Corsi in diretta Lezioni Audioviaggi
Lampi di cultura

Mongolia, Nomadi e sedentari

Caratteri comuni alle società nomadi nei confronti delle società sedentarie

Fenomeno complesso e di difficile definizione il nomadismo centroasiatico è quello da cui sono giunte alcune delle più imponenti lacerazioni della storia antica e moderna dell'Europa. Pochi elementi hanno avuto ripercussioni così drammatiche come l'irrompere degli Unni nell'Europa del V e VI secolo. O la prodigiosa e ineguagliata progressione dei turchi passati nel volgere di breve tempo dalla stato di nomadi a padroni di un immenso impero che abbracciava Asia ed Europa e la cui vita si sarebbe spenta solo nel XX secolo. O, ancora, l'incursione fantastica e irripetibile dei generali di Gengis Khan e la nascita di un impero grande come il mondo allora conosciuto. O, per finire, le furibonde e tragiche scorribande dell'ultimo grande generale espresso dalla cultura nomadica: Tamerlano. Ognuno di questi nomi é diventato per i sedentari e agricoli coltivatori dell'Asia e dell'Europa il simbolo di un flagello irripetibile: Attila, Turchi, Gengis Khan e Tamerlano vivono tuttora, a distanza di anni, nello stesso folclore e nei detti della popolazioni che ferirono o uccisero.

Popoli di lingua, etnia e cultura diversa essi sono però in qualche modo resi omogenei dal comune atteggiamento nei confronti delle civiltà sedentarie. Le citazioni sono tratte da René Grousset, L'Impero delle steppe, Parigi 1952.  

 "In realtà mai altri uomini furono come loro figli della propria terra, 'spiegati' da questa, voluti e plasmati dall'ambiente, immediatamente comprensibili nei loro impulsi e nel loro comportamento quando si conosca il loro modo di vivere. La steppa ne costruì i corpi asciutti e sgraziati ma davvero indomabili se poterono sopravvivere a quelle condizioni ambientali. Il vento tagliente degli altopiani, il freddo intensissimo e il caldo torrido modellarono quel volto dagli occhi obliqui, dagli zigomi sporgenti e dalla barba rada, indurendo i torsi nodosi. Le necessità della pastorizia, la casualità delle transumanze produssero il loro nomadismo e la struttura dell'economia nomade determinò i loro rapporti con i sedentari, fatti, di volta in volta, di timidi approcci e di sanguinarie razzie."

"I sentimenti dei nomadi si possono indovinare. I poveri pastori turco- mongoli che negli anni di siccità, sull'erba rara della steppa, si avventurano da uno specchio d'acqua inaridito all'altro, fino al margine delle culture agricole, alle porte della Cina o della Transoxiana, vi contemplano stupiti il miracolo delle civiltà sedentarie, i grassi raccolti, i villaggi rigurgitanti di cereali, il lusso delle città. Questo miracolo, o meglio il segreto di questo miracolo, il lavoro paziente, necessario per ordinare questi alveari umani, l'Unno, come il Turco o il Mongolo non può capirlo. Se ne è abbagliato lo è come il lupo - il suo totem - che con la neve si avvicina alla fattoria perché dietro le palizzate o gli steccati intravede la preda. Ed anche per il nomade la reazione atavica, ormai millenaria, è quella dell'irruzione improvvisa, del saccheggio, della fuga con il bottino."