Lampi di cultura

Russia, Greci del Mar Nero

da Michael Rostovtzeff, CITTÀ CAROVANIERE

Il tempo passò, e alle foci dei grandi fumi, ove i pesci abbondavano maggiormente e la terra era più fertile, i greci intraprendenti, venuti di lontano, moltiplicarono le loro colonie — poiché erano abili nella pesca, buoni marinai, mercanti accorti ed agricoltori esperti. Vivevano in piccole capanne nell’interno di fortificazioni, costruite rapidamente con terra ammassata, e rattoppavano le reti e aggiustavano gli ami, preparavano e salavano lo storione pescato, conservandolo in grandi recipienti di creta. Alcuni di loro risalirono il corso del fiume in feluche a remi e a vela, e svilupparono sempre migliori relazioni d’affari con gli sciti, loro vicini (c’era assai minore commercio con i sarmati), scambiando i prodotti delle lontane terre natie contro carichi di pesce salato.

A mano a mano che queste colonie crebbero e si estesero, e sempre più divennero importanti, cominciarono a riunirsi in associazioni. Più grande divenne il numero dei greci, ivi chiamati dalla miseria che regnava in patria e dalle opportunità di questo «nuovo mondo», e più il mare «inospitale» (axeinos) sembrò loro «ospitale» (euxeinos), e più stabili divennero le relazioni commerciali con i nomadi. Più i greci divennero ricchi e numerosi e più facile fu ai loro guerrieri, nell’armatura di ottone e di ferro, di resistere brillantemente agli attacchi della cavalleria leggera degli sciti. Così le città greche divennero più forti e più popolose, e i posti di pesca e i luoghi di scambio si estesero sempre più. I cittadini di Olbia, Panticapaeum e Chersoneso si fecero arditi fino al punto di uscire dalle mura delle cittadelle, di vivere in case rinforzate di pietra, di arare il fertile terreno nero delle steppe e di seminare il frumento, così da procurare il sostentamento ai concittadini che rimanevano entro le mura.

Osservando ciò, gli sciti e i sarmati che stavano in quei paraggi e avevano coltivato il grano solo di tanto in tanto, cominciarono a darsi completamente all’agricoltura, aggiogando i buoi e i vitelli all’aratro. Sapevano che gli abitatori delle città solevano pagare meglio per il grano che per le pelli e gli schiavi. Gradatamente delle intere tribù presero dimora stabile. I capi trasformarono i loro mandriani in bravi contadini, e coloro che avevano posseduto grandi mandrie divennero possessori d’immensi possedimenti e commercianti di grano all’ingrosso.

Proprio in quell’epoca crebbe la richiesta del grano ed aumentò il suo prezzo. In Grecia, la patria degli abitanti delle città costiere, c’era sempre maggior bisogno di grano, di pesce e di carne salata. Gli stati della Grecia producevano poco grano poiché i cittadini si davano al commercio e all’industria e i proprietari delle terre coltivavano vigneti, frutteti e oliveti.

Alle città greche del Mar Nero, e da esse ai principi e ai possessori di terre delle steppe, affluiva naturalmente molto danaro e ricchezze di ogni specie in pagamento del grano. Grandi tratti di steppe cambiarono fisionomia; cominciarono a prendere l’attuale aspetto. Lungo il Dnieper e i suoi affluenti, e sulle rive del Don e del Cuban, cominciarono a sorgere villaggi e paesi. Gli sciti, che una volta erano stati nomadi, abbandonarono le tende e i carri per costruirsi delle case; i signori e i sovrani si costruirono dei castelli; e nei luoghi che prima erano più frequentati ogni anno dai commercianti greci, soprattutto alla confluenza dei fiumi, sorsero delle città in cui i migliori artigiani e i commercianti del luogo e di fuori vivevano insieme ai vangatori della terra. Le steppe erano piene di vita, specie al principio dell’autunno. Il grano veniva trebbiato sulle aie e lungo i fiumi, vagliato e ammonticchiato, poi messo sui carri per essere trasportato ai fiumi ove i commercianti greci lo caricavano sulle navi e lo portavano via per mare.