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Lampi di cultura

Mongolia, La Mongolia sotto Yongle (XV sec.)

La frammentazione nazionale

La Mongolia sotto Yongle (1403-1424) e altri imperatori Ming.

  

La politica militare ed espansionistica nata in epoca Yuan e portata avanti dai primi imperatori Ming ebbe un momento di grande affermazione sotto l'impero di Yongle (1403-1424), probabilmente uno dei più grandi imperatori del tempo e di tutta la storia della Cina.  
Violentata e offesa dalla occupazione Mongola la Cina, che per oltre duemila anni aveva accuratamente evitato di oltrepassare certe inospitali frontiere settentrionali, proseguì in una nuova e per certi aspetti sorprendente politica espansionistica militare.   Scopo di questa strategia, impersonata perfettamente dalle linee politiche seguite dall'Imperatore Yongle, fu quella di cercare di demolire in modo completo la resistenza mongola invadendone il territorio.  

Incapaci di resistere all'avanzata Ming i mongoli cominciano ad applicare la tecnica delle ritirata che aveva reso anche in passato così difficile sconfiggerli. Lasciata in balia delle truppe cinesi la leggendaria capitale di Karakorum venne completamente distrutta, tuttavia per quanto l'esercito Ming avanzasse, non riuscì ad impegnare i mongoli in battaglie decisive.  

La guerriglia di quegli anni pose comunque termine al periodo di "disordinata" ritirata seguit all'espulsione dei mongoli dalla Cina. Aggrediti a loro volta sul loro territorio i mongoli si riorganizzarono sotto la guida di un capo Oirat, Esen. Per la prima volta dopo molti decenni i cinesi furono respinti e sconfitti. Davanti al profilarsi di una nuova offensiva mongola la corte cinese fu costretta a ricominciare con l’invio di donazioni e offerte.

Più tardi, quando apparve chiaro che i beni concessi erano troppi rispetto alla reale pericolosità dei mongoli, si ebbe un ridimensionamento dello scambio. Subito i mongoli si ripresentarono  alle frontiere settentrionali della Cina e diedero nuovo vigore alle incursioni e ai raids offensivi.  

Anno di grandi successi fu il 1429: la confederazione guidata da Esen ottenne alcune importanti vittorie eppure, proprio nel momento in cui i Mongoli stavano rialzando la testa, ne emerse con evidenza la profonda debolezza interna. Esen, nonostante gli sforzi fatti in tal senso, non venne riconosciuto dagli altri leader mongoli come Khan. Gli venne contestato dagli altri capi di non essere erede di  Gengis Khan e di non potere dunque in tal senso vantare alcun diritto superiore sugli altri capi.

Il problema di Esen fu un problema che in seguito sarebbe stato analizzato con grande attenzione dagli altri leader mongoli. Non potendo appellarsi al grande leader del passato, Gengis Khan, Esen provò a proporsi come leader di un popolo, "i Mongoli". Ma anche questo - raccontano le cronache - gli venne negato dagli altri capi. Nella percezione del tempo non esistevano né Mongolia né Mongoli, ma solo tribú e capi di tribù.

La mancata soluzione data al problema nazionale culminerà nel dramma personale e nazionale di Esen, assassinato da altri leader.  

Dopo la sua morte un altro khan mongolo, Batu, provò a riportare avanti una strategia di unificazione nazionale e di lotta anti-cinese. Il suo regno fu un periodo abbastanza florido per la Mongolia, caratterizzato da una sorta di alternanza ben studiata tra commercio favorevole con la Cina e raid offensivi di rapina. Dai figli di Batu, una decina, si formeranno le principali famiglie mongole tuttora base del sistema sociale del paese. Tuttavia nemmeno con lui si giunse a quella unificazione che - unica - avrebbe consentito di resistere allo strapotere militare cinese.  

Ora, inoltre, occorreva contrastare la strisciante e pericolosa politica di assimilazione avviata dai cinesi in altre regioni dell'Impero attraverso l'istituzione di comanderie militari, campi di prigionia e colonie agricole. Alla fine del XV secolo la Mongolia era veramente vicina alla tragica prospettiva di perdere completamente ogni dimensione nazionale.