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Asia Centrale, Sciamanesimo e Riti funerari

Arte animalistica delle steppe: sciamanesimo e riti funerari.  

da Grigore Arbore Popescu - Chiara Silvi Antonini - Karl Baipakov (a cura di),  

L’UOMO D’ORO. LA CULTURA DELLE STEPPE DEL KAZAKHSTAN DALL’ETÀ DEL BRONZO ALLE GRANDI MIGRAZIONI, Milano, Electa, 1998 

Di sciamanesimo si è in effetti molto parlato a proposito delle culture della Siberia meridionale e si è creduto di trovarne testimonianza nelle figure umane con corna o maschere fantastiche, ma si ha il sospetto che l’origine di questa credenza sia fondata su dati etnografici o su una realtà che appartiene alla storia più recente. La Jacobson (1993, pp. 45-46) afferma addirittura che lo sciamanesimo “è stato eretto a barriera tra “noi” e “loro”, un segno di unione tra gli uomini e il mondo della natura che può essere conosciuto solo da società primitive”. È vero tuttavia che già Erodoto parlava di strani riti che consistevano nel bruciare semi di canapa (sostanza inebriante) in un bacino con pietre roventi sotto un tenda chiusa ermeticamente, con lo scopo di purificarsi. O forse, secondo altre interpretazioni, di permettere a un eventuale sciamano di raggiungere l’anima nell’al di là. Una credenza nell’al di là è certamente ipotizzabile presso gli Sciti ed è desumibile dalle fonti archeologiche e letterarie. I morti rinvenuti nelle tombe principesche hanno subito la trapanazione del cranio, sono stati imbalsamati con erbe aromatiche e sono accompagnati da cavalli e da cibi, viatico per il loro viaggio verso il mondo dei morti. Hartog (1980, pp. 157-166) mette giustamente in risalto la differenza tra la “morte” greca e quella scita. In Grecia la memoria del morto è affidata alla parola, quello che conta è il discorso funebre che esalta la bellezza, il valore, la giovinezza dell’eroe scomparso. Presso gli Sciti il cordoglio funebre si esprime invece attraverso la mutilazione, che lascia sui corpi il segno del dolore. È il corpo che parla: quello dei membri della comunità che si lacerano la carne e quello del capo, che ha le membra tatuate, la veste decorata da placche dorate, e che, imbalsamato, viene trasportato su un carro presso tutti i clan della sua tribù.

Quello del rito funebre è un momento essenziale della vita dei popoli delle steppe: il momento in cui essi si riconoscono come comunità, si spartiscono le spoglie degli animali sacrificali e si assumono l’onere della costruzione del grande tumulo in cui il principe verrà sepolto. Convergono da punti lontani del territorio e in questo loro andare, così come nell’ultimo viaggio del sovrano defunto, si può leggere l’essenza del nomadismo che è predominio sullo spazio, in vita e in morte. La memoria resta affidata al kurgan, che durerà nei secoli.

Anche il ricorso al dionisismo per spiegare le figurazioni del diadema di Kargaly sembra argomento debole. Noi ci limiteremo pertanto a suggerire una lettura in chiave epica e/o mitologica. Dobbiamo ancora una volta rammaricarci che non siano giunte fino a noi testimonianze scritte della presenza di un’etica presso gli antichi popoli delle steppe. Sembra tuttavia del tutto plausibile che siano esistiti eroi la cui storia (o leggenda) si era trasformata in mito. E, forse, dovremo nuovamente rivolgerci all’arte figurativa per tentare di orientarci in questa complessa materia.

Nell’arte scito-siberiana una figura umana prevale su tutte le altre: quella del cavaliere. Possiamo citare, ad esempio, le placche rinvenute nel kurgan di Tenlik (Semirec’e, III-II secolo a.C.), dove compare appunto un cavaliere, con il tipico costume degli abitanti delle steppe – caftano corto e pantaloni – e un ampio manto svolazzante. Sul capo, un cappello schiacciato, in mano uno scettro che termina con un testa di animale (pantera?). Il cavallo, con la parte anteriore della criniera tagliata, bardato e con gualdrappa decorata, ha le zampe leggermente piegate, quasi fissato nel suo galoppo o nel suo piegarsi in segno di ossequio. Qualcosa di analogo lo si trova su un tappeto del kurgan 5 di Pazyryk e nei numerosi petroglifi diffusi in tutta l’area centroasiatica, dall’età del bronzo al VII-VIII secolo d.C.

A cavallo della nostra era altre ondate migratorie investono l’Asia centrale, alcune delle quali andranno a stabilirsi nei territori meridionali. Tra questi gli Yuezhi che, partiti dai confini della Cina, si spinsero fino in Battriana e poi in India dove fondarono l’impero kushana. In Battriana, in anni relativamente recenti, è stata portata alla luce una necropoli, Tillja Tepe, che ha restituito un’incredibile quantità di pezzi d’oro e che è stata attribuita (Sarianidi 1985) alla famiglia dei principi kushana. Vi sono presenti sia i modi di rappresentazione dell’arte scitica che di quella sarmatica, cioè l’animale contorsionista e la ricerca cromatica. Alcuni degli oggetti di Tillja Tepe sono stati messi a raffronto con quelli del kurgan di Issyk (i cavalli con le corna), con il diadema della valle di Kargaly (i draghi), con i pezzi siberiani della collezione di Pietro il Grande, con i pugnali della regione di Tuva e dell’Altai.

Dopo qualche secolo, nelle steppe si afferma un’altra potenza: i Turchi. In Siberia e in Kazakhstan sono state trovate numerose necropoli risalenti a quest’epoca (V-VIII secolo) e si è potuto constatare che le tombe sono ancora kurgani con tumulo di terra o pietra e con sepoltura a fossa. Al loro interno, in qualche caso (nella tomba di Ara-kul, per esempio) accanto al defunto era sepolto un cavallo. Per quanto riguarda i modi di espressione artistica, quasi tutti gli studiosi rilevano la lenta decadenza dell’arte animalistica e dello stile ad essa connesso. È certamente vero che nei corredi delle tombe turche gli oggetti con rappresentazioni di animali sono ancora presenti, ma hanno perso ogni vivacità e non possono certo reggere il confronto con i pezzi dei kurgani di Cilikty o di Pazyryk. I gioielli mostrano una chiara predilezione per il gioco di colore ottenuto con le incrostazioni di pietre dure e l’animale, quando compare, è reso in forma statica e standardizzata.

Dobbiamo dedurne che la cultura materiale cambia e si adatta alle diverse forme di vita, di organizzazione sociale, di attività produttiva: nel V secolo in Asia centrale nascono città e castelli, il rapporto tra uomo e uomo prevale su quello tra uomo e animale, l’espansione attraverso la steppa prende l’aspetto di una conquista territoriale da parte di un popolo di guerrieri.

E i guerrieri immortalano se stessi. Questo è il pensiero che nasce alla vista dei numerosissimi balbal eretti accanto alle tombe. I balbaly sono stele antropomorfe ottenute da monoliti di pietra, che si incontrano in luoghi e in periodi di tempo molto lontani tra loro. Abbiamo visto come immagini di guerrieri si potessero già vedere sbozzate sulle pietre di cervi della regione di Tuva; molte altre, anche più antiche, sono state trovate fuori del territorio che stiamo esaminando. Tuttavia, in quest’ambito, essi sono considerati una produzione tipicamente turca. Per quanto solitamente in modo molto rozzo, esse raffigurano un personaggio (in genere maschile, ma ne sono stati trovati anche di femminili) vestito con un caftano a risvolti, con le armi – spada o pugnale o entrambi – appese alla cintura e una coppa in mano. Molte sono le interpretazioni che sono state dati dei balbal; essendo fuori discussione la loro connessione con i sepolcreti, si è pensato che essi dovessero rappresentare o il defunto (Sher 1964) o il suo uccisore (Al’baum 1962), cioè il vinto o il vincitore delle guerre che, nel VI secolo, avevano funestato il territorio in relazione all’avanzata dei Turchi a danno degli Eftaliti. Ambedue le ipotesi peraltro sono atte a spiegare il fenomeno entro limiti di tempo e di spazio ben determinati, laddove, com’è noto, esso è presente dalla protostoria al Medioevo in diversi ambiti geografici e culturali. Un guerriero che tiene in mano una coppa ha, presso i popoli dell’Asia centrale – dagli Sciti ai Turchi ai Mongoli – un significato simbolico ben preciso: la coppa infatti è emblema della fedeltà al sovrano o simbolo di morte (Esin 1963). Sembrerebbe dunque più logico pensare a una interpretazione meno restrittiva delle immagini, cioè alla raffigurazione di un morto “eccellente”: un eroe, un capostipite, un antenato.

Per concludere, giova ribadire che la cultura dei popoli delle steppe affonda le sue radici nel sostrato indoiranico, in quel gruppo di tribù che Narain (1987) definisce “Secondi Indoeuropei”, che ebbero nel Kazakhstan la loro culla e dal Kazakhstan si diressero verso est e verso ovest. La loro Weltanschauung, le loro credenze ci sono state trasmesse attraverso le immagini di quel mondo, reale e fantastico ad un tempo, che era il regno animale. La grande originalità della loro arte ci sembrerà meno lontana, meno esotica nella misura in cui sapremo renderci conto che, attraverso quelle immagini, i cavalieri delle steppe hanno voluto, e saputo, trasmetterci l’essenza del loro epos, della loro religione, della loro arte.