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Lampi di cultura

Mongolia, Gengis Khan in Mario Bussagli

Gengis Khan

Si tratta di un libro introvabile. È un peccato che nessuno l’abbia ripubblicato: certo, alcune pagine andrebbero riscritte alla luce delle scoperte di questi ultimi anni. Ma il libro di Bussagli rappresenta una delle più felici e godibili sintesi della storia dell’Asia centrale. I cui conflitti, imperi, disastri e fortune costituiscono un intrigo tanto importante quanto complesso per la comprensione della storia dell’Asia e del Vicino Oriente. 
Ne pubblichiamo alcune pagine che ci sono parse suggestive, quelle dedicate alla figura di Gengis Khan.

« Noi abbiamo deciso di proclamare te khan dei Mongoli. In ogni combattimento saremo in prima fila e se prenderemo prede pregiate te le daremo ».

Quale fosse il prestigio di Gengis Khan lo dimostrano le frasi pronunciate dai grandi elettori mongoli nel comunicargli che egli era il loro prescelto. La Storia segreta le registra con evidente compiacimento ed è chiarissimo che esse attestano una devozione senza limiti, risultando, per di più, estranee ad ogni formula consuetudinaria. Dicono i principi elettori: « Noi abbiamo deciso di proclamare te khan dei Mongoli. In ogni combattimento saremo in prima fila e se prenderemo prede pregiate te le daremo ». Ognuno di loro, se non avesse rinunciato alla propria candidatura in favore di Gengis Khan, sarebbe stato egli stesso eleggibile. Si compiva così l’opera di unificazione delle tribù turco-mongole della steppa e subito molte tribù e gruppi della stessa stirpe stanziati altrove riconobbero la sovranità di Gengis Khan: dai Turchi Uighur di Turfan, agli Oirat, i Mongoli rimasti nella fascia settentrionale delle foreste, dai nestoriani Ongut, ai Kirghisi, ad altri. La forza militare di queste masse umane era davvero enorme e Gengis Khan poté facilmente passare all’attacco di popolazioni sedentarizzate come i Tangut, stanziati nel Kansu e nel Ninghsia, di stirpe simile ai Tibetani almeno per quanto riguardava la classe dirigente, organizzati con istituzioni di tipo cinese e stanziati in un territorio che non era, geograficamente, troppo dissimile dalla steppa dei nomadi. Il sovrano Tangut si riconobbe vassallo e tributario nel 1209. Poi fu la volta dei Jurchen, battuti per un’improvvisa defezione che aprì una breccia nelle fortificazioni di frontiera, troppo massicce e profonde per poter essere intaccate dalla cavalleria mongola che, approfittando dell’inaspettata occasione, calò in Manciuria conquistandone il centro strategicamente (e storicamente) più importante, vale a dire Liao-yang. Nell’anno successivo, 1213, Gengis Khan giunse sotto le grandi mura di Pechino, dopo aver superato la Grande Muraglia. Se non poté conquistare la capitale cinese, del resto prontamente trasferita a K’aifeng, ricavò dall’impresa una fortissima indennità di guerra. Pechino infatti fu presa e saccheggiata due anni dopo, nel 1215. La presa di Pechino fu accompagnata da massacri ed incendi di una crudeltà senza pari. Comincia ora quella terribile tattica che i Mongoli chiameranno « uccisione della terra » perché tende a riportare le terre coltivate allo stato di deserto. È qualcosa di molto simile alla « terra bruciata » degli strateghi moderni, ma - se è possibile - è assai più radicale e perfezionata anche perché è suggerita da uno spirito completamente diverso. I Mongoli, che trovano estrema difficoltà ad avere ragione delle città fortificate e dei centri protetti da grosse fortezze, tendono a trasformare in deserto e in pascolo brado ogni territorio del quale riescano ad impadronirsi. C’è una totale incomprensione, da parte loro, per tutto ciò che è creato dalle civiltà sedentarie, dal lavoro agricolo, dai commerci. Per loro è assai più facile governare ed organizzare un’area desertica o stepposa che affrontare i complessi problemi delle comunità sedentarie. È così che l’avanzata mongola, ormai dilagante in tutte le direzioni (si attesteranno sul Pacifico lungo un fronte ampio inizialmente più di millecinquecento chilometri), restituì al deserto e trasformò in sabbia - inaridendole - terre fertilissime che il lavoro umano aveva conquistato in più di mille anni di dura lotta contro l’ostilità della natura. Del resto, le stragi, i massacri, le rovine infinite che questa avventura costa all’umanità - con un bilancio di almeno dieci milioni di morti (anche a tener conto delle possibili esagerazioni delle fonti, di solito piuttosto precise e bene informate), ma senza includere nel numero le perdite mongole- farebbero pensare ad un episodio storico fondamentalmente negativo, almeno a prima vista. Invece l’avventura mongola determinerà notevoli progressi in vari settori e si risolverà in una svolta estremamente favorevole al progresso umano anche perché coincide con la cosiddetta « rivoluzione commerciale » attuatasi in Europa.

In ogni modo le imprese mongole erano rese possibili non solo dalla perfezione della macchina militare, ma dalla stessa struttura statale dell’impero governato dalla yassak, la legge che fungeva da codice civile, militare, penale. Dirà il nostro Giovanni da Pian del Carpine, messo pontificio alla corte mongola: « I Tartari [ed è curiosa questa trasposizione del nome di un gruppo ferocemente ostile ai mongoli stessi, usato per indicare i suoi distruttori, probabilmente per ricordo della forma classica Tartaro con tutte le sue implicazioni infernali] sono i più obbedienti popoli del mondo: ubbidiscono ai loro capi anche più di quanto non facciano i nostri religiosi ai loro superiori. Li riveriscono infinitamente, non dicono mai una menzogna. Fra loro non ci sono liti, risse, assassini ma solo furti di poco valore ». Se si pensa all’anarchia e al caos dei tempi anteriori, non si può negare l’effetto profondo e vastissimo dell’opera di Gengis Khan, facilitata dallo spirito dei suoi popoli desiderosi di nuova potenza. Lo stesso inquadramento delle forze - che rispecchiava la struttura sociale imposta ai popoli nomadi da Gengis Khan- presupponeva una disciplina durissima e infrangibile, ripartendo le funzioni (e le responsabilità) secondo i meriti. Alla vecchia aristocrazia di sangue e di discendenza (l’aristocrazia delle steppe) era stata affiancata un’aristocrazia « del valore militare » che aveva il compito di inquadrare, ai suoi ordini, tutti gli uomini liberi, fossero essi guerrieri o funzionari.

La cancelleria della corte gengiskhanide era interamente nelle mani dei Turchi Uighur in riconoscimento della loro maggiore civiltà. Ad uno di costoro, T’at’aT’onga, che forse era cristiano, si attribuisce la famosa e sintomatica frase, rivolta a Gengis Khan: « Si può conquistare il mondo a cavallo, ma bisogna scenderne per governarlo.» A quanto sembra Gengis Khan seppe far tesoro dell’arguta esperienza del suo consigliere, guidandone, col proprio genio, la cultura, l’acume politico, le conoscenze storiche. Tattica e strategia erano invece affidate all’intuito e alla durissima esperienza del capo e dei suoi luogotenenti. Senza pensare - come qualcuno immaginosamente ha fatto- ad un concilio di guerra tenuto da superuomini, l’arte della guerra, per i Mongoli, era solo il perfezionamento della tattica e della strategia usate da tutti i popoli nomadi (dagli Hsiungnu ai Turchi ed ai Mongoli stessi), trasformate dalla stessa disciplina delle truppe. Un processo lunghissimo di evoluzione, segnato da alcune importantissime innovazioni, aveva reso quasi istintiva la maniera di combattere dei nomadi, i quali restavano in certo modo condizionati, anche in questo campo, dal loro ambiente, dal loro sistema di vita, dalla necessità di essere cavalieri insuperabili e arcieri infallibili.

« Il mongolo, scriveva Altunian, è l’arciere a cavallo - nato sul suo cavallo, arciere fin dall’infanzia- la cui freccia infallibile può abbattere un uomo a duecento, a trecento, perfino a quattrocento metri di distanza. Alla sua inafferrabile mobilità aggiunge questa superiorità tattica, unica a quell’epoca. Sicuri di questo vantaggio, le sue avanguardie si frazionano in ondate successive che svaniscono dopo ogni lancio di frecce e solo quando il nemico, attirato lontano dalle sue basi, è sufficientemente demoralizzato da questi tiri a distanza, la cavalleria pesante dei Mongoli, posta al centro del loro schieramento, carica con le spade travolgendo e falciando ogni ostacolo.

In tutte queste fasi i Mongoli sfruttano in maniera eccellente il terrore che ispirano, il loro aspetto, i loro costumi, perfino il loro insopportabile fetore. Essi appaiono all’improvviso, si schierano, chiudono - se possibile- il cerchio dell’orizzonte, si avvicinano al piccolo trotto, in un silenzio impressionante, manovrando senza gridi secondo i segnali dei porta-stendardo. Poi, all’improvviso, al momento della carica, tutta questa massa si getta avanti, a valanga, con urli infernali ». Sono, come si vede, le astuzie ataviche dei cacciatori che vogliono far impazzire di paura la bestia per toglierle ogni capacità di difesa e di offesa. Ce lo confermano, per un’epoca leggermente più tarda, le parole di Guglielmo di Rubruk, che, protetto da una lettera di raccomandazione di Luigi IX di Francia (San Luigi), giunge con Bartolomeo da Cremona ed un interprete arabo, alla corte del khan Mongka nel 1254. Egli afferma: « Quando [i Mongoli] vogliono andare a caccia, si riuniscono in gran numero nei dintorni dei luoghi ove sanno esservi selvaggina, li circondano e si avvicinano a poco a poco chiudendo le bestie come dentro una rete per abbatterle poi a colpi di frecce ».   

Furono questi i mezzi e gli strumenti di cui disponeva Gengis Khan, in gran parte creati o, almeno, potenziati da lui stesso col favore dei suoi popoli. Quanto a lui, benché venga considerato un flagello dell’umanità e goda in Europa ed in Asia di una fama sinistra quale nessuno dei suoi predecessori ebbe a conoscere, dobbiamo confessare che non disponiamo di un metro adatto a misurarne la grandezza. Nessuno può negarne né la genialità né il fascino profondo che esercitava sui sudditi, ma le valutazioni degli studiosi moderni sono quanto mai discordanti. Lo sforzo, spesso assurdo, ma reso necessario dalla realtà storica attuale, di « moralizzare » la storia stessa, allo scopo di conferire agli uomini di oggi una più precisa coscienza delle loro capacità distruttive, di eliminare la violenza, di ridurre l’aggressività per timore di una distruzione totale dell’umanità intera, non è certo favorevole ad una valutazione obiettiva di Gengis Khan, distruttore spietato, conquistatore mostruoso, sintesi di tutti i risentimenti che i nomadi hanno sempre covato nei riguardi dei sedentari. Ed è per questo che molti studiosi, oggi, si rifiutano di riconoscerne la grandezza, tragica e sinistra finché si vuole, ma indiscutibile. D’altra parte egli è la dimostrazione vivente di quanto possa una personalità d’eccezione quando viene a inserirsi in un contesto di forze sociali, politiche ed economiche adatto a subirne il fascino. Le masse mongole che prima di lui erano un’entità di scarsa importanza divengono ora signore del mondo e conservano questa signoria per un tempo sufficientemente lungo perché Europa ed Asia si riconoscano e si uniscano in una nuova visione, in una reciproca scoperta che, almeno per gli occidentali, non sarà mai più limitata ai confini della propria civiltà. Quanto al tentativo di inserire Gengis Khan nel suo mondo e di trarre, da questa valutazione « storicizzata », un giudizio più preciso ed obiettivo, non si può negare che il tentativo stesso è arduo e rischioso. Per noi è quasi impossibile avvicinarci alla mentalità dei nomadi. In ogni modo, se vogliamo tentare, dovremo ammettere che egli appare - secondo questa prospettiva- come un personaggio assolutamente inaspettato: intelligente ed equilibrato, fedele alle sue amicizie e perfino generoso. La sua crudeltà - tremenda nei riguardi dei sedentari, minore per i nomadi- era un prodotto dell’ambiente durissimo in cui era vissuto. Come uomo della steppa era incapace di attribuire un vero valore al lavoro ed all’organizzazione dei sedentari, dei quali, però, apprezzava la saggezza e la sapienza. Analogamente era incapace di concepire la vita se non come lotta continua e sanguinosa. In lui si riassumevano e si condensavano le esperienze di oltre un millennio di vita nomade in Asia centrale. E se sono esatte le parole che Rashid ud-Din gli attribuisce, Gengis Khan ebbe la piena coscienza di aver procurato ai suoi discendenti e a quelli del suo popolo le ricchezze e gli agi dei sedentari, ma solo per la sua forza di nomade, di combattente spietato e senza speranza di gratitudine da parte di coloro che avrebbero goduto i frutti delle sue lotte.  

Naturalmente nessuno dimentica Gengis Khan: né i suoi immediati discendenti, né quelli più lontani, né i suoi tardissimi pronipoti. L’ombra gigantesca dell’antico condottiero rappresentava una somma tale di valori politici e guerrieri, da suscitare un fascino profondo per secoli interi dopo la sua morte. L’immensità dell’impero da lui creato (si diceva che un buon cavaliere poteva cavalcare per un anno intero da est verso ovest senza toccarne i confini) doveva riflettersi inevitabilmente sul giudizio dato dai posteri al suo creatore. Nello stesso tempo la yassak, la sua legge, aveva eliminato per sempre - all’interno del mondo nomade- le terribili prove e gli orrori dei primi sovrani hsiungnu, mentre, come riferisce Abu’l Gazi, « sotto il regno di Gengis Khan, ogni paese fra Iran e Turan godeva di una tale tranquillità che una vergine nuda con un piatto d’oro sulla testa avrebbe potuto andare da levante a ponente senza subire da nessuno la minima violenza». La yassak aveva dunque creato una pax mongolica, terribile e spesso più vicina alla desolazione ed al deserto che ad un ordine stabilito in conseguenza dei metodi con i quali veniva imposta. Ma era destinata ad umanizzarsi sotto i suoi successori così da rendere possibile l’attività dei grandi viaggiatori del XIII e XIV secolo. René Grousset ne concludeva che il sovrano mongolo fu « una specie di Alessandro barbarico che, anch’egli, aprì alla civiltà nuove vie ». Altri però si oppongono ad una valutazione del genere e desiderano escludere qualsiasi alone romantico ai duri fatti della vita di Gengis Khan. E forse il lettore potrà farsi da sé un’idea di ciò che significasse l’urto con i Mongoli seguendo passo per passo la vita stessa e le campagne di Gengis Khan. Nel 1218 tutta la Kashgaria, il Kazakhistan ed il bacino dell’Ili erano passati nelle mani di Gengis Khan. Confinava ora col grande stato del Khwarezm, il cui shah, Muhammad, estendeva i propri domini su gran parte dell’Iran.

Una grande carovana mongola che attraversava il territorio khwarezmiano sia per scopi commerciali che diplomatici, fu attaccata e distrutta da uno dei suoi governatori, il che portò all’immediata reazione dei Mongoli. Nell’estate del 1219, con forze inferiori di almeno la metà rispetto a quelle dello shah del Khwarezm, passarono il confine evitando di impigliarsi nelle maglie della rete difensiva predisposta dallo shah Muhammad. Gengis Khan si spinse subito fin sotto Bukhara che gli aprì le porte nel febbraio del 1220. Un massacro parziale eliminò la guarnigione e tutta quella parte della popolazione che sembrava ostile ai Mongoli. Sorte peggiore toccò agli abitanti di Samarcanda, i quali, per non aver opposta nessuna resistenza, vennero puniti come traditori del loro sovrano. Balkh ed Herat vennero saccheggiate senza pietà. Gli artigiani superstiti vennero invece deportati in Mongolia perché lavorassero a servizio dei nuovi padroni.   

A Nishapur (nel 1221), per essere certi che nessuno degli abitanti scampasse, vennero alzate tre piramidi di teste: una per gli uomini, una per le donne, una per i bambini. Lo stesso accadde a Merv e a Bamivan. L’erede al trono del Khwarezm, Jalal ud-Din Mangubarm, riuscì a battere i Mongoli, ma l’intervento diretto di Gengis Khan lo costrinse a fuggire e il suo esercito fu distrutto sulle rive dell’Indo. Il principe, con otto superstiti, riuscì a raggiungere il territorio indiano.

È il momento del massimo sforzo espansionistico dell’impero mongolo ed è il momento in cui comincia, per Gengis Khan, quella ricerca dell’immortalità che lo porta ad incontrare maghi e stregoni e - fra questi- il famoso monaco taoista Ch’iu Ch’angch’un che ha lasciato una relazione dei suoi incontri. È molto probabile che Gengis Khan non credesse affatto alla possibilità di raggiungere un’immortalità fisica, ma - a giudicare da varie testimonianze- sembra che la speranza di risolvere il problema della propria sopravvivenza individuale fosse diventato, per lui, una vera ossessione: il che rivela un aspetto curioso e inaspettato del suo carattere. In certo senso è un aspetto umano che lo avvicina molto a noi, a meno che l’uomo che aveva vinto il mondo non pensasse addirittura di poter sconfiggere anche la morte. In ogni modo è nel 1221 che una forte aliquota delle forze mongole sconfigge i Georgiani a Tiflis dilagando nel Daghestan e di qui nelle steppe della Russia meridionale. La resistenza dei kniatz, ossia dei principi ucraini di Kiev, di Halich, di Cernigov e di Smolensk, non valse a nulla. Tuttavia la spedizione del 1222, culminata con la battaglia del 31 maggio sulle rive della Kalka, non era altro che una ricognizione. Distrutti i fondachi genovesi di Soldaia in Crimea, Jebe e Subotai ritornarono ad est raggiungendo il loro capo nelle steppe a sud dell’Aral. L’anno dopo Gengis Khan si ferì gravemente cadendo da cavallo durante una caccia all’orso nella regione di Tashkent e il suo vigore fisico cominciò a declinare. Morì il 18 agosto 1227 durante l’ultima fase dell’ultima campagna - anch’essa vittoriosa- da lui personalmente condotta contro i Tangut che non lo avevano aiutato all’epoca della campagna contro il Khwarezm Shah. Il suo corpo, scortato da mille cavalieri dal volto velato, parati a lutto, impegnati nel compito orrendo di non lasciare sul loro passaggio nessuna traccia di vita umana od animale, fu portato sul monte Burkan Kaldun (il Kentei) là dove egli aveva ricevuto dall’Altissimo e Profondo Cielo Azzurro la prima ispirazione delle sue imprese. La sua avventura terrena era finita, ma anche da morto restava ugualmente il pernio e l’animatore del suo sconfinato impero. La sua gente, prima di muoversi per altre imprese, volle ancora onorarlo, alla tremenda maniera degli Sciti: per questo Ogodai, suo figlio e successore nel dominio della parte centrale dell’impero, fece sacrificare nel 1229 le quaranta donne più belle di tutti i territori dominati dai Mongoli con i gioielli più preziosi e centinaia di splendidi cavalli. Anche da morto Gengis Khan richiedeva lutti, stragi, sangue.