Corsi in diretta Lezioni Audioviaggi
Lampi di cultura

Russia, Riti funerari degli Sciti

da Michael Rostovtzeff, CITTÀ CAROVANIERE

Quando uno di questi ricchi principi moriva, l’intera tribù passava un lungo periodo di riti funebri. Nei tempi antichissimi le cerimonie della sepoltura erano veramente crudeli. La salma del principe era portata sulle steppe e in segno di dolore tutti quelli che l’avvicinavano si ferivano o mutilavano, e, nel giorno in cui veniva sotterrato, alcune mogli e alcuni schiavi del principe erano uccisi sulla tomba e centinaia di cavalli venivano abbattuti. I corpi impagliati di questi cavalli, sostenuti da pali, venivano innalzati in lunghe file dinanzi al tumulo e seduti su di essi erano i corpi dei cavalieri, uccisi nel fiore della giovinezza in onore dello scomparso.

In tempi più recenti il carattere del popolo si raddolcì e la sua vita divenne più umana; allora i riti funebri perdettero una parte della loro crudeltà, ma continuarono ad essere sontuosi. La salma del signore veniva deposta in una pesante cassa scolpita, portata alla tomba su di un alto carro con decorazioni d’oro e d’ottone. Sulla vettura, al di sopra della bara, c’era un catafalco splendido e un baldacchino sgargiante. Sulle quattro colonne, messe ai quattro angoli, profusamente decorate di bronzo, era distesa una cortina a vivi colori, intessuta e ricamata in oro, ornata di piastrine d’oro, contornata di frange e fiocchi. Sulla cortina e sulle colonne v’erano sonagli e campanelli. Così il carro funebre risuonava e tintinnava mentre i quattro o gli otto cavalli in gualdrappa e bardatura d’oro e d’argento lo tiravano lentamente per le steppe; si riteneva che il rumore e il tintinnio servissero a non fare disturbare il morto e i parenti dagli spiriti del male. Dietro alla bara venivano: la famiglia, alcuni servi con vasi di metalli preziosi, uomini e donne che urlavano e piangevano, e servi e schiavi che conducevano dei cavalli e dei branchi di vacche e di pecore.

Nella processione c’era pure una delle mogli e uno dei servi del defunto, condannati a morte, e che dovevano essere sotterrati con lui nella profonda sepoltura.

Nell’ampia distesa della steppa, di solito su qualche rialzo del terreno, si scavava una fossa ampia e profonda, si aprivano delle nicchie nelle pareti, e qualche volta dei corridoi che immettevano in fosse laterali variamente disposte. Sulla fossa si erigeva una forte ossatura di legno, basata su colonne robuste, infisse profondamente nel terreno, e ricoperta di tavole. Quando il corteo funebre giungeva sul luogo, il morto era portato nella tomba e veniva messo sotto un fastoso drappeggio, intorno gli si mettevano le armi, i simboli dell’autorità, i vasi sacrificatori e gli utensili d’uso domestico. Tutte queste cose erano fatte d’oro e d’argento massiccio. Ai muri venivano appesi i suoi abiti, dei tappeti e dei drappi cosparsi di piastrine d’oro, su cui erano incise figure d’uomini e d’animali. All’entrata oppure in una nicchia apposita si affondavano nel suolo delle file di grandi e magnifiche anfore greche colme del suo vino favorito e di limpido olio d’oliva, e su di una di esse veniva posato un ramaiolo, così che il morto potesse attingere l’olio e il vino dai vasi di creta a due manici, profondi e dal collo stretto. Nello stesso luogo veniva messa pure una pesante caldaia di bronzo, retta da piedi corti e robusti, in cui si ponevano pezzi di castrato e di manzo, quale cibo per la vita sepolcrale. Accanto vi si metteva una graticola, talvolta su rotelle, di quelle su cui si arrostiva comunemente il cibo.

Molti vitelli e molte pecore venivano uccisi in onore del morto, ma si dava speciale importanza al sacrificio dei cavalli. Non bastava uccidere i cavalli che avevano portato la bara; s’uccidevano pure i cavalli ch’egli montava di preferenza, e tutti veniva seppelliti coi loro splendidi finimenti o nella tomba ov’era il morto o in fosse separate.

A lato del signore giaceva la moglie. Senza di lei, che l’aveva servito in ogni momento, i vivi credevano che il morto non avrebbe potuto sopportare la vita della tomba. E tanto perché avesse qualcuno per sellargli il cavallo preferito e presentarglielo, uno dei palafrenieri scelti era ucciso e seppellito con lui.

Alla fine delle cerimonie, quando il catafalco delle esequie era stato rotto e si vedevano tracce dei suoi pezzi tutto intorno alla tomba, e gli animali del sacrificio erano stati cotti e mangiati, s’era bevuto del vino, allora sulla sepoltura, con lunghi mesi di lavoro, s’ammonticchiava una grande quantità di terreno, e questo tumulo doveva servire per secoli a proteggere e custodire quella tomba.

Sono trascorsi più di duemila anni e i tumuli sono lì: molti di essi danno ancora ricetto nelle loro profondità agli scheletri dei principi nomadi e alle ossa dei cavalli, nonché ai tesori che furono sotterrati con loro.