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Lampi di cultura

Russia, Oro degli Sciti

 da Michael Rostovtzeff, CITTÀ CAROVANIERE

I principi delle steppe s’arricchirono molto, in quei tempi. Gli oggetti di metallo prezioso in loro possesso aumentarono di molto, le feste divennero più stravaganti e le vesti delle loro donne più sfarzose. Non si contentarono più di comprare ciò che i greci portavano di propria scelta: cominciarono a chiedere ai greci di lavorare secondo i propri gusti. Se ordinavano un grande vaso d’argento per il kumiss o il vino, chiedevano agli artisti greci di cesellarvi i loro cavalli e destrieri favoriti, illustrando come furono catturati, impastoiati, sellati e ornati. Se il signore scita desiderava un pettine d’oro, lo faceva incidere da qualche abile cesellatore greco, facendo riprodurre la sua stessa figura a cavallo, in tutto lo splendore delle armi e dell’uniforme militare, mentre si batteva coi nemici, cavalieri e fanti di qualche rivale del luogo. Sul simbolo dell’autorità reale, che consisteva in una tazza da bere a corno, in oro e argento, faceva pure incidere o una battaglia coi nemici o una scena che mostrava il sovrano mentre riceveva il potere, lo scettro e il corno dalle mani della più grande divinità terrestre e celeste, protettrice della terra, e delle acque, delle bestie feroci, dei pesci e degli uccelli, che aveva favorito i guerrieri sciti, e dai quali aveva spesso pecore e cavalli in sacrificio. Per questa grande dea si facevano anche dei vasi tondi in oro bianco e argento puro, su cui era inciso il sovrano e l’intera famiglia e gli uomini della sua guardia, che si preparavano per un conflitto o si fasciavano le ferite dopo la battaglia e s’accordavano per una nuova incursione.

I greci eseguivano mirabilmente gli ordini dei capi sciti. Negli oggetti che essi foggiarono non manca nessun dettaglio. Con notevole delicatezza e finezza i tipi dei visi, i costumi e le armi; e i movimenti e le posizioni dei destrieri furono ritratti con molta esattezza; e disposero le diverse parti così da ottenere un magnifico assieme tutto pieno di vita, squisitamente semplice e d’uno stile delizioso. Ci furono senza dubbio degli artisti eccellenti che per grandi somme eseguirono quei lavori: ed essi dimostrarono di conoscere bene la vita, le usanze e gli abiti degli sciti. Così coloro che ordinarono quei lavori si presentano a noi come se fossero vivi: le donne nei loro magnifici abiti, gli uomini impegnati a far guerra o pace, mentre si trovano ai festini o fra i loro cavalli, portano dei sacrifici alla dea protettrice o ricevono patti d’amicizia, fanno delle gare nei giorni festivi in onore della loro divinità o cacciano la lepre nelle steppe.

Per quanto belli, i lavori greci costituirono per i re e i nobili sciti più un tributo alla moda che un’arte da essi veramente stimata e compresa. Per secoli avevano avuto la loro arte, le proprie idee religiose, e propri gusti e predilezioni. E gli oggetti che essi ammiravano erano molto diversi da ciò che i greci volevano fare apprezzare e comprare! Una volta i loro antenati avevano vissuto una vita di cacciatori nelle intricate foreste delle montagne dell’Asia centrale. Nei boschi erano stati per lunghi anni compagni delle bestie feroci e degli uccelli rapaci, coi quali avevano lottato quotidianamente per portar via la loro preda: animali domestici e uccelli delle foreste e delle steppe. Per gli uccelli e le bestie — aquile, avvoltoi, leoni, pantere, lupi, tori selvaggi e grossi serpenti — i cacciatori selvaggi dell’Asia avevano un vero culto. Ne ammiravano la forza e la bravura, l’agilità e il coraggio, e pensavano che queste creature, di tanto superiori, all’uomo in molte cose, fossero divine — divinità o incarnazione delle forze divine della natura.