Lampi di cultura

Arte delle steppe, Scoperta

L’arte animalistica nelle steppe: la scoperta

da Grigore Arbore Popescu - Chiara Silvi Antonini - Karl Baipakov (a cura di),  L’UOMO D’ORO. LA CULTURA DELLE STEPPE DEL KAZAKHSTAN DALL’ETÀ DEL BRONZO ALLE GRANDI MIGRAZIONI, Milano, Electa, 1998

  

Quando, nell’ottobre del 1715, Nikita Demidov si presentò alla corte di Pietro il Grande, zar di tutte le Russie, per rendergli omaggio e offrire munifici doni alla zarina Caterina che aveva partorito un figlio, grande fu la meraviglia degli astanti: il dono portato da Demidov, figlio di un fabbro servo della gleba arricchitosi con lo sfruttamento delle miniere degli Urali, consisteva infatti di 100.000 rubli e una certa quantità di oggetti in oro provenienti dalla Siberia. Dapprima fu probabilmente lo sfavillio dell’oro ad attrarre l’attenzione dei presenti, ma subito dopo essi si resero conto di avere sotto gli occhi una raccolta di opere d’arte del tutto originale. Si trattava infatti di placche, sulle quali erano rappresentati animali di diverse specie, isolati o con i corpi contorti e intrecciati in combattimento. Pietro era presente alla scena e non tardò ad accorgersi del valore del dono. Dette quindi ordine di portare il “tesoro” testé acquisito nella Kunstkamera, il museo da lui fondato per conservare tutti i monstra che venivano trovati entro i confini del suo impero – fossero essi feti umani con aberranti anomalie od oggetti fuori del comune – ed emanò un editto con il quale obbligava il governatore della Siberia non solo a raccogliere tutti gli oggetti di questo tipo della cui esistenza fosse venuto a conoscenza, ma anche di proteggere i monumenti della regione che custodivano tali tesori. Ben presto arrivarono alla corte di San Pietroburgo molte altre placche, raccolte dal governatore Gagarin e si formò quello che oggi conosciamo come “il tesoro di Pietro il Grande”, conservato al Museo dell’Ermitage. Negli stessi anni, lo studioso olandese Nikolas Cornelius Witsen si faceva mandare dai suoi amici siberiani altri pezzi d’oro, andati in seguito dispersi, ma di cui restano ottime stampe nel testo da lui pubblicato nel 1785.

A partire dunque dal XVIII secolo, l’arte delle steppe euroasiatiche cominciò ad essere conosciuta e apprezzata in Europa. Ci si chiedeva chi fossero i suoi creatori, di quale società fosse espressione, quale fosse il “messaggio” che voleva trasmettere. Al primo quesito fu facile rispondere: si trattava delle popolazioni che nomadizzavano quel territorio vastissimo, compreso tra la Cina e il mar Nero, conosciuto con il termine generico di “Sciti” (quelle a occidente), e “Saka” (quelle a oriente), di cui si aveva notizie dalle fonti – Erodoto, iscrizioni achemenidi, annali cinesi – e la cui presenza era testimoniata dai numerosissimi tumuli funerari di varie grandezze disseminanti nelle steppe asiatiche e pontiche. I reperti che, fortuitamente o attraverso scavi regolari, erano stati raccolti, appartenevano normalmente a tre categorie di materiali (la “triade scitica”): oggetti eseguiti in stile animalistico, bardature, armi.

In questo quadro generale si possono di volta in volta individuare particolarità connesse al fatto che alla “cultura scitica” appartenevano gruppi etnici differenziati, che abitarono regioni diverse in periodi diversi, gruppi cioè che presentavano un’indubbia omogeneità culturale ma non un’unità etnica. L’eccezionalità del fenomeno stava proprio nell’omogeneità culturale, estesa nello spazio e nel tempo.