Lampi di cultura

Russia, Sulle rive del Mar Nero

da Michael Rostovtzeff, CITTÀ CAROVANIERE, Laterza, Bari, 1971
Storico e archeologo di fama interanzionale, Michael Rostovtzeff (Kiev 1870 - Yale 1952) è forse uno dei pochi studiosi il cui nome sia noto anche fuori della cerchia dei cultori di studi classici, come dimostra la sua ormai celebre Storia economica e sociale dell’Impero romano. Ma nella sua opera scientifica, un posto di primo piano spetta anche al saggio Città carovaniere. Il volume, nato da impressioni di viaggio e da attività scientifiche di scavo condotte nei luoghi del vicino e medio Oriente, non è che la raccolta di più articoli editi inizialmente su riviste e periodici. Dal libro riportiamo un interessante brano dedicato alle antichità della Crimea


La vita degli antichi sulle coste del Mar Nero

Lungo le coste del Mar Nero, in Crimea e nel Caucaso, ove oggi sorgono delle grandi città commerciali russe, ove le case e i giardini e i parchi si alternano con i vigneti e i frutteti, e dietro di essi mandano bagliori nel periodo estivo gli sconfinati campi dorati di segala e di frumento, d’orzo e di biade, là una volta ben diversa gente menava una vita ben diversa. Nessuno aveva ancora inteso parlare della Russia e dei russi. Altra gente viveva in tale luogo, altri padroni dominavano le popolazioni indigene che da secoli occupavano spiagge e steppe della Russia meridionale. Molti secoli prima della venuta di Cristo, dei nomadi — gli sciti e i sarmati — penetrarono dall’interno dell’Asia nella parte orientale delle pianure russe e si stabilirono così da restarvi per secoli. Quasi alla stessa epoca apparvero sul Mar Nero nelle loro navi a remi e a vele quei baldi marinai e commercianti esperti che furono i greci. Si erano recati lì in cerca d’oro: il mare li aveva attirati con la sua ricchezza di pesci e le steppe con la loro abbondanza di bestiame. Cominciarono a fondare delle colonie, una dopo l’altra, sulla costa del Mar Nero o alle foci di grandi fiume ov’era buona pesca.

Poche tracce restano ancora sia dei nomadi asiatici che dei colonizzatori greci che vi costruirono delle prospere città: Olbia alle foci del Bug e del Dnieper; Panticapaeum, ora Kerch, sulla costa della Baia di Kerch (l’antico Bosforo cimmerio); Phanagoria alla foce del Cuban; Tanais alla foce del Don; Chersoneso presso la moderna città di Sebastopoli; e Dioscurias sulla costa del Caucaso.

Nei siti di molte di queste città ora ne sorgono delle nuove, e sugli avanzi di molte altre ha preso piede la libera steppa, rotta da voragini e coperta di ogni specie d’erba. Soltanto dei piccoli rialzi qua e là, ove c’erano una volta dei palazzi, e dei cumuli sparsi di vasi rotti, indicano che una volta vi sorgevano delle fiorenti colonie. Una testimonianza ancora maggiore ci è data dalle centinaia di tumuli — grandi e piccoli, rotondi e lunghi, acuminati o scoscesi — ove una volta furono deposti sotto una grande massa di terreno i più prosperi e illustri cittadini di quelle città che non esistono più.

Le genti che circondavano in una stretta catena le città dei colonizzatori greci lasciarono di loro anche minori tracce. La maggior parte non costruiva né città né villaggi, o, se pure li costruiva, erano formati da piccole case, fatte di cespi, giunchi, pietre frantumate e argilla, che poi si disfecero completamente. Le uniche tracce che ci restano ancora di questi cavalieri nomadi e dei loro devoti sudditi, stabilitisi nelle steppe della Russia meridionale, nelle vicinanze dei greci, sono le tombe e i sepolcri, tumuli sotto i quali talvolta riposano parecchie decine di poveri insieme, e talvolta un solo potente e importante capo o condottiero di una tribù o di un clan. Gli scrittori greci dell’epoca, i cui scritti ci restano ancora, rare volte dicono come vivessero i colonizzatori greci sulle coste del Mar Nero, chi fossero e come vivessero i loro vicini, e in chi prestassero fede e che cosa facessero. Per conoscere maggiori dettagli della loro vita, dobbiamo rivolgerci ad altre fonti. Sarebbe meglio chiederli personalmente a coloro che la vissero, ma da migliaia di anni giacciono sotterra, e noi non abbiamo udito alcuna eco delle loro voci. Eppure non si sono spente del tutto: sopravvive qualcosa di esse, e c’è da sperare che si possa ottenere qualche risposta alle nostre domande.

Abbiamo ancora i ruderi delle città greche: rovine delle mura, delle strade, e di vari palazzi pubblici e privati (templi, palazzi di città, mercati, magazzini, palestre, teatri, case padronali), di costruzioni portuali, di viadotti e acquedotti. Le città dei vivi erano circondate da quelle dei morti — necropoleis come i greci chiamavano i propri cimiteri. In essi i greci erigevano cappelle e monumenti funebri magnifici sotto i quali si aprivano delle spaziose camere di sepoltura. Talvolta i muri venivano ornati di pitture o di tappeti. I dipinti delle pareti e delle volte di alcune tombe indicavano le attività e la vita del trapassato, e gli dèi a cui aveva prestato fede. Giacigli e letti di legno e di pietra venivano messi in queste camere sepolcrali, e i morti erano circondati nella dimora eterna dalle cose a loro più care.

Dei vicini dei greci, gli sciti e i sarmati delle steppe, vi sono più scarse tracce. Le dimore e le colonie sono scomparse, e non restano che le tombe.