Lampi di cultura

Arte delle steppe, Culto Solare

L’arte animalistica nelle steppe: si puo' parlare di esistenza di un culto solare?

da Grigore Arbore Popescu - Chiara Silvi Antonini - Karl Baipakov (a cura di),  

L’UOMO D’ORO. LA CULTURA DELLE STEPPE DEL KAZAKHSTAN DALL’ETÀ DEL BRONZO ALLE GRANDI MIGRAZIONI, Milano, Electa, 1998

È possibile documentare con dati archeologici l’esistenza di un culto solare presso i nomadi? La risposta può essere affermativa se si accetta l’interpretazione data da Griaznov del kurgan di Araan e quella di A. Grac al kurgan-tempio di Ulug Chorum nella regione di Tuva. Quest’ultimo è un grande cerchio di pietre, il cui spazio interno è diviso da trentadue raggi a formare una ruota. Ruota, cerchi, s astika sono per antonomasia simboli solari e si trovano raffigurati sui petroglifi – quelli di Sajmali Tas in Kirghisia e di Tamgaly in Kazakhstan – associati a dischi radiati e a figure umane. Accanto a questo tipo di simboli solari, è significativo che, all’interno del “tempio”, vi siano pure raffigurazioni di cavalli, stambecchi, cervi.

I cervi appaiono anche in un tipo particolare di oggetti, chiamati appunto “pietre di cervi”. Si tratta di monoliti di pietra, rinvenuti solitamente accanto alle tombe; in modo approssimativo ed essenziale, esse rappresentano una figura di guerriero di cui è possibile individuare la linea che ne delimita il volto, i monili e la cintura, cui sono appese spade e pugnali. Oltre a questi accenni antropomorfi, il monolite è interamente ricoperto di figure di cervi in diverse posizioni: stanti, in “punta di piedi”, al galoppo volante. Le pietre di cervi sono attestate da epoche antichissime, su un territorio che va dalla regione di Tuva (ad Araan, per esempio), all’Altai, alla Mongolia, al Kazakhstan, al Semirece fino al Caucaso. La loro grande diffusione nello spazio è naturalmente fattore di interesse, ma ancora di più lo è la loro evoluzione nel tempo e il significato che ne è stato dato. Per quanto riguarda quest’ultimo vi è anzitutto da notare l’associazione guerriero-cervo. N.L. Clenova, che ha dedicato molti studi a questo soggetto, crede di poter riconoscere nel cervo l’animale totemico dei Saka e interpreta le figure umane come rappresentazione dei capi defunti di questo popolo. Grjaznov parte invece dall’ipotesi che all’inizio i cervi fossero dipinti su tronchi d’albero, e successivamente su pietre-cippo. La figura umana che si intravede più o meno chiaramente sarebbe quella del guerriero, le immagini di cervo la riproduzione dei tatuaggi che ricoprivano il suo corpo. In questo passaggio dal tatuaggio alla sua riproduzione figurativa su pietra prima, sulle vesti del cavaliere e nelle bardature dei cavalli poi, il Grjaznov individua l’origine dello “stile animalistico”.

Ipotesi suggestiva, che ci riporta al luogo da cui ha preso inizio questo excursus, cioè al kurgan 2 di Pazyryk, dove è stato ritrovato un frammento di pelle umana decorato da un fitto tatuaggio. Il soggetto è quello proprio allo stile animalistico; vi sono cioè rappresentati cervi, cavalli, leoni e fieri alate, sovrapposti e ritratti nelle usuali posture: quella contorsionista, con le gambe e i quarti posteriori rivolti verso l’alto, o quella del galoppo volante. Le lunghe corna ramificate e le code arrotolate immettono nell’insieme l’effetto circolare che pare aggrovigliare, ma in realtà armonizza, le varie parti del disegno.

Il tatuaggio, com’è noto, era praticato da moltissime culture e fin dalla più remota antichità, ma quello di Pazyryk induce a pensare che esso racchiudesse un messaggio compreso allora da tutti, che anche noi oggi dovremmo cercare di decodificare. Del resto gli stessi animali sono presenti sui legni incisi o sugli ornamenti di sella e di gualdrappa in feltro, rappresentati in sequenza o in combattimento. E ognuna di queste immagini necessita probabilmente di essere letta e interpretata; cosa che tenteremo di fare successivamente.