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Lampi di cultura

Uzbekistan, Samarcanda, Favole

Il re stupido

Una volta, tanto tempo fa, a un povero che viveva in un villaggio crollò la casa. Pensò di costruirsene una nuova. In qualche modo raccolse un po’ di soldi e riuscì a costruire i muri. Ma per il tetto non rimase nulla. Così chiamò un artigiano suo conoscente a cui chiese di mettere provvisoriamente, al posto del tetto, una copertura fatta di stuoie di giunco.
“Quando sarò più ricco, ci metterò un tetto vero” disse il povero. L’altro lo accontentò. Così il povero visse in una casa non finita. Tutto questo fu osservato da un ladro che viveva lì vicino: costui decise di andare dal povero e rubargli tutto quel che si poteva. Salì sul tetto, ma le canne erano sottili, non ressero al suo peso, sicché cadde di sotto. Il povero cercò di catturarlo, ma il ladro scappò.
Quel ladro si arrabbiò molto e la mattina dopo andò dal re a protestare. Disse: “O grande e saggio sovrano, questa notte volevo rubare in una certa casa, ma là al posto del tetto c’erano delle canne, sicché sono caduto e per poco non mi son rotto l’osso del collo. Ti prego, punisci il proprietario di quella casa”.
Il re mandò a chiamare il povero e gli chiese: “È vero o no che quest’uomo è caduto dal tetto della tua casa?”.
“È vero” rispose quello.
“In tal caso darò l’ordine di impiccarti” disse il re.
“E per quale motivo, grande sovrano? È forse colpa mia? Semmai è colpa di quell’artigiano che ha fatto male il tetto” replicò. Il re comandò che fosse fatto venire l’artigiano e immediatamente impiccato. Costui protestò: “Per quale motivo impiccarmi? La colpa è di quello che ha intrecciato le canne. Se fossero state più solide e forti, non sarebbe successo nulla. O gran sovrano, non è me che bisogna impiccare, ma quel cattivo artigiano”.
“Giusto, giusto” fece il re e lo lasciò libero. Così mandò a chiamare l’intrecciatore di canne, a cui disse: “Adesso ti farò impiccare. Perché fai degli intrecci di canna così fragili che non ci si può passare sopra? Per colpa tua un uomo quasi si rompeva l’osso del collo”.
“Non è colpa mia, grande e saggio sovrano” si giustificò quello. “Le mie canne le intrecciavo sempre belle solide; ma in quel caso è successo che ero distratto perché guardavo il mio vicino che addestrava le colombe, e così il mio lavoro è riuscito male. Bisognerebbe impiccare non me, ma il mio vicino. Perché mai ha la mania di addestrare le colombe?”
“Vero anche questo” fece il re. “Fai venire qui il tuo vicino”.
“Adesso ti impiccheremo” gli disse. “Sai quanti problemi abbiamo avuto per colpa tua? Che ti è venuto in mente di metterti ad addestrare le colombe?”
“Sovrano grande e saggio” cominciò quello. “Mi puoi impiccare, se vuoi; ma prima pensaci un po’: è davvero così grande la mia colpa? E a che serve impiccarmi? Non sarebbe più giusto impiccare quel ladro che voleva entrare nottetempo in casa degli altri. Questo sì che sarebbe giusto!”
“Be’, in effetti ha proprio ragione” disse il re. “È il ladro che ha colpa di tutto. Sia dato immediatamente ordine di condurlo qui da me. Dove sarà ora quel farabutto?”
Lo cercarono in lungo e in largo, finalmente lo trovarono e lo portarono dal re. Il ladro capì che per lui si stava mettendo male.
“Così, sei tu quello che è entrato di notte in casa altrui per rubare?” chiese il re.
“Sì, Maestà, ero proprio io” rispose il ladro.
“Certo, capisco bene, Maestà. Impiccatemi, impiccatemi pure subito” disse il ladro.
Il sovrano si meravigliò: “Subito! Subito! Cos’è tutta questa fretta di morire?” chiese.
“È proprio così, grande sovrano. Infatti mi hanno detto che nel paradiso è appena morto il re e prima di morire, ha detto: ‘Il primo che muore oggi ed entra in paradiso, fatelo mio successore!’. È per questo che ho tutta questa fretta. Appena sarò giustiziato andrò dritto in paradiso e diventerò re prima che qualcun altro mi rubi il posto. È per questo che vi supplico di impiccarmi al più presto.”
Il re fu preso dall’invidia e si mise a pensare: “Io sono re ma solo sulla terra; questo ladro invece diventerà re di tutto il paradiso! No, non lo permetterò, quel posto spetta a me!”. Così strillò ai carnefici che erano al suo servizio: “Impiccate me, non quel ladro!”.
Essi non potevano non obbedire agli ordini del re, gli misero il cappio attorno al collo e lo impiccarono.
Ecco la fine della nostra storia.

tratto da Orazgozel Machaeva e Maurizio Pistoso (a cura di), Fiabe di Samarcanda, Arcana Editrice, Milano, 1994