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Lampi di cultura

Russia, Decadenza delle colonie greche

da Michael Rostovtzeff, CITTÀ CAROVANIERE

Per un lungo periodo di tempo la popolazione di questi luoghi visse così. Ma le condizioni di vita lentamente cambiarono tanto in Grecia che nelle nazioni circostanti. L’esistenza libera e festosa degli sciti portò a gelosie e a rivalità che stimolarono la cupidigia di tutti i vicini. Le famiglie e le tribù che vivevano sulle rive del Danubio e tra le foreste e le colline della Germania non si tennero dal profittarne. Tra loro si trovavano i cavalieri della Tracia, bassi e tarchiati; i celti, alti e ben formati, dai corpi robusti, con barbe e baffi lunghi e capigliature arruffate, le cui spade taglienti erano una terribile minaccia per la Grecia e per l’Italia; e gli enormi e potenti germani dagli occhi azzurri e i capelli biondi, col ciuffo sulla fronte e gli orecchini, con pelli di animali per vesti, e armati di lance e mazze pesanti. Erano invidiosi degli sciti anche quei vicini che vivevano ad oriente, tra il Don e il Volga, i marziali sarmati, a cui non giungeva quasi mai l’aurea piena del commercio dalle città greche, e che sentivano alle spalle la spinta delle tribù migratorie, provenienti dalle pianure dell’Asia centrale. Anch’essi volevano intingere le mani nell’oro dei fratelli più ricchi, coi quali spesso l’incontravano e parlavano ai confini delle loro terre.

Le steppe ad occidente del Don furono le prime ad essere assalite dai sarmati. Le tribù sarmate attraversarono il fiume, una dopo l’altra, e nelle steppe i cavalieri e i fanti sciti si scontrarono con i cavalieri sarmati, chiusi in una cotta di maglia. Alle volte fra le salme dei sarmati uccisi, gli sciti e i greci furono stupiti di trovare delle guerriere, forti e coraggiose amazzoni. Così sorse la bella leggenda che in qualche luogo vicino al Mar Nero viveva una eroica tribù di amazzoni, senza uomini, che cavalcavano di continuo ed erano sempre impegnate in qualche combattimento.

I sarmati erano coraggiosi e forti in guerra, e le donne non era da meno di loro. È interessante il fatto che queste tribù e questi clan erano dominati ora da re ed ora da regine. Una di queste, Amaga, essendosi inimicata una volta con un principe degli sciti della Crimea, cavalcò in compagnia della sua guardia fedele dalle spiagge del Mare d’Azof per centinaia di miglia, rinnovando spesso i cavalli, e catturò il nemico nella propria terra, senza che s’accorgesse del pericolo o avesse tempo per difendersi.

Agli sciti riusciva abbastanza difficile di tener testa a tali avversari, e, allo stesso tempo, ad occidente, dalla regione del Danubio, avanzavano altri nemici più terribili. Così cominciò la caduta del grande impero degli sciti. I campi rimasero vuoti e deserti, le città furono abbandonate, non vi fu più niente da vendere ai commercianti greci o da trasportare per i fiumi. Di nuovo le steppe vennero lasciate deserte; e la popolazione che vi rimase qua e là divenne povera e rude; per la vasta discesa scorrazzavano solamente, combattendosi e distruggendosi a vicenda, una tribù in caccia dell’altra, un popolo che inseguiva un altro ora dall’occidente ed ora dall’oriente, e gli uni non permettevano agli altri di fermarsi, di goder la pace, d’intraprendere un vero lavoro utile o di stabilirsi a iniziare una vita di lavoro produttivo.

La città che era stata l’intermediaria fra la Grecia e gli sciti s’indebolì, e di ciò che era stata una volta la grande Olbia non rimase che la quasi vuota e inerte ossatura. Di giorno in giorno aspettava la sua fine, mentre gl’ingordi condottieri si portavano fino sotto le mura, che erano ancora forti, e chiedevano moneta e tesori quale prezzo del diritto di vivere e di vendere ai vicini quei pochi oggetti che le rimanevano. Essa non aveva più né i mezzi per pagare, né la forza per difendersi. La città cadde in rovina, i cittadini furono ridotti in miseria, la vita divenne primitiva e grossolana, e cessarono di accorrervi altri coloni dalla lontana e più fortunata terra di Grecia.

La vita era anche difficile nelle altre città greche, ma nondimeno riusciva più agevole che in Olbia. Nelle pianure del Cuban e in Crimea le città non furono toccate alla prima dalle ondate delle invasioni. Qui i più antichi abitatori delle steppe, che avevano raggiunto un più alto grado di cultura, gli agricoltori ed i proprietari terrieri sciti, furono capaci di tirare avanti. E Panticapaeum e Chersoneso trovarono ancora da commerciare. Ma la rovina minacciava anche loro, e fu solo il potente braccio di Roma che li protesse e li tenne vi vita per alcuni secoli.

Vi fu un mutamento nella vita di queste città. La ricchezza non venne più in grande abbondanza dalla Grecia; non giunsero più nuovi immigranti, e fu necessario far continua guardia e respingere i continui attacchi. Gli uomini dovevano cavalcare armati di tutto punto, d’estate e d’inverno, nelle steppe per proteggere gli armenti e i cavalli, e i coltivatori della terra vicino a una città dovevano vivere in tende o capanne di feltro. Si dovettero costruire dei solidi bastioni da spiaggia a spiaggia per mettere al sicuro in grano che doveva servire per proprio alimento e per l’esportazione. E spesso tutti i combattenti erano costretti ad uscire nelle steppe per allontanare i razziatori e i ladri.

Né si rese il commercio meno difficile ai mercanti. Dai dirupi boscosi della Crimea e dalle coste del Caucaso, coperte di foreste, solevano fare delle sortite i selvaggi tauri, gli uomini barbuti e tozzi del Caucaso, che derubavano i vascelli peni di mercanzie, impadronendosi della ciurma, per poi ucciderla nelle caverne delle loro montagne e versarne il sangue sugli altari in onore della loro grande divinità. La gente delle città, specie nel regno del Bosforo, divenne in tale situazione più selvaggia e più affine ai vicini abitatori delle steppe; si vestì e si armò alla stessa maniera, seppellì i morti allo stesso modo, e dimenticò la lingua greca, le antiche usanze e le divinità. Venne il momento in cui fu difficile anche alla potente Roma di tener testa agli antagonisti che premevano da tutti i lati; né si poteva trovare danaro o truppe abbastanza per combatterli. Era divenuto difficile proteggere la stessa Italia, la vicina Gallia e la Spagna, e i romani avevano scarso interesse nelle lontane ed immiserite città greche del Mar Nero. Senza difesa, nel mare delle genti sempre nuove che avanzavano contro di loro, le città greche languirono, caddero in rovina, e furono abbandonate l’una dopo l’altra. Solo alcune mantennero una pietosa esistenza e giunsero fino ai tempi nostri. Del maggior numero di esse non rimase proprio nulla. I templi crollarono, le mura furono portate via pietra per pietra, le case andarono in frantumi. Ed ora, soltanto i tumuli e le tombe, che si trovano intorno al luogo dove sorgevano le città, narrano della loro lunga e gloriosa vita.

Nelle steppe, ove una volta avevano vissuto gli sciti e i sarmati, un’ondata di gente spazzò via l’altra. Dopo i sarmati, arrivarono dall’oriente delle terribili tribù: Attila, il Minaccioso, avanzò con le orde degli unni; vennero i chazari e i peceneghi, i turchi e i paloczi; dal Nord e dall’Ovest si spinsero avanti nuovi clan germanici, e fra questi, i più minacciosi e potenti furono i goti. E solo quando cominciò a rifiorire la vita agricola sulle coste del Dnieper, quando la cultura di Bisanzio, dopo quella della Grecia, si sparse in una vasta ondata per le foreste e le pianure delle regioni di Kiev e Poltava e della Galizia, e quando la fede cristiana giunse fino alle popolazioni slave che vivevano costà, allora cominciò una nuova epoca storica, sorse un nuovo sistema di cultura, ripullulò la vita — e cominciò la vita del tempo nostro, completamente diversa da quella degli antichi abitatori delle spiagge del Mar Nero.