Presidente.  

Prima di firmare il patto di alleanza con la Germania Stalin riteneva che tutte le forme di governo, incluse quelle liberali, fossero nemiche dell’Unione Sovietica. Ma dopo la firma del patto egli mutò i suoi pensieri per adattarsi alla realtà. In quei giorni era opinione corrente, all’estero, che l’Unione Sovietica non si sarebbe mai alleata con dei Governi liberali allo scopo di condurre un’azione coordinata contro un nemico comune. Ma Stalin comprese subito che questa stava per diventare una posizione insostenibile. Non confidò però a nessuno questo pensiero, e anche i suoi più stretti collaboratori e le sue rappresentanze diplomatiche all’estero diedero prova di non tenere in considerazione l’amicizia con l’Inghilterra e con gli Stati Uniti fino a un mese prima dello scoppio della guerra. Durante tutto questo periodo, però, Stalin si stava preparando per il tempo in cui comunismo e democrazia liberale avrebbero combattuto, a fianco a fianco, contro le potenze dell’Asse.  

L’uomo Stalin, al pari della stessa Unione Sovietica, è stato per lungo tempo un mistero per il mondo. Ma anche il popolo dell’Unione Sovietica non lo conosce. Per quel popolo, egli è un simbolo. Soltanto due volte all’anno egli fa la sua apparizione in pubblico, ed anche i più influenti diplomatici stranieri considerano come una rarissima occasione l’essere ammessi alla sua presenza.  

Ma c’è un uomo, nell’Unione Sovietica, che il mondo deve conoscere. È Solomon Lozovskij. Prima che la guerra avesse inizio, Lozovskij non era conosciuto fuori del Cremlino. Ma quando le prime bombe tedesche cominciarono a cadere in territorio sovietico egli divenne la voce stessa del popolo.  

Da quel momento, senza curarsi del rombo dei cannoni tedeschi, senza curarsi degli strepiti di Goebbels, che urlava alla radio i successi germanici, la quieta e ironica voce di Solomon Lozovskij cominciò a rincuorare il mondo anglosassone.  

L’offensiva verbale di Lozovskij contro Hitler e gli Unni cominciò proprio quando l’offensiva tedesca stava guadagnando terreno. Lozovskij disse: «Noi non vogliamo far pagare ai barbari assetati di sangue un occhio per ogni occhio e un dente per ogni dente. Noi vogliamo che le orde di Hitler paghino due occhi per ogni occhio e, per ogni dente, una intera mascella».  

Nel 1939 Lozovskij entrò nel Commissariato degli Esteri sovietico con l’incarico di assistente del commissario. Nel giugno del 1941 fu nominato, in aggiunta agli altri suoi incarichi, direttore dell’Ufficio di informazioni. E l’Ufficio di informazioni è Lozovskij.  

Lozovskij imparò l’arte della sottile persuasione ancora nei tempi in cui la Russia era governata dagli zar. Egli, come molti altri uomini di governo sovietici, girava in quei giorni per il Paese facendo una intensa opera di propaganda, scrivendo e distribuendo opuscoli rivoluzionari e preparando con ogni mezzo il popolo alla rivoluzione. Da allora non ha più dimenticato il modo di conquistarsi l’attenzione di uno, o di un milione di uomini.  

A differenza di ogni altro, nell’Unione Sovietica, Lozovskij può essere in apparenza scambiato per un brillante damerino incontrato per caso sui boulevards di Parigi. Si dice infatti di lui, che durante i suoi giorni di esilio prerivoluzionario in quella città, era spesso indicato ai turisti come un «tipico haibtué di caffè».  

Ha una testa irta di capelli color ebano, una feroce e arruffata barba dello stesso colore. Parla il francese, che ha imparato perfettamente, in ogni occasione, per quanto le sue conferenze ufficiali per i corrispondenti stranieri siano sempre tenute in russo. Quando, nel 1939, egli entrò nel Commissariato per gli Affari Esteri, imparò l’inglese, ed ora lo parla correntemente come ogni altro a Mosca.  

Molto spesso, durante l’estate 1941, il telefono di un corrispondente straniero squillava nel bel mezzo della notte e il segretario di Lozovskij annunciava, con molta calma, che una conferenza stampa straordinaria si sarebbe tenuta, nel suo ufficio, all’una di quella mattina. Le sue conferenze stampa erano sempre straordinarie; mai sentii dire che ne aveva fatta una ordinaria.  

Dopo che i corrispondenti, con gli occhi assonnati, erano accorsi nel suo ufficio e avevano bevuto il seltz al limone che stava a portata di mano sulla lunga tavola coperta di feltro verde, egli sciorinava davanti a loro una delle sue sorprese: documenti segreti. Qualche volta erano carte trovate addosso a prigionieri tedeschi, romeni o finnici; altre volte erano ordini raccolti in un quartier generale tedesco catturato. Di qualunque genere fossero i documenti, Lozovskij li metteva in mostra con la stessa pompa e cerimonia che avrebbe usato se si fosse trattato di portare nella stanza lo stesso Hitler fatto prigioniero. Le carte erano molto spesso semplici lettere scritte da soldati tedeschi, i quali narravano alla moglie, o alla fidanzata, che una pelliccia o un paio di guanti erano stati spediti a casa.  

Lozovskij era sempre calmo e pacato, anche quando le notizie della giornata erano spiacevoli. Talvolta iniziava la sua conferenza stampa leggendo una lunga lettera che provava quanto i Romeni odiassero Hitler. Se non erano Romeni erano Cechi, Finlandesi o Bulgari. La radio straniera avrebbe potuto annunciare che i Tedeschi stavano entrando a Leningrado, a Mosca o ad Arcangelo, i corrispondenti stranieri avrebbero potuto agitarsi sulle loro sedie nell’ansia di chiedere a Lozovskij una conferma o una smentita: egli avrebbe continuato imperterrito a descrivere la sorte cui andava incontro «quel pazzo di Hitler con le sue bande di assassini».   

Tutte le sue conferenze erano seminate di frasi come: «Le belve di Berlino stanno rompendosi le unghie contro gli elmetti di acciaio dell’Armata Rossa», e ancora: «Hitler e i suoi fidi sanno che la loro ora verrà presto e sanno che il solo modo di sopravvivere, per loro, è quello di implorare pietà. Credete che ci mostreremo pietosi verso di loro? Io credo di no!».  

Lozovskij, come Stalin, preferisce lavorare di notte piuttosto che durante il giorno. Una volte gliene chiesi la ragione.  

«Si prendono le proprie abitudini quando si è troppo giovani per conoscerne la ragione» rispose. «E una volta che si sono prese si trova che esse ci si adattano benissimo.»  

L’ufficio della censura di guerra era sotto il suo controllo, ma egli lasciava agli altri l’incarico dettagliato di esaminare i comunicati stampa e le notizie radiodiffuse. Raramente veniva consultato, perché i censori avevano capito benissimo ciò che Lozovskij pensava dovesse essere mandato per il mondo attraverso i giornali e la radio.  

Ma la sua abilità di propagandista la dimostrava quando si trattava di scrivere del materiale che lui stesso doveva diffondere nel mondo per mezzo della stampa e della radio. I suoi monologhi ai prigionieri tedeschi riuscivano a strappare le lacrime. E i suoi appelli radiofonici alle madri di Germania, i cui figli erano stati uccisi o catturati, torcevano i cuori anche a quei Russi che lo ascoltavano.  

Una volta chiesi a Lozovskij se i Russi combattevano contro i Finlandesi con la stessa ferocia con la quale combattevano contro i Tedeschi.  

«Noi non siamo in guerra contro i Finlandesi» rispose. «Stiamo facendo di tutto per aiutarli.»  

Quando giungeva alla enumerazione delle atrocità nemiche Lozovskij batteva di gran lunga Goebbels nella scelta dei soggetti, nella tecnica e nel senso dell’orrido. Ebbi tuttavia, sempre, la sensazione che egli si mantenesse entro limiti determinati. Le sue descrizioni degli orrori erano più violente di quelle di Goebbels, ma si riusciva a comprendere che, se fosse stato necessario, esse avrebbero potuto essere ancora più violente. Non mi passò mai per la mente che egli amasse porsi allo stesso livello dei propagandisti tedeschi. Egli preferiva schernire i nemici, deridere i loro successi e ricordare loro, ad ogni occasione, che l’ora di pagare il conto sarebbe venuta presto. Egli si dilettava a compilare manifestini che dovevano essere seminati a milioni sulle linee tedesche e che dovevano servire da salvacondotto per ogni soldato che volesse disertare.  

«I Tedeschi» disse una volta «stanno irrigando il nostro suolo col loro sangue e fertilizzando la nostra terra con i loro corpi. Le nostre future generazioni saranno grate ad essi di questo quando faranno abbondanti raccolti di frumento e di segale.»   

Un giorno andai nel suo ufficio per chiedergli spiegazioni sulla tattica della «terra bruciata» di Stalin, che consisteva nella distruzione di tutte le cose di qualche valore che si trovassero sulla via dell’avanzata tedesca. Egli si sprofondò nella sua poltrona, con gli occhi scintillanti e con il viso illuminato da un sorriso sardonico.  

«Gli assassini macchiati di sangue non troveranno nulla» disse. «Essi non riusciranno a trovare legna sufficiente per accendere un fuoco e riscaldarsi le mani gelate. Essi non troveranno cibo sufficiente per mantenersi in vita.» Qui fece una pausa, battendo il tavolo con una penna.  

«Con una eccezione» disse.  

«Quale?» domandai.  

Si chinò sulla tavola puntando il dito verso di me.  

«Lasciamo per loro tutti i cavoli che crescono tra Mosca e il fronte» disse. «Quando i Tedeschi vedranno i cavoli li raccoglieranno subito. E dentro ad ognuno di essi, in mezzo alle foglie, troveranno un rotolino di carta. Sulla carta, scritto in tedesco, vi sarà un invito per essi a mangiare i cavoli senza paura di avvelenarsi, e un avvertimento che questo è solo un campione del cibo che li aspetta se abbandonano il carnefice di Berlino e vengono con noi. L’invito avrà stampato sul retro un menu, e questo menu, che li aspetta, è composto di carne, cacciagione, patate, pane, caffè, zucchero, tabacco e vino»  

Si allungò di nuovo sulla poltrona, scuotendosi tutto.  

«Saranno capaci di resistere?» chiese, ridendo fino alle lacrime.