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Mongolia, Lotta allo Sciamanismo

La lotta allo sciamanismo

Nell'ambito dell'accordo raggiunto tra Altan Khan e il Dalai Lama questi promise al leader mongola che la forza del fuoco del dio Mahakala (in passato genio protettore del Khubilai Khan e dei Sakyapa) avrebbe avuto il compito di bruciare le residue tracce di sciamanismo nella religione mongola ed affermare una volta per tutte la presenza del buddhismo.  

A sua volta i leader dei clan diedero inizio a editti anti-sciamanici. Le pratiche sciamaniche vennero proibite nel codice Khalkha nel 1582, e in quello di Altan nel 1569. Queste proibizioni ebbero comunque un effetto probabilmente assai limitato negli anni immediatamente successivi, dal momento che il buddhismo era diffuso in ambienti molto ristretti, per lo più nobili.  

Mentre dunque i leader politici e clero definivano i termini teologici e politici di questa battaglia religiosa il vero confronto avvenne nel confronto faccia a faccia tra monaci da una parte e sciamani dall'altra.  Incontri / scontri davanti a un pubblico attento e visibilmente impressionabile. Così alcuni dei lama più importanti di quel tempo condussero una vita in perenne movimento. Il Lama Neyichi Toyin lavorò coi mongoli e viaggiò attraverso la Mongolia Orientale e la Manciuria occidentale dal 1620 fino all'anno della sua morte (1653). Durante tutto questo periodo portò avanti una intensa campagna anti-sciamanica. Né fu isolato in questo sforzo. Quasi nello stesso momento il santo Lama Zaya Pandita fece lo stesso genere di proselitismo tra i mongoli Oirat.  

Il loro successo finale dipese da una molteplicità di fattori: tra questi la protezione politica ebbe certamente un ruolo importante.

Ma la ragione del successo finale del buddhismo è legata alla sua capacità di dare risposte a domande fondamentali su cui lo sciamanismo era impreparato: l'al di là, la vita dopo la morte, il senso profondo della vita non riguardavano né avevano mai interessato la cultura sciamanica. A fianco a questa capacità i monaci buddhisti furono semplicemente  straordinari nel cogliere la molteplicità di elementi che arricchivano lo sciamanismo e nell'inserirli nella religione che stavano in quegli anni costruendo.  

Anche i potenti e sacri luoghi dello sciamanismo divennero i luoghi naturali dove i monaci costruirono i monasteri buddhisti, per cui é possibile dire che ne processo di conversione almeno una notevole parte dello scamanismo sopravvisse intatta nel Buddhismo. (Patricia Berger, After Xanadu - The Mongol renaissance of the sixteenth to eighteenth centuries, in Mongolia, the legacy of Chinggis Khan, op. cit. 1996) 

Nel 1586 Khng Taji, dopo la morte di Altan Khan, portò alla pubblicazione nuovi testi tibetani e definendo "Sole e Luna" i due protagonisti della conversione mongola ebbe a lamentarsi degli anni spesi nell’oscurità dello sciamanismo dal popolo mongolo prima che venisse riportata in auge la legge.