Lampi di cultura

Austria, La fine dell'Impero Asurgico

Joseph Roth, LA MARCIA DI RADETZKY, Adelphi Ed., Milano, 1987  

La fine di un impero, quello Asburgico. La fine di uno stato vista con la dolorosa e partecipata commozione con cui si segue la morte di un uomo, di una persona cara. «Allora,» scrisse Roth nella pagina più bella di questo suo stupendo romanzo «prima della Grande Guerra,  all’epoca in cui avvennero i fatti cui si riferiscono questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno  era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per fare dimenticare il morto, ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto. ... Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell’epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione.» 

Era curioso il conte Chojnicki. La curiosità e nient’altro era la passione che lo spingeva in viaggio nel vasto mondo, lo inchiodava ai tavoli delle grandi sale da gioco, lo chiudeva dietro le porte del suo vecchio padiglione da caccia, lo faceva sedere sui banchi dei parlamentari, gli imponeva ogni primavera di ritornare a casa, gli dettava le sue solite feste e gli sbarrava la via del suicidio. Soltanto la curiosità lo teneva in vita. Era insaziabilmente curioso. Il giovane Trotta gli aveva raccontato che aspettava suo padre, il capitano distrettuale; e per quanto il conte Chojnicki conoscesse una dozzina buona di capitani distrettuali austriaci e innumerevoli padri di sottotenenti, era tuttavia curioso di conoscere il capitano distrettuale Trotta.
«Sono l’amico di suo figlio» disse Chojnicki. «Lei è oggi mio ospite. Suo figlio gliel’avrà detto! D’altronde io l’ho già vista da qualche parte. Non conosce il dottor Swoboda del Ministero del Commercio?». «Siamo stati compagni di scuola!». «Vede dunque!» esclamò Chojnicki. «È un mio buon amico, Swoboda. Un po’ rimbambito col tempo! Ma una persona fine! Mi permette di essere del tutto franco? — Lei mi rammenta Francesco Giuseppe».
Ci fu un istante di silenzio. Il capitano distrettuale non aveva mai pronunciato il nome dell’Imperatore. In occasioni solenni si diceva Sua Maestà. Nell’uso di tutti i giorni si diceva l’Imperatore. Questo Chojnicki diceva invece Francesco Giuseppe, così come aveva appena detto Swoboda. «Sì, lei mi rammenta Francesco Giuseppe» ripeté Chojnicki.
Partirono. Ai due lati della strada risonavano i cori interminabili delle rane, si stendevano le interminabili paludi verde-azzurre. La sera, tutta viola e oro, veniva loro incontro. Udivano il morbido girar delle ruote sulla morbida sabbia della strada di campagna e il forte cigolio dell’assale. Chojnicki si fermò davanti al piccolo padiglione da caccia.
Il muro posteriore era a ridosso del margine buio dell’abetaia. Fra questa e la strada stretta c’era un piccolo giardino e un recinto in pietra. Le siepi che ornavano ai due lati il breve viottolo dal recinto del giardino all’ingresso della casa non erano state tosate da parecchio tempo; si alzavano così, selvagge e capricciose, qua e là sopra il viottolo, piegando i loro rami a incontrarsi, e non permettevano il passaggio di due persone alla volta. I tre uomini camminavano dunque in fila indiana, li seguiva docile il cavallo che si tirava dietro il carrozzino e pareva così pratico di quel viottolo come un uomo che abitasse nel padiglione. Dietro le siepi si estendevano vaste superfici ricoperte di cardi, vigilate dalle larghe facce verdi scure del farfaro. A destra si ergeva un gran pilastro di pietra mozzato, rudere forse di una torre. Come un grosso dente rotto la pietra saliva dal giardino antistante la casa verso il cielo, con molte macchie verdastre di muschio e sottili crepe nere. Il pesante portone di legno esibiva il blasone dei Chojnicki, uno scudo azzurro tripartito con sopra tre cervi d’oro le cui corna erano indissolubilmente intrecciate. Chojnicki accese la luce. Si trovarono in una grande sala bassa. L’ultimo barlume del crepuscolo trapelava ancora dalle strette fessure delle persiane verdi. Sulla tavola, apparecchiata sotto la lampada, c’erano piatti, bottiglie, boccali, posate d’argento e zuppiere. «Mi sono permesso di preparare un piccolo spuntino» disse Chojnicki. Versò la «novantagradi», chiara come acqua, in tre piccoli bicchierini, ne porse due agli ospiti e lui prese il terzo. Tutti bevvero. Il capitano distrettuale era un po’ sconcertato quando riposò il bicchierino sulla tavola. In ogni modo, la realtà dei cibi contraddiceva il carattere misterioso del padiglione e l’appetito del signor von Trotta era grande più del suo sconcerto. Il bruno pasticcio di fegato, cosparso di tartufi neri come la pece, stava in mezzo a una luccicante corona cristallina di pezzetti di ghiaccio. Il tenero petto di fagiano si ergeva solitario nel candido piatto contornato da un seguito variopinto di verdi, rosse, bianche e gialle verdure, ciascuna in una ciotola col bordo azzurro e oro, ornata del blasone. In un gran vaso di cristallo brulicavano miriadi di perline grigie scure di caviale con intorno trance dorate di limone. E le tonde, rosee fette di prosciutto, vigilate da un forchettone d’argento a tre denti, si allineavano docili sul piatto bislungo, in compagnia di rubicondi ravanelli che facevano pensare a piccole, appetitose villanelle. Lessati, arrostiti e marinati con cipolle all’agrodolce, i grassi e larghi pezzi di carpa e i sottili e sguscianti lucci giacevano sui cristalli, gli argenti e le porcellane. Pani rotondi, neri, bigi e bianchi riposavano come bambini in culla dentro semplici cestini rustici di paglia intrecciata, affettati che quasi non si vedeva, le trance ricomposte ad arte così da sembrare pani sani e interi. Tra le vivande stavano grasse, panciute bottiglie e snelle, alte caraffe di cristallo quadrangolari ed esagonali, o lisce e tonde; alcune a collo lungo e altre a collo corto; con o senza etichetta; e tutte accompagnate da un reggimento di multiformi bicchieri e bicchierini.
Cominciarono a mangiare.
Per il capitano distrettuale questa insolita maniera di fare uno «spuntino» a un’ora insolita era un indizio estremamente gradevole delle eccezionali usanze della frontiera. Nella vecchia imperial-regia Monarchia persino nature spartane come il signor von Trotta erano ragguardevoli amanti dei piaceri della tavola. Già un bel po’ di tempo era passato dal giorno in cui il capitano distrettuale aveva mangiato fuor del comune. L’occasione, quella volta, era stata la festa di commiato del governatore, il principe M., che, grazie alle sue celebrate conoscenze linguistiche e alla sua presunta bravura nel «domare popoli selvaggi», se n’era andato con un incarico molto onorevole nei territori di recente occupati della Bosnia ed Erzegovina. Sì, quella volta aveva mangiato e bevuto in modo eccezionale! E quel giorno, accanto ad altri di brindisi e banchetti, si era conservato vivo nella sua memoria al pari di quei giorni speciali in cui aveva ricevuto un encomio del governatorato, in cui era stato nominato commissario capo del distretto e poi capitano distrettuale. Gustava l’eccellenza dei cibi con gli occhi come gli altri col palato. Il suo sguardo vagò ora per un po’ sulla ricca tavola, godendo e indugiando qua e là nel godimento. S’era quasi dimenticato di quel tanto di misterioso, anzi di un po’ sospetto, che c’era in quel posto. Si mangiava. Si beveva dalle diverse bottiglie. E il capitano distrettuale lodava tutto dicendo, ogni volta che passava da un piatto all’altro, «delicato», «eccellente». Il suo viso a poco a poco si arrossava. E le ali delle sue fedine si movevano ininterrottamente.
«Ho invitato qui i signori» disse Chojnicki «perché nel castello nuovo non saremmo rimasti indisturbati. Là, la mia porta è, diciamo, sempre aperta, e tutti i miei amici possono venire quando vogliono. Di solito qui ci lavoro soltanto».
«Lei lavora?» chiese il capitano distrettuale. «Sì,» disse Chojnicki, «lavoro. Lavoro, diciamo, per diletto. Non faccio che continuare la tradizione dei miei antenati, ma ad esser sincero, non sempre la prendo sul serio come ancora faceva mio nonno. I contadini di queste parti consideravano mio nonno un potente mago, e forse lo era. E così considerano anche me, che invece non lo sono. Fino adesso non mi è ancora riuscito di fabbricare un solo granello!».
«Un granello?» chiese il capitano distrettuale.
«Un granello di che cosa?». «D’oro, naturalmente!» disse Chojnicki, quasi si trattasse della cosa più naturale del mondo.

«M’intendo un poco di chimica,» proseguì «è un vecchio talento che c’è nella nostra famiglia. Ho qui alle pareti, come lei vede, i più antichi e i più moderni arnesi». Indicò le pareti. Il capitano distrettuale vide sei file di scaffali di legno a ogni parete. Sugli scaffali c’erano mortai, sacchetti di carta piccoli e grandi, vasi di cristallo come nelle antiche farmacie, strani globi di vetro pieni di liquidi colorati, e lampadine, beccucci a gas, cannelli.
«Molto strano, molto, molto strano!» esclamò il signor von Trotta.
«E io stesso non sono in grado di dire» soggiunse Chojnicki «se prendo la cosa sul serio oppure no. Sì, alle volte mi ci appassiono, vengo qui di mattina e leggo le formule di mio nonno e mi metto a fare esperimenti e poi rido di me stesso e me ne vado. Comunque ci ritorno di continuo e ogni volta riprovo da capo».
«Strano, strano!» ripeté il capitano distrettuale.
«Non più strano» disse il conte «di tutto il resto che potrei fare. Dovrei diventare ministro del Culto e della Pubblica Istruzione? Mi è stato proposto. Dovrei diventare caposezione al Ministero degli Interni? Anche questo mi è stato proposto. Dovrei andare a Corte nell’ufficio del Granmaestro delle Cerimonie? Anche questo potrei fare, Francesco Giuseppe mi conosce...».
Il capitano distrettuale spinse indietro la sua sedia di qualche pollice. Quando Chojnicki chiamava l’Imperatore così confidenzialmente per nome, come se fosse uno di quei ridicoli deputati che sedevano in Parlamento da che era stato introdotto il suffragio universale, paritario e segreto, o come se, nel migliore dei casi, fosse già morto e diventato un personaggio della storia patria, il capitano distrettuale sentiva una fitta al cuore. Chojnicki rettificò:
«Sua Maestà mi conosce!».
Il signor von Trotta accostò di nuovo la sedia al tavolo e chiese: «E perché, mi scusi, sarebbe altrettanto superfluo servire la patria quanto fabbricare l’oro?».
«Perché la patria non c’è più».
«Non capisco!» disse il capitano distrettuale.
«Immaginavo che lei non mi capisse!» disse Chojnicki. «Noi tutti non siamo più vivi!».
Ci fu un gran silenzio. L’ultimo barlume del crepuscolo si era spento da un pezzo. Attraverso le sottili fessure delle persiane verdi già si sarebbero potute vedere due o tre stelle in cielo. All’assordante canto prolungato delle rane si era sostituito il verso notturno dei grilli dei campi, sommesso e metallico. Di quando in quando si udiva il secco richiamo del cuculo. Il capitano distrettuale, che l’alcool, la singolarità del posto e gli insoliti discorsi del conte avevano messo in uno stato d’animo del tutto nuovo, d’incantamento quasi, guardava di soppiatto suo figlio, unicamente per vedere una persona di completa fiducia. Ma neanche Carl Joseph gli pareva più di completa fiducia! Forse Chojnicki aveva detto giusto e loro tutti in realtà, non esistevano più: né la patria, né il capitano distrettuale e neppure il figlio! Con grande sforzo il signor von Trotta riuscì ancora a formulare una domanda: «Io non capisco! Come sarebbe a dire che la Monarchia non c’è più?».
«Naturalmente!» replicò Chojnicki. «In senso letterale esiste ancora. Abbiamo ancora un esercito» — il conte indicò il sottotenente — «e dei funzionari» — il conte indicò il capitano distrettuale. «Ma, ancora viva, essa si disgrega. Si dissolve, si è già dissolta. Un vecchio votato alla morte, messo in pericolo da un qualsiasi raffreddore, conserva l’antico trono solo per il miracolo che riesce ancora a sedercisi sopra. Per quanto, per quanto ancora? L’epoca non ci vuole più! Questa epoca vuole, in primo luogo, creare degli Stati nazionali indipendenti! La gente non crede più in Dio. La nuova religione è il nazionalismo. I popoli non vanno più nelle chiese. Vanno nei circoli nazionalisti. La Monarchia, la nostra Monarchia, è fondata sulla religiosità: sulla credenza che Dio abbia eletto gli Asburgo a regnare su tali e tanti popoli cristiani. Il nostro Imperatore è un fratello temporale del papa, è Sua Imperiale e Regia Maestà Apostolica, nessun altro è apostolico come lui, nessun’altra maestà in Europa dipende a tal punto dalla grazia di Dio e dalla fede dei popoli nella grazia di Dio. L’imperatore tedesco, se Dio l’abbandona, continua pur sempre a regnare; almeno, per grazia della nazione. L’imperatore dell’Austria-Ungheria non può essere abbandonato da Dio. Ora invece Dio lo ha abbandonato!».
Il capitano distrettuale si alzò. Mai e poi mai avrebbe creduto che esistesse al mondo una persona capace di dire che Dio aveva abbandonato l’Imperatore. Nondimeno gli parve, a lui che per tutta la sua vita aveva rimesso le faccende del Cielo al giudizio dei teologi e, per il resto, aveva ritenuto la chiesa, la messa, la cerimonia del Corpus Domini, il clero e il buon Dio, istituzioni della Monarchia, gli parve a un tratto che la frase del conte spiegasse tutto il turbamento da lui provato nelle ultime settimane e, in particolare, da quando era morto il vecchio Jacques. Sicuro, Dio aveva abbandonato il vecchio Imperatore! Il capitano distrettuale fece un paio di passi, sotto i suoi piedi cigolarono le vecchie tavole del pavimento. Si accostò alla finestra e attraverso le fessure delle persiane vide le sottili strisce turchine della notte. Tutti i fenomeni naturali e tutti gli avvenimenti della vita quotidiana assunsero a un tratto un significato minaccioso e incomprensibile. Incomprensibile era il coro sussurrante dei grilli, incomprensibile il tremolio delle stelle, incomprensibile il blu vellutato della notte, incomprensibile per il capitano distrettuale era il suo viaggio alla frontiera e la sua presenza in casa di quel conte. Tornò alla tavola, con la mano si lisciava un’ala delle fedine come faceva di solito quando era un po’ perplesso. Un po’ perplesso! Tanto perplesso come ora non era mai stato!
Dinanzi a lui c’era ancora un bicchiere pieno. Lo vuotò d’un fiato. «Allora lei crede,» disse «crede che noi...»
«Siamo perduti» completò Chojnicki. «Siamo perduti, lei e suo figlio e io. Noi siamo, dico, gli ultimi di un mondo in cui Dio elargisce ancora le sue grazie ai sovrani e i pazzi come me fabbricano l’oro. Ascolti! Guardi!» E Chojnicki si alzò, andò alla porta, girò un interruttore e nel grande lampadario sfavillarono le lampade. «Guardi!» disse Chojnicki. «Questa è l’epoca dell’elettricità, non dell’alchimia. Anche della chimica, capisce! Sa come si chiama la cosa del momento? Nitroglicerina!» Il conte pronunciò la parola sillabandola. «Nitroglicerina!» ripeté. «Non più l’oro! Nel palazzo di Francesco Giuseppe spesso si accendono ancora le candele! Comprende? Nitroglicerina ed elettricità ci manderanno allo sfacelo! Non ci manca più molto, ormai non ci manca più molto!».
Il fulgore che diffondevano le lampadine elettriche produceva sui cannelli di vetro, sopra gli scaffali alle pareti, tremuli riflessi verdi, rossi e azzurri, più o meno esili. Carl Joseph sedeva pallido e taciturno. Aveva bevuto per tutto il tempo. Il capitano distrettuale volse lo sguardo verso il figlio. Pensò al suo amico, il pittore Moser. E siccome anche lui, il vecchio signor von Trotta, aveva piuttosto bevuto, scorse come in uno specchio molto lontano la pallida immagine del figlio ubriaco sotto i verdi alberi del Volksgarten, con un cappello a cencio in testa e una grande cartella sotto il braccio: era come se il dono profetico del conte di vedere la storia futura si fosse trasmesso anche al capitano distrettuale e gli avesse dato la facoltà di conoscere il futuro del suo discendente. Semivuoti e tristi erano piatti, zuppiere, bottiglie e bicchieri. Magiche luci riverberavano i cannelli tutt’intorno alle pareti. Due vecchi servitori con le fedine, entrambi quasi identici all’imperatore Francesco Giuseppe e al capitano distrettuale, cominciarono a sgombrare la tavola. Di quando in quando il secco richiamo del cuculo cadeva come un martello sullo stridio dei grilli. Chojnicki sollevò in alto una bottiglia. «La nostrana,» — così chiamava l’acquavite — «deve proprio assaggiarla. Ce n’è solo un avanzo!». E bevvero l’ultimo avanzo della «nostrana».
Il signor von Trotta estrasse il suo orologio ma non riuscì a vedere bene la posizione delle lancette. Era come se rotassero talmente veloci sul cerchio bianco del quadrante da sembrare venti lancette al posto delle due normali. E al posto delle dodici cifre ce n’erano dodici volte dodici! Si addossavano le une alle altre come fanno soltanto le lineette dei minuti. Potevano essere le nove o di già mezzanotte.

«Le dieci!» disse Chojnicki.
I servitori con le fedine presero delicatamente gli ospiti per il braccio e li condussero fuori. Il calesse grande di Chojnicki era in attesa. Il cielo era molto vicino: come una cara, familiare, terrestre coppa di cristallo blu, esso posava, che pareva di poterlo afferrare con la mano, sulla terra. Il pilastro in pietra a destra del padiglione sembrava che lo toccasse. Le stelle erano spilli infilati da mani terrestri nel vicino cielo come bandierine su una carta geografica. Ogni tanto l’intera notte blu girava intorno al capitano distrettuale, dondolava piano e tornava ferma. Le rane gracidavano nelle paludi sterminate. C’era un odore umido di pioggia e d’erba. Alto sopra gli spettrali cavalli bianchi della carrozza nera si ergeva il cocchiere nel nero mantello. I cavalli nitrivano, e morbidi come zampe di gatto i loro zoccoli raspavano l’umido terreno sabbioso.
Il cocchiere fece schioccar la lingua e partirono.
Percorsero all’indietro la strada per cui erano venuti, piegarono nel largo, massicciato viale di betulle e raggiunsero i lampioni che annunciavano il «nuovo castello». I tronchi argentei delle betulle rilucevano ancor più dei lampioni. Le grosse ruote gommate del calesse giravano senza scosse e con un sordo brontolio sopra il pietrisco, si udiva solo il secco e veloce scalpitare dei cavalli bianchi. Il calesse era largo e comodo. Ci si stava affondati come in un canapè. Il sottotenente Trotta dormiva, seduto accanto al padre. Il suo viso pallido posava quasi riverso sullo schienale imbottito, attraverso il finestrino aperto lo carezzava il vento. Ogni tanto un lampione lo rischiarava. Allora Chojnicki, che sedeva di fronte ai suoi ospiti, vedeva le labbra esangui, semiaperte del giovane e il suo naso forte, prominente, ossuto. «Dorme bene!» disse al capitano distrettuale. Sembravano entrambi suoi padri. Il vento della notte restituì la lucidità al signor von Trotta, ma una indefinibile paura si annidava ancora nel suo cuore. Vedeva il mondo tramontare, ed era il suo mondo. Ben vivo gli sedeva di fronte Chojnicki, un uomo vitale secondo ogni apparenza, le cui ginocchia a volte urtavano persino lo stinco del signor von Trotta, e tuttavia un uomo inquietante. La vecchia rivoltella a tamburo, che il capitano distrettuale aveva preso con sé, gli pesava nella tasca posteriore dei pantaloni. Ma a che pro una rivoltella! Non si vedevano né orsi né lupi alla frontiera! Si vedeva soltanto il mondo che tramontava!