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Lampi di cultura

Russia, Nobili russi

Vita di nobili moscoviti 

da Serena Vitale, LA CASA DI GHIACCIO, VENTI PICCOLE STORIE RUSSE, Mondadori, Milano, 2000 

Discendente del boiaro Nascoka che nel quattordicesimo secolo fu alla corte di Simeon il Superbo, dai molti antenati illustri Pavel Voinovic Nascokin non ereditò i talenti marziali, l’arte del governo, la sagacia diplomatica. Neppure per gli studi aveva inclinazione, di modo che abbandonò il convitto nobiliare di Carskoe Selo prima di terminare i corsi. Intrapresa la carriera militare, servì senza gloria e senza infamia (“non ha partecipato a campagne, non ha subito punizioni, non è stato agli arresti”) nella Guardia: prima nel reggimento Ismajlovskji, poi in quello degli Chevalier Gardes, infine in quello dei Corazzieri. Andò in congedo nel novembre 1823, quando stava per compiere ventidue anni.
Grande estimatore di attrici, nutriva un’autentica venerazione per la Asenkova. Indossati abiti femminili, si fece assumere come domestica e servì il suo idolo per quasi un mese – fino a quando l’inganno non venne scoperto. Con uno scialle di cachemire corruppe un’autentica fantesca per avere il mozzicone della candela alla cui luce Aleksandra Egorovna aveva studiato la sua parte più riuscita. Lo custodì a lungo e gelosamente in una speciale teca d’argento; un giorno lo regalò a un altro forsennato théatral che lo supplicava di mostrargli la reliquia: il dono era la sua seconda natura. Per terza aveva l’ospitalità; abitava con la madre, Kleopatra Petrovna, ma affittava il piano nobile di un palazzo sul fiume Fontanka per gli amici – una legione di nottambuli che da Pavel Voinovic potevano trovare asilo a qualsiasi ora, soli o in compagnia, anche di sconosciuti. Per tutti la servitù preparava lenzuola e piumini su divani, tappeti; le coppie avevano invece diritto alle camere da letto, ed appartati studioli. Arrivando insieme ai primi chiarori dell’alba, Nascokin chiedeva a Girino, il maggiordomo nano: “Quanti, stanotte?” – sempre quaranta, cinquanta, anche più, e lui ne era felice. Unico obbligo, per gli ospiti, era comparire l’indomani alla mensa del padrone di casa. E la colazione diventava pranzo, e si banchettava per ore, e Pavel Voinovic continuava a saltar su dalla sedia per spronare i domestici: “Dai, non vedi che hanno preso poco, riporta il vassoio, qui muoiono di fame!”. Il suo giorno onomastico veniva celebrato con memorabili agapi dopo le quali una turba festante trascinava in strada Girino e lo issava sulla vettura del padrone, dove già avevano preso posto alcune dame vistosamente abbigliate e imbellettate. Con grappoli di corazzieri e cavalieri della Guardia a cassetta, sui predellini, sull’imperiale, l’elegante carrozza viennese sfrecciava per la prospettiva Nevskij assordandola con canti e grida gioiose: “È il 29 giugno” commentavano i pietroburghesi con un sorriso. Tutti conoscevano Nascokin, tutti gli volevano bene: “amava vivere e dar da vivere agli altri”. Prestava denaro al primo venuto, non teneva mai il conto dei crediti. Mecenate di attori e musicisti, aiutava i giovani pittori in bolletta commissionando ritratti (suoi, della servitù, dei cani, dei cavalli) che regalava agli innumerevoli amici, che appendeva, a decine, nella casa sulla Fontanka.
Nel 1828, quando già da alcuni anni viveva a Mosca, Nascokin si invaghì di Ol’ga Soldatova, cantante nel rinomato coro zigano di Il’ja Sokolov. A lungo la donna gli preferì un più ricco ammiratore. Pavel Voinovic aspettò fiducioso che la sorte gli sorridesse dai tavoli verdi del Club Inglese; finalmente vinse quanto gli occorreva per riscattare dal coro la bella Ol’ga e la portò a vivere con sé. Soltanto nella camera da letto i due erano soli: giorno e notte il loro nido pullulava di zingari e lions, musicisti e spie della Terza Sezione, mercanti e scrittori, ufficiali della Guardia e usurai, imbroglioni, contafrottole, tipi strampalati d’ogni specie. Tra questi ultimi spiccava il principe Fëdor Gagarin, soprannominato Tête de mort a causa della sua magrezza, l’ardito che per scommessa nel 1812 superò le linee francesi e riuscì a consegnare nelle mani di Napoleone due funt di tè.
Durante i suoi soggiorni moscoviti Puskin si fermava sempre nella chiassosa e affollata casa di Nascokin, in via Sadovaja. Lo conosceva fin dall’adolescenza e aveva carissima la sua amicizia; ne ammirava la natura larga e generosa, l’eleganza spirituale che riusciva a serbare nelle compagnie più ambigue e nelle situazioni più estreme, teneva in gran conto i suoi giudizi su persone, cose, libri. Ascoltava per ore i vividi racconti di “Voinyc”, soprattutto i ricordi di infanzia, lo esortava a mettere sulla carta i suoi mémoires. Invano: la pigrizia, l’altro volto della sollecitudine con cui Nascokin si prodigava per il prossimo, lo stava lentamente condannando a un’opaca routine di gozzoviglie e “tempeste zigane”. Egli stesso se ne lamentava: “Non ho il tempo per scrivere, né per leggere, sento dire soltanto: buongiorno, passami la pipa, vorrei del tè. Addio lo sento molto di rado, perché di nuovo si fermano a dormire qui da me e al mattino se ne vanno senza salutare…”. In tono scherzoso, ma con insistenza, Puskin spingeva l’amico a dare alla propria vita uno scossone, a lasciare l’amante, una donna avida, capricciosa, passionale fino all’isteria. Da lei Nascokin aveva avuto due figli; trovava il piccolo Pavel così somigliante al poliziotto di quartiere che gli aveva fatto confezionare una divisa identica a quella della guardia, tricorno compreso.
“In preda alle passioni” scriveva Puskin a Nascokin “sei capace di fare cose che da sobrio non oseresti neanche pensare, come quella volta che ubriaco attraversasti a nuoto il fiume pur non sapendo nuotare… Dai, togliti la camicia, fatti il segno della croce e plaf!, tuffati – io e il principe Gagarin ti seguiremo in barca…”. Finalmente Nascokin si tuffò: il 2 gennaio 1834 celebrò in gran segreto, nel villaggio di Voskresenskoe, le nozze con la donna “dolcissima e buonissima” che amava da oltre un anno, Vera Aleksandrovna Narskaja, figlia illegittima di un suo cugino in terzo grado, sorellastra di quel Pëtr Aleksandrovic Nascokin che anni prima aveva tenuto scapestrato bordone a Tolstoj l’Americano. Per alcuni mesi “Voinyc” visse a Tula, aspettando che si placassero i furori della zingara abbandonata (le aveva lasciato la casa, un sostanzioso capitale); in novembre tornò a Mosca con la moglie e si stabilì in un elegante palazzetto nei pressi della chiesa del Vecchio Pimen.
Già all’epoca del matrimonio non era più un uomo ricco. Aveva dovuto vendere la tenuta nel distretto di Rostov, ultimo avanzo dell’eredità paterna, le preziose collezioni – quadri, monete, medaglie, porcellane, bronzi, armi, carrozze, turchesi, la sua pietra talismano – raccolte in quindici anni. Ma non si scoraggiava, non si dava pena. Nessuno lo vide mai triste o inquieto; contava su quel generoso dio privato che si manifestava sempre nei momenti bui: una vincita al gioco, l’imprevisto lascito di lontani parenti, la restituzione di un prestito ormai dimenticato. Continuava a frequentare il Club Inglese, dove una sera giocava cinque rubli a boston e un’altra diecimila a faraone, continuava a proteggere artisti in difficoltà, a dare a tutti almeno una delle sue mani bucate. Per qualche tempo finanziò un sedicente medico ebreo cui mancava soltanto il licopodio – così andava raccontando, e Nascokin era l’unico a credergli – per trasformare i metalli in oro e l’oro in rubini e smeraldi; era già pronto ad accompagnarlo in Asia alla ricerca della prodigiosa pianta quando la polizia acciuffò e spedì in Siberia il falso esculapio, accusato di numerose truffe.
Fortuna dimenticava per periodi sempre più lunghi il suo spensierato e incosciente pupillo. Nascokin dovette trasferirsi in una vecchia costruzione di legno alla periferia di Mosca, vicino a Campo delle Vergini. Talvolta in casa non c’era una sola copeca, il tè veniva servito senza zucchero, nelle stufe ardevano, fatti a pezzi, costosi arredi di mogano: “un altro si sarebbe impiccato o bruciato le cervella”, lui invece manteneva il suo umore lieto e sereno. Ricorreva sempre più spesso al sussidio (cinque rubli per gli ufficiali, dieci per i gradi superiori) che il colonnello K., ricchissimo filantropo, dava a militari in congedo e in cattive acque. Un giorno Pavel Voinovic consegnò al cuoco – bisognava pur sfamare l’ormai numerosa famiglia – ciò che aveva di più sacro al mondo: una delle tre banconote da venticinque rubli ritrovate nel portafogli di Puskin dopo la morte in duello. Maledisse di cuore “le circostanze, nostre tiranne”, versò qualche lacrima davanti al busto di marmo dell’amico, chiese perdono alla sua diletta ombra. Sollecitato da Gogol’, nel 1842 il milionario Bernadaki gli offrì un posto di precettore per il figlio: benché non avesse mai imparato a scrivere correttamente in russo, Nascokin era uomo coltissimo e di raffinate letture; “quando tutta la Russia si entusiasmava ai romanzi di Marlinskij, lui rideva dello stile lambiccato e leggeva Balzac estasiandosi”. Pavel Voinovic rifiutò l’offerta con divertito stupore, neanche gli avessero proposto di andare a caccia di locuste o sulla luna. Scrisse invece allo scrittore e accademico Pogodin chiedendogli in prestito dieci, anche solo cinquemila rubli; gli offriva in pegno (“come me, voi avete famiglia e dunque il diritto di tutelarvi”) la “casetta”, unico suo bene quasi immobile scampato alla rovina: gli era costata quarantaquattromila rubli, e alcuni anni prima, trovandosi già in ristrettezze, non aveva avuto cuore di venderla all’imperatrice Aleksandra Fëdorovna.
Aveva cominciato a costruirla – a farne costruire i pezzi, alcuni anche all’estero, disegnandone egli stesso i modelli, seguendo con cura meticolosa la loro realizzazione – intorno al 1830. Nel 1831 Puskin informava la moglie da Mosca: “Ha ordinato un pitale in cui potrà fare i suoi bisogni giusto una cantaride”, e nel 1836: “È ormai finita e perfetta: mancano solo omini in carne e ossa”.
In un parallelepipedo di mogano (tre arsin e mezzo per due e mezzo, vetri a specchio scorrevoli sui due lati più lunghi) era stata riprodotta, in miniatura, una casa nobiliare. Al primo piano un grande salone, al pianterreno, affacciati sul corridoio, office, sala da pranzo, salotto, studio, camera da letto, boudoir, nursery, la “stanza del biliardo”, la “stanza di Puskin”; pavimenti di legno nobile lavorato a intarsio, pareti di marmo, qua e là rivestito di raso e damasco. I sotterranei ospitavano le cucine, i locali della servitù, la lavanderia, le dispense, la cantina dove “in cassette aperte stavano ogni sorta di pregiati vini stranieri”.
Nel salone stucchi dorati in forma di amorini e ghirlande, lampadari di bronzo dorato a fiamma, e poi divani, divanetti, poltrone, sedie di mogano dalle morbide forme, altre di legno chiaro con sedili di paglia intrecciata, i fori dell’intreccio grandi quanto capocchie di spillo; anche étagère, consolle e specchiere erano dei fratelli Hambs, rinomati ebanisti pietroburghesi. Il “millepiedi”, un tavolo allungabile, con venti gambine, poteva essere imbandito per sessanta ospiti: piatti di porcellana bianca bordata di oro zecchino della manifattura Popov, posate d’argento cesellato con marchio di fabbrica e titolo, flûte e bicchieri di cristallo boemo, diafane tazzine grandi come ditali. In un angolo un pianoforte a coda Fischer alto poco meno di una spanna; aiutandosi con ferri da calza, Vera Nascokina riusciva a trarre compiute melodie dalla tastiera di sette ottave e mezza. Per i fumatori pipe di schiuma dal bocchino d’ambra, per i giocatori tavoli ricoperti di panno verde; su minuscole lavagne si poteva segnare il punteggio con gessetti infilati in microscopiche custodie di passamaneria, cancellarlo con spazzoline di velluto. Chi avesse avuto una vista portentosa sarebbe riuscito a distinguere i disegni e i motivi ornamentali degli arazzi, le perline sui cuscini, i titoli dei libri, le firme sui quadri – fedelissime riproduzioni della ricca collezione appartenuta un tempo a Nascokin: allievi di Rembrandt, maestri russi, ritratti del padrone di casa e dei suoi famigliari. Gli appassionati di biliardo avevano a disposizione un tavolo costruito a Parigi, stecche, portastecche in legno e avorio; di avorio scolpito erano anche le numerose scacchiere, gli scacchi. Nello studio, tra l’altro, le copie esatte delle pantofole, della tuba di felpa e degli occhiali da miope di Nascokin, un paio di stivali di cuoio con speroni d’argento, un bauletto da viaggio con due pistole dell’armaiolo Huberty di Liegi – caso mai al lillipuziano padrone di casa fosse capitato di battersi in duello o di affrontare i briganti mentre si spostava da un capo all’altro della vasta Russia. Nella camera da letto un paravento di mogano a due ante alto dieci versok; sotto l’arabescato traforo della cornice nere silhouette di cavalieri, contadini, ballerine, tamburini, cavalli, orsi, cervi, oche, più sotto scene di caccia in tenui tinte pastello. Nell’office non mancavano il pressatovaglioli e un apparecchietto per rompere i pani di zucchero; dalle credenze si potevano estrarre le infinitesime assi d’appoggio su cui tagliare il pane; ogni cassettino si apriva, rivelando utili oggettini: schiaccianoci, cavaturaccioli, spremiagrumi, arricciaburro, tagliatartufi, pinze per spegnere i lucignoli… In cucina un trionfo di pentole, padelle, teglie, casseruole, pesciere, tutte di rame, e ancora leccarde, taglieri, lunette, setacci, mortai, macinini; si potevano anche tostare i chicchi di caffè in uno speciale tegame. E tutti quei minuzzoli – fino alle chiavi, grandi come l’unghia di un mignolo, con cui si potevano aprire e chiudere tutte le porte, fino ai ganci che permettevano di abbassare e sollevare le lampade, fino ai saliscendi, ai fornelli, ai caminetti, ai caricapistole – “svolgevano perfettamente la loro funzione”; la casetta era viva, “vera… una magia, non un giocattolo”. Tra le sue pareti di tanto in tanto Pavel Voinovic organizzava feste e pranzi di gala per la gioia dei visitatori: “Ha dato un banchetto; in tavola è stato servito un topolino in salsa di panna acida e rafano”.
Nella seconda metà degli anni Quaranta Nascokin impegnò la casetta dal notaio Pirogov; ne ricevette seimila rubli che si dileguarono rapidamente. In qualche modo riuscì a tirare avanti. Consacrava le sue serate a una nuova passione: faceva muovere bicchieri e oscillare tavolini “con la forza magnetica”, metteva sulla carta i versi che Puskin gli dettava dall’aldilà. Una notte sognò l’amico: strisciavano tutti e due su un pavimento cosparso di gigantesche carte da gioco e Puskin gli indicava con insistenza un re. Ricomparso al Club Inglese, Nascokin puntò sul re per tre sere di seguito, ogni sera raddoppiando la posta, il denaro che era riuscito ad ottenere in prestito offrendo come garanzia il nome del poeta: un giocatore come lui, aveva detto, non poteva sbagliare. Perse tutto.
Gli dei trovarono di pessimo gusto che Nascokin morisse in povertà: nel 1852 passò prematuramente a miglior vita la sorella, una ricca proprietaria terriera che gli lasciò tutte le sue sostanze. Pavel Voinovic si trasferì allora in una lussuosa casa di via Pljuscicha. Lì, prima di poter riscattare la maisonnette, il 6 novembre 1854 smise per sempre di sperperare denaro, bontà, letizia: era durata cinquantatré anni e almeno quindici cospicui patrimoni la sua vita lieve e luminosa, mai offuscata dall’ombra di un lavoro.
Il notaio Pirogov vendette la casetta all’antiquario Volkov per seimila rubli. Gli eredi di Volkov la donarono, priva delle pareti e di alcuni arredi, a un ospizio. Il direttore dell’ospizio batté all’asta le miniature di maggior valore per soccorrere i vecchi più indigenti. Un commerciante di oggetti antichi comprò dall’ospizio ciò che restava della casetta, ritrovò alcuni pezzi dispersi. Da lui alla fine del secolo acquistò la collezione il proprietario del negozio Antiquités di Kiev. Il pittore Goljaskin la ritrovò nell’umido deposito sotterraneo di un rigattiere, ne curò il restauro, la espose all’Accademia delle Scienze, quindi la vendette all’antiquario moscovita Kogan. Nel 1918 anche il negozio di Kogan venne nazionalizzato, e le vestigia della casetta di Nascokin divennero proprietà statale
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