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Arte delle Steppe, Definizione Arte Animalistica

L’arte animalistica nelle steppe: definizione

da Grigore Arbore Popescu - Chiara Silvi Antonini - Karl Baipakov (a cura di),  

L’UOMO D’ORO. LA CULTURA DELLE STEPPE DEL KAZAKHSTAN DALL’ETÀ DEL BRONZO ALLE GRANDI MIGRAZIONI, Milano, Electa, 1998

  

Per “stile animalistico” invece si intende un particolare modo di rappresentare gli animali: un modo dove predomini il dinamismo, la tensione interna, lo slancio. La località dove esso compare per la prima volta è il kurgan di Arzan (VIII secolo a.C.), nella regione di Tuva. Questo monumento, portato alla luce da Grjaznov negli anni Settanta, ha restituito un ricco corredo: pelli di zibellino, grani di collana, oggetti di bronzo e d’oro, ossa di montone e vertebre caudali di cavallo: infine morsi e armi con impugnatura a forma di animale. Lo stile animalistico è egregiamente rappresentato da tre piccole teste di cavallo e da una splendida placca di bronzo formata da una tigre arrotolata.

Se la cultura di Karasuk, a nostro avviso, è un punto nodale nell’evoluzione dell’arte delle steppe, spetta a quella di Tagar il compito di far compiere allo stile animalistico un deciso passo avanti. Già nel primo periodo (VII-VI secolo a.C.) vi compaiono infatti, accanto ai coltelli con animale stante o con testa di animale simili a quelli di Karasuk, coltelli con animali affrontati o a cerchio che denunciano una creatività più spigliata. E il fenomeno si accentuerà nei periodi successivi. Contemporanei a Tagar I sono alcuni sepolcreti del Kazakhstan e del Semirec’e: quelli di Tasmola e Nurmanbet, ma soprattutto quello di Cilikty nel Kazakhstan orientale. Le placche e le fibbie ritrovate nel kurgan 5 sono esemplari di altissimo livello: i cervi vengono rappresentati con le gambe piegate sotto al corpo, il quale è segnato da solchi che ne evidenziano la tensione muscolare, il muso proteso in avanti, l’orecchio e le corna ramificate portate all’indietro, quasi spinte dal vento; le pantere sono arrotolate a formare un cerchio, degli uccelli (aquile) non viene rappresentato il corpo e tutta la potenza dell’animale è concentrata nella grande testa grifagna con becco ricurvo. Pietre dure aggiungono una nota cromatica che aumenta la vivacità dei manufatti.

Nel V secolo lo stile animalistico raggiunge l’acme nei corredi dei kurgani dell’Altai e del Kazakhstan. Tra i primi ricordiamo la necropoli di Pazyryk, dove sono state trovate cinque tombe principesche (e altre minori) in cui erano sepolti uomini, donne e cavalli. Anche in questo caso si tratta di ritrovamenti eccezionali, perché le sepolture erano state conservate dal ghiaccio e, salvo il depauperamento dovuto a saccheggi avvenuti fin dall’antichità, hanno restituito oggetti che usualmente vanno perduti: legni intagliati, tappeti di feltro e, soprattutto, corpi di uomini e di cavalli. I cavalli erano disposti sul lato nord e conservavano le loro bardature, i morsi, le gualdrappe e persino, a Pazyryk I, l’ornamento del capo a forma di corna ramificate che gli studiosi hanno interpretato come corna di cervo o di renna. Il cavallo dunque si conferma l’amico del nomade per eccellenza, che non lo abbandona neppure dopo la morte, viene sacrificato in suo onore, si assume il compito di traghettarlo nel mondo dell’al di là. Non bisogna poi dimenticare la sua valenza simbolica nella mitologia, sia occidentale che orientale. L’immagine del cavallo, nella poesia come nell’arte figurativa, è legata al dio del sole: Apollo nella mitologia classica, Mithra in quella iranica, Goitosyros presso gli Sciti del Ponto. Erodoto (I, 216) e Strabone (IX, 513) parlano del sacrificio del cavallo che i Massageti offrivano al dio del sole; più tardi, Tacito (VI, 37) e Filostrato – nella sua Vita di Apollonio di Tiana – attribuiscono ai Parti la stessa usanza. Nell’arte scitica compare spesso anche l’immagine del cavallo alato che richiama semanticamente quella del Pegaso del mondo greco, ma anche l’associazione cavallo-uccello che appartiene a tutto il mondo indo-iranico. Gli uccelli solari sono l’aquila e il cigno. Anche il cervo – così spesso rappresentato nella postura del “galoppo volante”, cioè con le gambe piegate, il corpo proteso in avanti e la testa rivolta all’indietro – è stato associato da alcuni studiosi (Kuz’mina 1984) al culto solare.