Lampi di cultura

Russia, Sciti e Sarmati

 SCITI E SARMATI

di Michael Rostovtzeff, CITTÀ CAROVANIERE, Laterza, Bari, 1971 (pp. 243-264)

 Nelle ampie pianure adiacenti ai corsi inferiori del Cuban, del Don, del Dnieper e del Bug vivevano numerose e svariate tribù. I greci, e da loro gli studiosi moderni, designarono una parte di quelli che vivevano ad ovest del Don col nome di sciti e gli altri ad est del Don col nome di sarmati. I due gruppi si differenziavano solo di poco nelle maniere di vita. Quando comparvero per la prima volta in quelle regioni, non menavano vita permanente nelle città e nei villaggi, e non si occupavano dell’agricoltura, ma, da mandriani nomadi, erano dediti all’allevamento del bestiame. La loro maggiore ricchezza consisteva in greggi di pecore, mandrie di vacche e vitelli e branchi di cavalli.

Centinaia e centinaia di mandriani accompagnavano l’armento da un luogo all’altro, seguiti dai padroni del bestiame che facevano da guardiani armati, mantenendo l’ordine e proteggendo gli schiavi, i mandriani e gli armenti dagli attacchi di ostili tribù. Galoppavano per le pianure sui loro cavalli brutti e piccoletti, dando la caccia alle lepri e alle volpi, e lottando coi nemici, anch’essi a cavallo.

Alle volte, lasciando le famiglie e gli armenti nelle mani di una buona scorta, il rimanente dei guerrieri partiva a cavallo per una campagna o una spedizione, a rubare, possibilmente, qualche armento vicino o a spogliare i greci mentre questi erano intenti a coltivare la terra intorno alle loro città. Alle volte bastava solo la minaccia: i greci davano prontamente danaro e prodotti per liberarsi dagli attacchi dei loro vicini nomadi. Sui sentieri battuti dai nomadi avanzavano scricchiolando e traballando dei pesanti carri carichi di merci tirati da buoi. Sull’armatura dei carri c’erano dei copertoni di pelle e di feltro oppure delle tende a cupola o a cono, a botte o a piramide. Le mogli dei guerrieri erano là dentro, e badavano ai loro figliuoli, mentre le mogli e i bambini dei mandriani schiavi seguivano a piedi e badavano ai cavalli e alle pecore.

Di notte si fermavano, e se il luogo era favorevole — vicino all’acqua e a buoni pascoli — piantavano le tende per una o due settimane o anche di più. D’inverno, quando le steppe erano coperte di neve, si portavano il più possibile verso il Sud. Si difendevano dal freddo coprendosi con pellicce, e si scaldavano con fuoco di legna e bracieri di carbone, celandosi nei yurtas o tende circolari coperte di pelli e di strati di feltro.

Spesso sulle rive di un fiume, ove i nomadi s’erano fermati, appariva della gente strana che parlava un’altra lingua. Solevano venire dalla foce del fiume e dalle coste del minaccioso Mar Nero, portando seco vino e olio e vasi di terracotta, specchi e perline, anelli, orecchini e bracciali. Essi offrivano questi oggetti in cambio di pelli di vitelli e di pecore, o di schiavi catturati nelle scorrerie. Davano le merci con maggior spontaneità in cambio di pesce salato, ma preferivano il grano ad ogni altra cosa.

È naturale che i nomadi più ricchi e più forti, i principi e i signori che contavano i capi di bestiame e gli schiavi a migliaia e a decine di migliaia, commerciassero di più con questi stranieri, cioè coi greci, prendendo in cambio le cose più splendide. Le tavole erano tutto uno splendore d’oro e d’argento quando festeggiavano il loro seguito. Il vino greco veniva servito in calici di metallo prezioso. Ai muri delle loro tende tenevano appese delle armi dorate: l’ascia lunga, l’arco ricurvo, l’ampio fodero dell’arco e la faretra piena di frecce, la spada corta, il pugnale aguzzo, l’elmetto greco di bronzo con ornamenti, le gambiere di ottone dorato, e lo scudo leggero.