Lampi di cultura

Russia, San Pietroburgo, Una manifestazione

Una manifestazione a San Pietroburgo 

da Boris Pasternak, Il Dottor Zivago, Feltrinelli 

... Era un'asciutta giornata di gelo del principio di novembre, con un cielo calmo, d'un grigio plumbeo: radi fiocchi di neve, da poterli contare, volteggiavano a lungo ed evasivamente prima di toccare il suolo e d'annidarsi poi, polvere grigia e lanuginosa, nelle buche della strada.
Il popolo si riversava nella via. Una vera fiumana. Visi, visi e visi, paltò d'inverno imbottiti d'ovatta e berretti di pelo d'agnello, vecchi, studentesse e bambini, studenti dell'istituto ferroviario in uniforme, operai del parco tranviario e della centrale telefonica in stivali piú alti dei ginocchio e giubbe di cuoio, ginnasiali e studenti universitari.
Per un certo tempo cantarono la Varsavjanka, e Voi, caduti come vittime e la Marsigliese, ma, d'un tratto, l'uomo che in testa al corteo camminava all'indietro e dirigeva il coro agitando una kubanka stretta in pugno, se la cacciò in testa cessando d'intonare il canto e, volta la schiena al corteo, si mise ad ascoltare ciò che dicevano gli organizzatori che gli camminavano a fianco. Il canto allora si frastagliò, s'interruppe e si udí solo il passo frusciante dell'immensa folla sul selciato gelato.
Qualche simpatizzante aveva avvertito gli organizzatori del corteo che piú in là i cosacchi aspettavano i dimostranti. Nella vicina farmacia, per telefono avevano avvertito dell'irnboscata.
'Ebbene,' dicevano gli organizzatori, 'la cosa principale è il sangue freddo e non perdere la testa. Bisogna occupare subito il primo edificio pubblico che incontriamo sulla strada, comunicare alla gente il pericolo che ci minaccia e disperderci alla spicciolata.'
Discussero quale fosse il luogo piú adatto da occupare. Alcuni proponevano la Società degli agenti di commercio, altri l'Istituto tecnico superiore, altri ancora l'Istituto corrispondenti stranieri.
Mentre ancora si discuteva, si profilò l'angolo di un edificio statale.
Anche questo era una scuola e come rifugio poteva servire non peggio degli altri.
Quando vi giunsero, i capi salirono sul poggiolo semicircolare dell'ingresso e a gesti fermarono la testa dei corteo. Le porte a piú battenti dell'entrata si aprirono e l'intero corteo cominciò a riversarsi nel vestibolo, pelliccia dopo pelliccia, berretto dopo berretto, e a salire la scalinata.
'Nell'aula magna, nell'aula magna!' gridavano dal fondo voci isolate, ma la massa continuava a irrompere, dilagando per i corridoi e le classi.
Quando infine si riuscí a richiamarla e tutti furono sistemati a sedere, i dirigenti tentarono a piú riprese di dar notizia dell'imboscata che li attendeva piú avanti. Ma nessuno stava a sentire. La sosta in quel luogo chiuso era stata intesa come un invito a un comizio improvvisato, cui fu dato subito inizio.
Dopo la lunga marcia e i canti, tutti avevano voglia di restare per un po' seduti in silenzio; e che adesso qualcun altro si sfiatasse e si sgolasse per loro. Tutti presi dal piacere dei riposo, rimanevano indifferenti alle insignificanti divergenze di coloro che parlavano e che erano quasi in tutto solidali gli uni con gli altri.
Perciò il maggior successo arrise all'oratore meno felice, che non stancò l'uditorio richiedendo attenzione. Ogni sua parola fu sottolineata da un ruggito di consenso e nessuno si lamentò che il discorso fosse soffocato dal baccano delle approvazioni. Si affrettavano per impazienza a essere d'accordo con lui, gridavano 'vergogna', fecero un telegramma di protesta, poi, a un tratto, annoiati dalla sua voce monotona, si alzarono tutti insieme e dimenticandolo completamente, berretto dopo berretto, fila dopo fila, discesero in folla la scalinata e si riversarono in strada. La dimostrazione continuava.
Durante il comizio, aveva cgrninciato a nevicare. li selciato era bianco e la neve cadeva sempre piú fitta.
Quando i dragoni li caricarono, nelle ultime file da principio non se ne ebbe sentore. Poi, all'improvviso, in cima al corteo si levò un clarnore crescente, come quando una folla grida 'urrà'. Urla di 'aiuto' e 'assassini' e molte altre si fusero indistintamente. Quasi nello stesso istante, sull'onda di quel frastuono, nello stretto varco apertosi tra la folla che scartava ai lati, passarono irruenti e silenziosi i musi e le criniere dei cavalli e i cavalieri con le sciabole mulinanti.
Il plotone passò al galoppo, fece dietrofront, si riordinò e ripiombò alle spalle dei corteo. E il massacro cominciò.
Dopo pochi minuti la via era quasi deserta. La gente correva sperdendosi nei vicoli. Aveva quasi smesso di nevicare. La sera era nitida come un disegno a carboncino. A un tratto il sole, che tramontava là, oltre le case, apparve dietro una cantonata e sembrò additare tutto quello che di rosso era nella strada: i berretti scarlatti dei dragoni, il panno di una, bandiera rossa abbattuta, e le tracce di sangue che si allungavano sulla neve in rivol i e gocce rossastre.
Sull'orio dei selciato strisciava, appoggiandosi sulle braccia e gemendo un uomo col cranio spaccato. Più avanti avanzavano alcuni dragoni, che tornavano indietro, dopo avere dato la caccia ai manifestanti fino in fondo alla strada…