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Lampi di cultura

Russia, Crimea, Fioritura delle colonie greche

 da Michael Rostovtzeff, CITTÀ CAROVANIERE

Mentre gli abitatori delle steppe s’arricchivano, anche le città greche prendevano sviluppo. Da piccole colonie divennero ben presto città fortificate, chiuse tutt’intorno da mura e piene di splendidi templi, di palazzi per usi civici e sociali, di vie maestre, di larghe piazze e di magnifiche case padronali. Vi trovarono protezione e asilo un numero sempre maggiore di colonizzatori greci, e vi affluirono molti dei barbari delle vicinanze, adottando la lingua greca, la maniera di vestire, le abitudini e la religione dei greci.

Nei porti gettavano l’ancora centinaia di navi delle terre più lontane. Portavano olio e vino, oggetti d’arte fatti di metalli preziosi, perline di vetro multicolori, materiali e stoffe di valore, elmi di ferro e di ottone, letti di lusso e casse di legno scolpito, e statue di bronzo e di marmo. Gli abitanti delle città greche acquistavano una parte di quella merce, mentre l’altra parte veniva spedita ai capi e ai nobili degli sciti e dei sarmati nelle remote steppe. Nel ricaricare le navi, i commercianti ammassavano nelle stive del buon grano dorato, delle pelli robuste e dei grandi vasi d’argilla pieni di pesce salato.

Il commercio era particolarmente animato ad Olbia, alle foci del Dnieper e del Bug, dove convenivano tutti i prodotti delle praterie poste lungo quei corsi d’acqua; a Panticapaeum, il porto in cui affluivano le merci dal Mare d’Azof, e dalle vicine steppe fertili della Crimea; a Tanais, alle foci del Don; e a Chersoneso, dove la gente che viveva sulle colline e nelle steppe della Crimea portava pure le cose che aveva da offrire.

I cittadini di Olbia e di Chersoneso vissero proprio alla maniera greca. Proprio come in Grecia, le cose pubbliche venivano dirette da funzionari eletti dall’intera popolazione e questa si riuniva in assemblee a discutere e votare leggi, concludere trattati di pace e fare dichiarazioni di guerra; e gli uomini del consiglio comunale discutevano in riunioni segrete di tutte le cose importanti. I cittadini custodivano e tramandavano come sacri i principi basilari dell’ordine vigente nelle città da cui erano emigrati alle rive del Mar Nero, e la fede dei loro antenati, i culti e i riti greci dei loro paesi d’origine.

Con tutto ciò onorarono pure le divinità del luogo, quali spiriti protettori della patria adottiva: a Chersoneso onoravano la Vergine Dea che salvava sempre il popolo in tempo di calamità, allorché le proprie schiere avevano la peggio nei conflitti con gli sciti; in Olbia, il glorioso eroe Achille, custode dei mari, quello stesso Achille che, secondo il racconto dei marinai, viveva in una favolosa Isola Bianca. A tali divinità erigevano reliquari e statue, costruivano altari e facevano ricchi sacrifici. Né gli emigranti si dimenticarono come i compatrioti della lontana Grecia vivevano e si divertivano. Praticavano gli sport con entusiasmo, organizzavano delle gare e dava premi. I più bravi e i più forti facevano dei viaggi verso la terra natia per partecipare alle feste pubbliche e ai giuochi. Mettevano molta volontà nello studio degli scrittori greci, imparavano a memoria le grandi poesie di Omero, applaudivano le tragedie di Sofocle ed Euripide nei loro teatri, e cantavano in coro gli inni della patria. Seppellivano i morti alla maniera greca. Cremavano le salme e racchiudevano le ceneri in un’urna, che mettevano in una tomba, erigendo su di essa un semplice monumento di marmo o di pietra col nome del morto e talvolta  con un epitaffio in versi.

Ricordarono pure i fatti del loro passato, fecero elenchi dei pubblici funzionari, scrissero la storia delle loro città, dettero ragguagli delle guerre e dei trattati di pace, narrarono la vita di quei cittadini che si distinsero per coraggio e per forza o per sapere e per esperienza negli affari civici. Ed agli scrittori che sapevano meglio esprimere tutte queste cose dettero onori e ricompense, ornando la loro fronte di una corona d’oro e scolpendo la storia dei loro servigi su lastre di marmo che mettevano nelle piazze pubbliche. Similmente onoravano tutti i benefattori delle città, e così tutti quelli che avevano condotto i concittadini coraggiosamente alla guerra, che avevano riportato delle grandi vittorie, che avevano innalzato templi o qualche parte delle mura delle città a proprie spese, o che avevano liberata la città dal pericolo in tempi calamitosi. Né trascuravano quegli stranieri da cui erano stati aiutati mentre si trovavano lontani dalla patria, ove gli affari li costringevano a vivere. Seppellivano le persone celebri a pubbliche spese, talora in tombe costruite nelle mura della città.

La vita dei greci nell’antica città di Panticapaeum trascorreva diversamente. Lì non era facile attenersi agli usi e ai costumi della terra natia in tutta la loro essenza ed anche a tener testa a dei vicini che subito adottavano e assimilavano tutto ciò che distingueva i greci e li rendeva forti. Affluivano più coloni a Panticapaeum che ad altre città greche dalle steppe circostanti, ed essi si adattavano malamente alle condizioni e alle istituzioni della vita greca. Durante gli anni difficili delle guerre con le tribù vicine, bisognava dare tutto il potere nelle mani di un uomo, che i greci chiamavano tiranno. Una volta che il comando e l’esercito erano stati affidati ad una persona, era difficile che i cittadini potessero riaverli nelle loro mani. Così si formò in Panticapaeum un sistema speciale di governo, diverso da quello di Olbia e Chersoneso. Alla testa della città v’era un capo a cui tutti gli abitanti obbedivano; e alla sua morte egli trasmetteva ai figli ed ai parenti la sua autorità.

Nessun’altra città fu così forte ed influente come Panticapaeum. I suoi capi trasformarono a poco a poco ciò che era stata una città greca in un forte principato che soggiogò tutte le città greche vicine e tutti i capi indigeni dei dintorni. Si fondò così uno stato potente, il Regno del Bosforo. Le foci del Don, le terre alla foce del Cuban e quasi metà della Crimea si trovavano sotto la giurisdizione di quei sovrani. E i sudditi erano tanto greci che indigeni.

Questo reame condusse una vita particolare. Alla testa c’era il sovrano della città principale, Panticapaeum; la sua autorità era riconosciuta dai cittadini, dagli abitanti delle città vicine e dai capi delle tribù indigene delle vicinanze. Fra tutti questi egli reclutava le truppe per proteggere lo stato dai vicini e per difendere la sua autorità. Egli era il giudice supremo e la guida in ogni sfera della vita, il possessore di sterminati tratti di terra e di centinaia di navi per il commercio. Il potere e la ricchezza erano concentrati nelle sue mani.

Il popolo greco perdette la libertà, ma non dimenticò né la lingua, né i costumi della patria. E non li dimenticarono nemmeno i sovrani. Sia in Olbia che in Chersoneso, sia Panticapaeum che nelle terre da essa dipendenti, vi furono templi greci e furono venerate divinità greche, vi si costruirono teatri ed archi, vennero indetti giuochi e gare; e il popolo fu conscio del suo passato. Tuttavia esso adottò pure molti usi e costumi dei vicini.

Ed in nessun’altra terra greca si seppellirono in modo tanto fastoso i cittadini più eminenti e più ricchi. Sulle loro salme si eressero delle volte i pietra, e su queste si formarono dei tumuli di pietre e terreno; nelle tombe venivano ammassati oggetti d’oro e d’argento, e le salme erano disposte in bare con splendide pitture ed intagli. Alle volte, ornate di belle pitture, s’appendevano tappezzerie e tessuti. Molte di queste cose ci rammentano le usanze degli sciti nella sepoltura dei signori e dei principi.

Col passare degli anni, il regno del Bosforo divenne sempre più ricco e più forte; e di pari passo si estese la potenza dei sovrani e l’importanza del commercio. Si allontanò pure sempre più dalle dottrine e dalle tradizioni greche, la popolazione si cambiò sempre più, e tutte le particolarità e le maniere di vita divennero sempre più indipendenti e originali.