Lampi di cultura

Mongolia, Ingresso del Buddhismo

Il Buddhismo in Mongolia prima di Gengis Khan

Sebbene i documenti non siano moltissimi e le indagini siano intralciate e rese difficili dalle distruzioni della persecuzione anti-buddhista del 1930-1939, è generalmente riconosciuto che il buddhismo assunse in Mongolia dei caratteri omogenei e autonomi che hanno indotto gli studiosi a parlarne in modo quasi indipendente dalle altre correnti. Lo studioso Eberhard si spinge ad affermare che nella Mongolia attuale si affermò un modello che sarebbe poi stato vincente cui dà il nome di "Buddhismo turco o proto-mongolo".  

Tale buddhismo sarebbe stato caratterizzato da una moderna e sorprendente divisione di compiti tra lo Stato e la Chiesa per cui al primo sarebbe spettata la cura delle cose secolari, mentre la seconda si sarebbe occupata di religione e di amministrazione dei luoghi del culto. L'equilibrio tra i due poteri sarebbe stato garantito in epoca mongola dalla figura del Khan, il cui potere e prestigio era in una certa misura superiore sia allo Stato che alla Chiesa e, quindi, le unificava in una autorità di tipo superiore.  

Se questo fu il riconosciuto punto di arrivo dell'evolversi del Buddhismo in terra mongola, non altrettanto chiaro è il cammino percorso da questa nuova fede per giungere in Mongolia. Contrariamente a quanto viene ritenuto da un certo tipo di letteratura il Buddhismo entrò a far parte della vita della Mongolia molto prima dell'avvento al potere di Gengis Khan e molto prima che Kubilai Khan e Phagspa stabilissero le basi del loro rapporto.

È noto che il Buddhismo penetrò in Asia centrale attraverso la Via della Seta: varcato il Pamir in un'epoca che possiamo collocare vicino all'anno zero il Buddhismo sarebbe dilagato nella regione del Taklimakan fino alle soglie dell'attuale corridoio del Gansu. Qui avrebbe seguito due differenti strade: quella sud-orientale che lo avrebbe condotto in Cina e quella settentrionale che lo avrebbe portato in Mongolia raggiungendo una certa diffusione presso i barbari Hsiung-nu.

Naturalmente la ricerca storica ha cercato in tutti i modi di trovare conferme a questa possibilità. Tuttavia sul piano archeologico nulla è emerso, mentre su quello delle fonti storiche si sa abbastanza poco e, quel poco, è contraddittorio. Nella presa da parte Han della città di Ku-tsang, una città minore dell'impero Hsiung-nu avvenuta nel 121 ac, gli annali cinesi riportano la cattura come bottino di guerra di una grande statua dorata: possibile che fosse un Buddha?  

Nelle epoche successive la dissoluzione dell'Impero dei Hsiung-nu (155 d.C.) lascia il posto alle confederazioni dei Hsien-pi (155 - 400 d.C.) e a quella dei Juan-juan (400 - 552): un lungo periodo storico in cui il Buddhismo non pare presente.  

Ma poi, come d'incanto, ecco questa religione riaffacciarsi  sia tra i Turchi Toba che occuperanno la Cina con il nome dinastico di Wei, sia tra i turchi Uiguri che occuperanno la Kashgaria.

E, ancora, sarà un tribù barbara di origini settentrionali (Kitan, nome dinastico cinese Liao) a occupare la Mongolia e a cercare di costruire templi e città legate a monasteri buddhisti.  

Nessuna di queste notizie ci dice nulla di più sulla diffusione del Buddhismo, tuttavia il quadro che ne esce è sufficientemente dettagliato perché si possa dire che il Buddhismo fu certamente presente in area mongola per tutto il millennio che precede l'arrivo di Gengis Khan. La sua maggiore o minore affermazione è legata non tanto alla sua presenza, ma al bisogno che ne ebbero le dinastie regnanti per evidenziare o sottolineare agli occhi dei loro sudditi uno stato di distanza rispetto alla Cina.

In altre parole il Buddhismo divenne il veicolo scelto dalle dinastie barbare per contrapporsi alla classe dirigente cinese di ispirazione confuciana e restò religione dominante solo il tempo di questo scontro. A livello popolare, invece, il Buddhismo condivise la fortuna con altre religioni (Manicheismo, Nestorianesimo, Sciamanismo) la cui presenza è attestata in area mongola fin da date molto alte.