Lampi di cultura

Armenia, Luigi Malerba

Scrittori italiani

Luigi Malerba, IL VIAGGIATORE SEDENTARIO, Rizzoli, Milano, 1993

  

Vivacissima e un po’ napoletana nella fantasia, nella improvvisazione, nella simpatia, nel disordine, l’Armenia è ancora oggi più che mai terra di confine, il che significa nuove incertezze e nuove inquietudini. È compresa tutta fra i paralleli che passano da Napoli e da Reggio Calabria e forse sul filo dei paralleli corre qualche affinità con il Sud del nostro paese.

Terra di confine

Armenia lontana, percorsa dai sussulti di una lunga offesa storica, saccheggiata, vilipesa, tradita, schiacciata dalla vicinanza di imperi irrequieti e invadenti: forse proprio per questo fra le quindici repubbliche dell’Urss l’Armenia è sicuramente la più orgogliosa e tenace custode delle proprie utopie e rivendicazioni nazionali.

Vivacissima e un po’ napoletana nella fantasia, nella improvvisazione, nella simpatia, nel disordine, l’Armenia è ancora oggi più che mai terra di confine, il che significa nuove incertezze e nuove inquietudini. È compresa tutta fra i paralleli che passano da Napoli e da Reggio Calabria e forse sul filo dei paralleli corre qualche affinità con il Sud del nostro paese.

Dalle finestre del museo etnografico di Kirovakan, dalla collina dove sorge il monumento alle vittime del genocidio del 1915 nei pressi di Yerevan, dal finestrino della automobile, dalla terrazza del ristorante, ci additano il monte Ararat con la cima ancora coperta di neve mentre a Yerevan e dintorni fanno trenta gradi all’ombra. Dietro il monte dell’Arca, in territorio turco, c’è oggi una basse missilistica americana, altra offesa e minaccia alla nazione armena.

L’Ararat è nella zona turca, ma sta disegnato sulla bandiera dell’Armenia. Perché avete messo sulla vostra bandiera questo monte che sta sul nostro territorio? domandano i Turchi. Gli Armeni rispondono: E voi perché avete messo la luna sulla vostra?

Dalla capitale Yerevan parte una autostrada che conduce al confine turco in direzione dell’Ararat e si arresta lì, in mezzo alla campagna, puntata verso le fertili campagne dell’Armenia storica. Nessuno qui accetta quei confini segnati da un tradimento della storia. Ma intanto bisogna vivere, e vengono dissodate con le ruspe, pezzo a pezzo, le campagne pietrose per estendere i frutteti e soprattutto la coltivazione della vite. Ottimi vini bianchi come il Razdan e il Megradzor, rossi leggeri, e un robusto cognac patriottico che viene esportato in tutta l’Unione e anche all’estero. Si conquista il terreno per i nuovi vigneti con fatica, molta polvere e molta amarezza.

Manoscritti e miniature

Nel Matenaradam di Yerevan, deposito e museo di antichi manoscritti e miniature, si conservano rari tesori provenienti da monasteri, biblioteche e raccolte private, più di diecimila manoscritti fra cui i testi più antichi della Geometria di Euclide, l’unico manoscritto esistente della Cronaca di Eusebio da Cesarea e del trattato Sulla natura di Zenone di Elea. Ma prima di studiare questi manoscritti bisognerà studiare l’armeno perché i testi antichi sono tutti in traduzione armena. Gli studiosi che arrivano qui da ogni parte del mondo devono fare i conti con la lingua armena e i suoi eleganti caratteri che, a parte alcune lettere simili al greco, sembrano piuttosto una derivazione dalla scrittura cuneiforme della antica a vicina civiltà assiro-babilonese. Da quando gli Armeni hanno adottato l’alfabeto disegnato da Mesrop Maschtotz nell’anno 404, è nata qui una scuola di traduttori che ha salvato molti testi della scienza e filosofia antica e di una cultura medievale ancora in parte inesplorata, ma ha reso più complessa una già difficile comunicazione con il mondo.

Alfabeto armeno

A pochi chilometri da Yerevan veniamo trascinati sotto il sole battente su una collina sassosa e polverosa dove sorge una stele con l’alfabeto armeno inciso sul marmo e una memoria dedicata al suo inventore, poi si passa a visitare la chiesa che la popolazione ha consacrato a Mesrop Maschtotz nell’Ottocento e dove si conserva il sarcofago ricavato da un blocco unico di alabastro italiano. Lo stesso matenaradam si intitola all’inventore dell’alfabeto armeno. Il Cahtolicòs che ci accompagna in visita nella sua Residenza a Etchmiadzine ci mostra il «tesoro» protetto da una porta blindata e che consiste nell’alfabeto cesellato in oro massiccio, dodici chili d’oro, ornato di grossi rubini e smeraldi. Durante una visita all’Università il Rettore ci offre in omaggio un libretto stampato in quattro lingue sulla vita e le opere di Mesrop Maschtotz che, scopriamo solo ora, è stato fatto santo come i bulgari Cirillo e Metodio, padrini dell’alfabeto cirillico.

Il nome di Mesrop Maschtotz riaffiora continuamente nei discorsi, nelle immagini, nella memoria degli Armeni, ma la vanteria spropositata per questo alfabeto unico, usato solo dalla lingua armena parlata da non più di tre milioni e mezzo di individui, è il segnale di qualcosa che stentiamo a capire. In realtà ci appare soprattutto come un ostacolo nella comunicazione con le altre lingue, un motivo aggiunto all’isolamento culturale se si pensa che gli stessi Russi non leggono e non capiscono l’armeno, fatta eccezione per i pochi studiosi di questa antica area culturale. Reticenza e dissimulazione di fronte ai nostri punti interrogativi creano qualche imbarazzo senza chiarire l’arcano. L’ottusità del viaggiatore che vede solo la superficie delle cose merita qualche comprensione anche se qui si muove sugli stessi paralleli di casa sua.

Finalmente ci rendiamo conto che questo alfabeto elegante ma oscuro è prima di tutto un simbolo della identità nazionale armena e Mesrop Maschtotz una specie di eroe nazionale, oltre che santo, e gode perciò di un doppio prestigio culturale e religioso presente nell’inconscio collettivo armeno come il monte Ararat.

Gli Armeni non rinunceranno mai al loro alfabeto mentre gli abitanti della quasi vicina repubblica dell’Uzbekistan nel corso di un secolo hanno accettato di passare dall’alfabeto arabo a quello latino e infine, dopo la Rivoluzione di Ottobre, a quello cirillico. Alla mia osservazione risponde con malizia uno studente dell’Università: in Uzbekistan non si sono nemmeno accorti dei cambiamenti di alfabeto perché sono quasi tutti analfabeti. Si capisce anche da questa risposta maliziosa che fra gli Armeni e i vicini Uzbechi c’è qualche conto in sospeso

Barzellette medievali

Mandelstam vedeva in ogni Armeno un filologo, lo racconta nel suo Viaggio in Armenia del 1930, ed ecco che una battuta di mezzo secolo fa prende consistenza reale. Sarò un caso, ma mi sono imbattuto in un pranzo con due filologi dell’Università di Yerevan. Ignoravano tranquillamente gli altri commensali per raccontarsi a gara barzellette medievali. L’informazione dell’interprete mi incuriosisce e chiedo che me ne venga tradotta almeno una. Un cammello indica a una giovane cammella un tratto di prato fresco e le dice: ti offro questa erba. E la cammella: Ma è uguale all’altra. Sì, ma questa te la offro io! Così ridevano nel Medioevo armeno. Il filologo che ha raccontato la storietta cita la fonte così come il venditore imprime sul prodotto il marchio di garanzia, poi riprende la gara con il collega.

Chissà che cosa intendeva veramente Mandelstam. Che gli Armeni facciano tintinnare le chiavi della lingua anche quando non aprono nessun segreto può essere vero, ma per la mia implacabile presunzione la lingua apre tutti i segreti, incontrollabile e pericolosa quanto più si gioca con lei, quanto più è vivace, allegra, e conviviale.

Questi Armeni, confesso, mi hanno conquistato. Niente burocrazia pomposa, ma Funzione e Ornamento bene uniti nel sorriso e nella buona disposizione verso il nuovo, l’eterogeneo, e il caviale. Gran classe di un popolo che ha alle spalle la dignità e la sicurezza dei nobili natali.

Diaspora armena

Qui si parla di «diaspora» degli Armeni come per gli Ebrei. E qualcosa hanno in comune nel loro nomadismo, nella capacità di adattamento, nella intelligenza delle minoranze che riescono ovunque a conquistare livelli eccellenti: musicisti, scrittori, ma soprattutto finanzieri, che si riconoscono dalla esuberanza personale e dalla desinenza dei loro cognomi, sempre uguale. Fedelissimi alla loro terra mandano qui denaro, donazioni. Un industriale di Como di origine armena ha fatto costruire a sue spese un piccolo museo nella Residenza di Etchmiadzine. Nella Galleria d’Arte Moderna di Yerevan trovo due quadri di Sciltian che credevo milanese, e d’ora in avanti terrò l’orecchio più attento alle desinenze per riconoscere in amicizia gli esuli da questa patria sassosa e orgogliosa.